Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla, come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.

Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.

Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.

— Lasci, lasci, signora contessa, — ella pregò con la voce forte e melata. — Mi permetta che le presti io....

Trasse dal borsellino alcune monete d'argento, le diede al vetturale, gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora contessa non era un'inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì per vincerla.

— Con questa gente bisogna andar cauti, — osservò poi, mentre si metteva a fianco di Loredana ed entrava con lei nell'albergo. — Sono abituati coi forestieri; ma noi siamo italiani....

Lanciò alla fanciulla un'occhiata ammirativa, e aggiunse:

— E che bel sangue italiano!... Il signor conte è partito?

— Sì, — disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto esprimeva ingenuamente una noia senza pari.

— Tornerà presto, si capisce, — seguitò la signora Clarice per conto proprio. — Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello, abbandonato in questo selvaggio paese.