Infine, l'ultimo tratto di strada fu silenzioso, angustiato dal prossimo breve distacco e dal problema d'occupare la giornata, il cui inizio era sorto pieno di vibranti speranze, di tremanti desiderii.

Ammirarono insieme il ponte della ferrovia, a cinque grandi arcate, le quali incorniciavano cinque enormi quadri d'orizzonte, d'azzurro, di verde e di casupole: sfida insostenibile alla meccanica arte umana.

Cesare accompagnò Emilia fino all'ingresso della villetta, spalancandole innanzi il robusto cancello che cigolava.

Dall'ombra dei palmizii uscì incontro ai due giovani la figura curva e malaticcia di Roberta; si avanzava adagio, svogliata, trascinando seco una folla di disgusti, e fra le mani teneva un gran libro di racconti fantastici.

La fosforescenza, ch'è nel sorriso e intorno al corpo degli innamorati, si spense tosto intorno a Cesare e ad Emilia.

IV.

Da quel giorno, i pensieri di Cesare Lascaris si fecero così duttili e balzani, ch'egli avrebbe potuto comporne un facile poema, se avesse avuto l'espressione letteraria e la pazienza d'arrestare gli scoiattoli molleggianti sulle branche della fantasia.

La fantasia gli divenne più elastica, e dovunque gli presentò visioni, lo deliziò coi gesti ricordati della donna e con la melodia della voce femminile; il paesaggio gli riapparve asservito alla bellezza di lei; più che quadro, umile cornice.

E visse tra una flora mortifera di figurazioni sensuali.

Erano gli occhi grigi, ch'egli prediligeva? E i capelli bruni, e la giovanezza, e il corpo alto, sottile? Sì, era tutto questo.