Di quella fiducia insperata, la Teobaldi conservava così profonda l'impressione, ch'ella si sarebbe ormai fatta uccidere piuttosto di parlarne. Non le era mai avvenuto d'essere messa a parte d'un segreto, perchè i maligni la dicevano pettegola; soltanto Loredana aveva improvvisamente, istintivamente avvertito ch'ella sarebbe stata capace, per amor proprio e per gratitudine, d'un silenzio eroico.
Non aveva nemmeno letto il telegramma affidatole da Loredana, e l'avrebbe spedito senza leggerlo.
Presa questa risoluzione, ella passeggiò con le mani sulla tastiera ingiallita e suonò lentamente la « Serenata » di Schubert, che le spezzava sempre il cuore, e che in quell'occasione le fece piover dagli occhi lagrime abbondanti. Pareva l'addio alla fanciulla lontana, che nel frattempo viaggiava, viaggiava, verso un destino crudele, verso una città nella quale non avrebbe trovato se non memorie di giorni cancellati per sempre; pareva il grido d'un'anima stanca e delusa....
Ma la Teobaldi si destò di soprassalto dal suo sogno.
Aveva udito la voce dell'ostessa, la quale stava ritta sul limitare, e le diceva:
— Che le viene in mente, signora Clarice? Bisogna chiudere, qui, perchè mi hanno affidata tutta la roba....
— Non penserà mica ch'io son venuta a portarla via? — osservò la Teobaldi alteramente.
— Dio me ne guardi! — esclamò l'ostessa.
— Bene, bene, me ne vado, — concluse Clarice.
Si alzò e si avviò verso l'uscio, per recarsi nella sua camera; ma l'albergatrice aveva voglia di chiacchierare, e riprese: