Emilia era votata al destino, tremendo nella sua indomabile dolcezza, che aspetta la donna, bella e giovane. Nessuno avrebbe potuto dubitarne; un altro uomo sarebbe arrivato a conquistarla poichè era giovane e bella. Doveva vivere le delizie meschine dell'amore; traversare le foreste millenarie della passione, che tutte le donne pari a lei hanno traversato.
Ella non possedeva memorie d'amore, le quali non fossero anche ricordi di morte. Se si chiedeva chi l'aveva baciata, si rispondeva che chi l'aveva baciata era morto, lasciando la sua giovanezza in mezzo a un cumulo di rovine; una chiara fonte in un parco abbandonato.
Ma da qualche tempo i sogni molestavano la sua alcova deserta, e anche sotto la selvaggia prepotenza della luce diurna, Emilia avrebbe potuto stendere le braccia e sentir fuggire nell'aria i fantasmi quasi afferrabili, divenutile crudelmente familiari. Il corpo roseo tra la pelurie bianca dell'accappatoio sembrava chiamar quei fantasmi, nascenti dalla mollizie del bagno, ridenti nel gorgogliare delle acque, un istante prima così funeste e minacciose.
Era la vita, l'anima incoercibile della giovanezza, da cui i raggi si espandevano con lunga chioma di luce; sciogliendo l'accappatoio per rivestire l'abito da passeggio, tutto il fulgore delle membra prorompeva, saliva, stupiva ella medesima…. Quante volte non aveva sentito che la dimane era certa, e la dissoluzione aspettava ogni sua grazia mortale, così gelosamente ornata di cure assidue?
Ma il giorno era pigro, lentissimo, in quella campagna marina. Dal sorgere del sole al calar della luna sembravano passare dei secoli; dal frinire delle cicale al gracchiar delle rane, era un giorno e un'epopea di sensazioni. Il mare solo, il cielo solo bastavano per una sfilata gigantesca di spiriti senza nome.
La folla aveva dimenticato il piccolo paese. Non v'erano alberghi: visto dal mare era un gruppo e una distesa d'edifici spinti fino all'ultimo limite della terra, ove l'acqua spaziava o si drizzava nella furia delle tempeste. Dietro il vivente ammasso di case si snodava la strada, che dall'altro lato, verso le colline, aveva alcune ville non illustri, coi giardini grigi per il predominio degli ulivi.
E tutti i giorni Emilia tornava, dal bagno alla villetta, ove l'attendevano Roberta e le piccole cose le quali aiutano a precipitar le ore: un libro, una lettera, un discorso con Roberta appena convalescente, una passeggiata per le camere ombrose. Ma, breve come un lampo o lungo come uno spasimo, imperava il sogno sognato ad occhi aperti sopra una poltrona a dondolo; e le due sorelle abbandonate nelle due poltrone, sognavano ad occhi aperti con le mani sulle ginocchia in atteggiamento da idoli insensibili; mentre quel tempo precipitava, che esse dovevano piangere in avvenire per l'ineffabile attrattiva delle cose perdute.
Dì sera, il giardino era tutto una festa; certi fiori non s'aprivano se non nell'umidità dell'ombra, ed effondevano un odor vellutato, un odor misterioso di notte romantica ed antica. Fra i bassi filari degli aranci, migliaia di lucciole nottiludie trescavano, vibrando i piccoli lampi verdognoli, alternando la loro luce così, da sembrare la fosforescenza delle acque sotto i raggi di luna. Erano disposte a brevi intervalli sapienti; volavano e lampeggiavano ad intervalli, s'innalzavano fin sopra la casa e ritornavano ai filari degli alberelli e vibravano la luce mite, che bastava a inebbriarle co' suoi giuochi puerili.
Emilia scendeva nel giardino ad aspirare il profumo selvatico delle notti serene. Coglieva a volo nelle mani bianche e sottili qualche lucciola sperduta e la posava tra i capelli, ridendo in su, verso Roberta che guardava dalla finestra. I cani abbaiavano invisibili, sui colli neri; i palmizii non si muovevano per alito d'aria; il silenzio massimo non era calato per anco sulla terra, ma già i romori s'affievolivano a grado a grado. In breve il sonno penetrava negli umili edifizii, mentre tutte le cose non umane proseguivano il loro ciclo eterno, senza fatica.
Ma innanzi al letto, Emilia si chiedeva s'ella pure avrebbe dormito. Le pareva che inutilmente la sua alcova fosse chiusa: qualcuno vi passeggiava in ispirito ogni sera. Inutilmente celava il suo corpo sotto vesti senza linee: qualcuno l'aveva già posseduto in ispirito e conosceva l'arco mortifero del suo braccio, ove la testa dell'amante avrebbe riposato presso il seno.