Le risatine perlate della ragazza lo ferirono anche peggio. Si chinò a raccogliere i frantumi, e se li rovesciò macchinalmente in tasca insieme a un po' di ghiaia e a qualche sigaretta, mentre Roberta raddoppiava le risatine quasi maligne.
—Deve star molto bene, Lei, oggi?—domandò Cesare.
—Sì…. Perchè?—rispose la giovanetta oscurandosi subitamente in volto,—Come mi trova?…—Sono pallida?
Tale era l'umile preghiera della voce, che Cesare non ardì spingere oltre la sua vendetta.
—Appunto,—si affrettò a dire.—Non l'ho mai vista meglio: ha un colorito splendido.
Roberta mandò un sospiro di conforto, e Cesare si limitò a pensare:
—«Con una parola potrei forse ucciderti.»
Ma sentì di repente che si svegliava da un sogno, e che tutte le cose intorno a lui avevano ripreso il loro aspetto comune, laddove per qualche tempo egli aveva visto il giardino grande come una foresta, e i filari degli aranci profondi come i sentieri di quella foresta.
Nauseato, stava per andarsene quando Emilia sopraggiunse; aveva il suo solito abito, lilla, e in testa portava un cappello rotondo, di grossa paglia; le mani erano nude. Cesare la guardò appena, rifuggendo dall'analizzare anco una volta lo spettacolo di bellezza che non era per lui; Roberta prestamente gli gettò un'occhiata per implorarlo a tacere; e la conversazione s'avviò con una svogliatezza inabituale.
—Ebbene, che cosa è accaduto?—domandò Emilia a Roberta, quando
Cesare ebbe preso commiato.—Eravate così confusi tutti e due….