—No, no! Lasciatemi!—ella disse.—Ascoltatemi!
La luna circondava, magnifica di tralucente azzurro, la testa e il corpo della donna, come la sera in cui Cesare aveva prima ammirato Emilia, ritta in una gloria di bianco, di bianco latteo, e di bianco e di bianco. La luna era dovunque; batteva sui gruppi degli alberi, creava un paesaggio di tenui chiaroscuri; illividiva la villa, massiccia; stendeva dietro le foglie un velame cilestre a gradazioni argentee; abbozzava sul terreno ombre leggere.
—Ebbene?—egli domandò avidamente.—Le hai parlato?
—Sì, oggi: me ne ha dato forza ella stessa, perchè s'aspettava….
Aveva indovinato, sapeva….
E notando un atto di maraviglia nel Lascaris, aggiunse:
—Oh, ci saremo traditi le mille volte!
—Ma che cosa ha risposto?
—Ah!… È stata una cosa orribile!—esclamò Emilia, ancòra vibrando.—Sapeva, ed era felice!… Io non credeva…. Nessun rammarico, nessun dolore, nessun rimpianto per la mia affezione…. No, non imaginavo tanta facilità d'oblio…. Mi ha parlato gravemente: ha detto che io sono libera, che noi ci siamo ingannate, supponendo di poter vivere sempre l'una per l'altra…. Ha espresso perfino riconoscenza a voi, che siete giunto a toglierci dalla nostra illusione….
Cesare sospirò e le andò incontro, le mani tese, il volto rischiarato di viva gioia.
—Se tutto è riuscito bene, perchè non siete felice, perchè così pallida e spaurita?—egli chiese con espressione di mite rimprovero.—Dubitate del mio amore?