— Oh il paese è magnifico! — rimbeccò la ragazza, offesa che si criticasse ciò che piaceva a Filippo.
— Sì, ma in due lo si ammira meglio! — disse argutamente la signora Clarice.
— Mi perdoni, — interruppe Loredana, salendo le scale. — Le manderò subito ciò che mi ha prestato. La ringrazio....
— Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d'una vecchia amica, come d'una mamma....
Dall'alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un'occhiata furibonda. Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l'aveva lei, la madre sua, tanto buona?
Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.
Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore. Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di « signora contessa » che le facevan tuonare all'orecchio ogni istante e che aveva per lei un significato d'ironia, Loredana si sentiva perduta.
Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli occhi rossi e velati, fin che l'albergatrice non le recò la colazione, disponendola sulla tavola del salotto.
La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l'ultimo sorso di caffè, che udì battere all'uscio.
— Avanti! — disse.