La fanciulla stava tutta raccolta, mentre viaggiava forse per qualche città d'oro, nella sua prossima vita d'eleganza. Una buona finestrata di sole erale intorno.

Ella andava soffocando le fisiche ambasce con un'interpretazione nuova; soffriva nel petto un'arsura di fiamma, le granfie d'un dolor sordo a le spalle, per tutto il corpo la ripugnanza di vivere, di muoversi, di agire? erano impressioni nervose, bizzarrie sensitive, fantasticaggini. Tossiva, arrossando la pezzuola portata alle labbra? perturbazioni fuggevoli della donna. Aveva la febbre? caldura della pelle, generata dall'ansia di quei giorni.

Si sdoppiava, facendo a un tempo da malata e da medico ingannatore; interrogandosi e rispondendosi.

—Hai bisogno di me?—chiese, al vedere Emilia così repentemente comparsa.

—Debbo parlarti….—cominciò questa. S'interruppe bruscamente, soggiogata dalla propria commozione.

Roberta si levò, riponendo i suoi arnesi nel panierino da lavoro, e prendendo un atteggiamento non solito, quasi avesse aspettato quell'ora, da tempo.

Ma trovata infine la formula per cominciare, Emilia sentì il desiderio irresistibile di non usarne.

Già era per colorir qualche pretesto; già respirava, felice del ritardo che poteva concedersi; già pensava a calmar l'impazienza di Cesare; quando, nell'alzar lo sguardo in volto a Roberta, vide questa sorridere mitemente e stendere le braccia verso lei….

La novissima êra di libertà pareva alla fanciulla dovesse principiar da quel giorno.

XVII.