— Sono venuto a portarle sue notizie, — rispose Filippo, salendo con la signora, tuttavia incerto dell'accoglienza. — Sta bene, mi parla sempre di lei.
Passarono innanzi alla domestica, la quale rimaneva a bocca aperta, guardando Filippo con ammirazione attonita.
— Buon dì, Rosa! — egli le disse.
E l'altra fece una riverenza, non potendo esprimere la voglia d'aver notizie della signorina.
La signora Emma e Filippo entrarono in quella saletta dal pavimento a piastrelle bianche e rosse, dove il conte e la fanciulla avevano concertata la fuga; Filippo notò subito, sopra una mensoletta di legno, una figurina di biscuit, che abitualmente era sulla tavola, e che un giorno la ragazza andava girando e rigirando, mentre l'amico le susurrava all'orecchio parole ardenti d'amore e speranze di giorni felici.
Egli prese le mani della signora De Carolis, e le disse con voce malcerta:
— Io devo chiederle perdono. Le ho portato via Loredana, la sua Lori! Ma essa è oggi felice con me. Ho fatto male, ho agito per impulso, ciecamente. Non oso scolparmi, lo vede! Pure, Loredana è felice, e questo non risponde a tutti i suoi dubbii, a tutte le sue paure?
La signora scosse tristemente la testa e ritrasse le mani dalle mani di Filippo.
— No, — ella rispose. — Sarebbe felice se potesse andare a fronte alta: ma così, quale umiliazione! Ora non comprende; comprenderà più tardi.... È una fanciulla disonorata; non ha nome; e nessuno crederà all'amore. Il mondo è cattivo; sarà accusata d'essersi venduta per vizio o per bisogno....
Filippo fece un movimento con la mano, come per protestare.