Rimaneva la promessa strana di Emilia a Roberta.

—Sì,—affermò poscia, lentamente.—Sì, tu sei libera verso di lei, e il tuo dovere è finito…. Che cosa pretende? Abusare della tua affezione, approfittare d'un mutamento della tua vita, per disfrenare la sua…. Hai parlato, hai pregato, hai imposto…. Non hai ottenuto nulla…. Ti ha spaurita con la violenza…. Si opporrà sempre ai nostri diritti, fin che tu non cessi dall'opporti alle sue follie.

I diritti!… La parola spontanea sulle labbra dell'uomo, produceva in Emilia un senso di ripugnanza…. Egli non pareva comprendere se non questo, non vedeva in una squisita dubitanza di sentimenti e di libertà, se non un altaleno di diritti e doveri. Ella battè le palpebre, smarrita, provando la vertigine d'essere spinta giù per una china, inesorabilmente.

—Ebbene?—domandò, guardando il Lascaris.

Ma egli non osava concludere; sedette, appoggiò le braccia alla tavola, si strinse la testa fra le mani, pensoso e freddo.

—Ebbene?—ridisse Emilia.—Che cosa dunque mi consigliate?… Ah, come si capisce, come si capisce che non avete affezioni!—soggiunse amaramente.—Arrivate a credere ch'io pensi davvero ad abbandonar mia sorella in faccia all'ignoto, in mezzo ai pericoli? ch'io abbia promesso, coll'intenzione di mantenere?… Per chi?… Per me? Io posso sacrificarmi!… Per voi?…

L'amante alzò la testa a guardar la dolorosa, e fu colpito dalla mutazione.

Rigida era la figura, tesa da un supremo sforzo, gagliarda di rilievo sulla cortina tremula del fogliame; la piccola fronte femminea s'era corrugata per lo sforzo d'una volontà che sembrava incrollabile.

Fissava, Emilia, il giovane con espressione ostile, forse esagerata, quasi avesse voluto abituare i proprii occhi a non più risplendere di dolcezza, a non più balenar di speranze.

—Emilia!—sclamò Cesare balzando in piedi.—Che cosa ho fatto? Perchè mi parlate così aspramente? Dov'è il vostro amore? Che significa ciò?