Adolfo Gianella saliva le scale, e Filippo udendone il passo, diceva con la signora De Carolis:
— Mi dispiace molto che la signorina sia indisposta; spero non sarà nulla....
— È malata? — chiese Adolfo sopraggiungendo e salutando Filippo con un saluto freddo e un'occhiata di sbieco. — Dov'è stata iersera? Avrà preso freddo, o avrà mangiato qualche cosa d'indigesto....
Filippo se ne andò subito, e senza volerlo si disse, ridendo dentro:
— Tu, dovrai mangiare fra poco qualche cosa d'indigesto!...
Ripensò, quella notte, all'idea della fuga, balenatagli così di repente; e più vi pensava e più gli pareva buona. La signora De Carolis non avrebbe osato nulla contro la figlia adorata; Adolfo avrebbe trovato una consolazione nel pensiero che una fanciulla capace di scappar col conte Vagli non era degna di lui.... Infine, la cosa si sarebbe saputa da pochi, malamente, e si sarebbe sminuita, polverizzata per così dire, nel classico pettegolezzo veneziano. Filippo trovava l'onestà della sua disonestà; amava Loredana; sentiva che le sarebbe stato fedele, che l'avrebbe fatta contenta, ch'ella non avrebbe sofferto, e poichè di matrimonio era assurdo parlare a causa dell'opposizione formidabile che avrebbe trovato in famiglia, la fuga, una fuga prudente, senza troppo scandalo, senza chiasso, metteva termine a una situazione insopportabile per lui e per la piccola amica.
Gli venne anche il pensiero di Fausta; ma la disgraziata donna s'era in quel periodo di tempo totalmente perduta agli occhi di lui, pel suo strano contegno d'umiltà, nel quale egli non capiva nulla. Egli pensava con rammarico alla devozione della sua amante: Fausta non era fatta per obbedire, per tacere, per soffrire; ogni donna ha il suo fascino e il suo destino. L'asservimento aveva smorzato la bella fiamma di quegli occhi cilestri e tolto al viso il colorito della fresca giovinezza.
— È veramente doloroso, — pensava Filippo, — ch'io non possa amarla!
A poco a poco, ribadita dal conte, l'idea della fuga conquistava anche Loredana; nulla pareva più dolce che la vita con Filippo, e la fanciulla non trovava termini di paragone se non nella paura di quel matrimonio. Adolfo aveva svelato un nuovo difetto, insolito in un giovane: l'avarizia. Egli spiegava certe sue miserabili economie con la necessità di aver denaro pel giorno degli sponsali, d'aver molto denaro per far bella figura; ma la fidanzata gli credeva poco, e notava, senza volerlo, quasi arrossendo, che intanto lo spirito gretto di lui si rivelava nei regalucci ch'egli le faceva e che sarebbero rimasti in casa a fare non bella, ma triste figura. Egli anche — aveva scoperto Loredana, ormai maestra di scoperte incresciose — egli mangiava troppo, ingordamente, magnificando la bontà delle salse e dei sughi. La madre sua si beava vedendolo così allegro, con un appetito quasi insaziabile; e Loredana, per non odiare l'uno e l'altra, inventava un'emicrania ogni qualvolta la signora Gianella l'invitava a pranzo.
Sui primi di maggio, quando la ragazza pensava di farsi qualche abitino nuovo e di comperarsi qualche piccolo oggetto d'eleganza, Adolfo decretò che gli abiti e i cappelli dell'anno precedente, ritoccati qua e là, potevano servire ancora; e la petulanza del fidanzato le sembrò tanto grave, che senza ribatter verbo, ella si ritirò nella sua camera e vi restò fin che Adolfo non se ne fu andato.