Perchè Pierino non era precisamente nazionalista ma era indubbiamente patriota. Entrato in Italia, trascorsa la prima notte di matrimonio in un alberghetto di confine metà austriaco e metà italiano e che però sembrava fatto apposta per il caso loro, Pierino condusse la sua sposa a Milano e a Venezia, a Genova e a Pisa, prima di prendere la via di Roma. E, con lo stesso ardore con cui un garibaldino può mostrare ai nipoti su la camicia rossa le vecchie medaglie delle guerre dell'indipendenza, Pierino mostrava ad Eva i piccioni di piazza San Marco e il caffè Cova a Milano, il traffico del porto di Genova e la torre pendente di Pisa. Eva dimostrava per quelle diverse bellezze italiane — cieli azzurri e caffè eleganti, vecchie chiese ed alberghi moderni, torri illustri e cartoline illustrate di paesaggi napoletani e siciliani — lo stesso irrefrenabile entusiasmo che Pierino aveva per i valzer del repertorio viennese. E, se Eva era fiera dei suoi valzer, Pierino era fiero delle sue cartoline illustrate. Nel giovanissimo ménage italo-austriaco ognuno portava l'orgoglio più che legittimo delle rispettive glorie nazionali.

La dichiarazione di guerra tra Germania e Austria da una parte e Francia e Russia dall'altra li sorprese una sera, a Napoli, nell'hall di un grande albergo, in estasi dinanzi ad una tarantella sorrentina riesumata tre volte alla settimana, dalle vecchie tradizioni locali, ad uso e consumo dei touristes amanti di color locale. Nel giornale che leggevano insieme febbrilmente Pierino corse sùbito a vedere che cosa faceva l'Italia ed ebbe la consolazione — poichè il suo spirito era pacifico ed umanitario ed al suo cuore di buon figliuolo la carneficina della guerra faceva spavento — ebbe la consolazione di veder che l'Italia rimaneva neutrale. Da parte sua Eva non fu molto commossa dal terribile annunzio: apparteneva ella ad una schiatta guerriera ed ella aveva sùbito trovato, come un giornalista viennese o berlinese, prima ancora di leggere i giornali di Berlino o di Vienna, l'alibi della innocenza tedesca: terribile flagello la guerra, ma l'Austria non l'aveva voluta: l'avevan voluta la Serbia e la Russia. Del resto la guerra avrebbe avuto breve durata.

Eva pontificò sùbito fra i clienti neutrali dell'hôtel: la Serbia sarà sùbito rimessa al suo posto con uno scappellotto e l'occupazione di Belgrado al primo colpo di cannone. Sùbito dopo, sgominato il piccolo nemico del sud, l'intero esercito austro-ungarico — sette od otto milioni di uomini, signori e signore! — avrebbe saldato la partita, in un sol giro di carte, col nemico del Nord, con la Russia che ha molti uomini ma non può armarli, che ha smisurati territorii ma limitatissime ferrovie e quindi l'assoluta impossibilità di una rapida e intera mobilitazione. Dall'altra parte intanto la Germania avrebbe pensato a dare alla tracotanza francese la lezione che si meritava e se Guglielmo I aveva nel '70 impiegato qualche mese per arrivare a Parigi, nel 1914 l'Imperatore Guglielmo II se la sarebbe sbrigata in due settimane. E lì, davanti a un gruppo di italiani attoniti, di neutrali soggiogati dalla visione guerriera della strapotenza austro-tedesca, Eva Kramer risolveva la guerra in quattro e quattr'otto, come se manovrasse su un tavolino due eserciti di soldatini di piombo. Poi cadde dal tono eroico al tono elegiaco: aveva due fratelli, uno avvocato di grido, l'altro gran medico, tutt'e due militari, ufficiali, degli usseri il primo, d'artiglieria il secondo. Poveri ragazzi! Avevano l'uno e l'altro moglie e figliuoli. Ma, con spartana fermezza, Eva concluse che queste erano le necessarie abnegazioni della guerra e che occorreva nell'ora della prova aver coraggio e speranza. Tanta meravigliosa energia rapì d'entusiasmo il suo piccolo pubblico ed Eva approfittò di quel momento propizio per levarsi e ritirarsi, scortata da Pierino, nel suo appartamento, allontanandosi con dietro una scìa d'ammirazioni e d'approvazioni. «Che donne, sentiva dire, queste tedesche.... Tutte d'un pezzo!». Sentiva anche Pierino e rialzava fiero la fronte, nell'orgoglio d'avere una moglie solida e ferma a quel modo, una moglie infrangibile, come le più belle bambole tedesche dei bazars di Norimberga.

In ascensore Eva domandò: «E Hampfel?». Pierino, che non aveva chiaramente compreso la domanda, non seppe che cosa rispondere e per prendere tempo e capire meglio rinnovò a sua volta il punto interrogativo: «Già, e Hampfel?». Ma sua moglie chiarì la domanda: «Andrà alla guerra anche lui?». Pierino si strinse nelle spalle strette e attillate dello smoking e timidamente, senza prendere posizione, mormorò: «È soldato....». Ma Eva rispose: «No, non è soldato, Hampfel.... Ora è diplomatico e per i diplomatici c'è l'esenzione. Io dico che raggiungerà egualmente la sua destinazione a Roma....» Parve a Pierino di vedere negli occhi della moglie il desiderio, l'ordine quasi di un consenso e, docile, approvò: «Dico anch'io così....».

Pel corridoio, raggiungendo le loro camere, Eva ebbe bisogno ancora di rafforzare il suo rassicurante convincimento: «Io dico che, specialmente adesso, non possono lasciare l'Ambasciata di Roma senza attachè militare.... È vero che l'Italia è neutrale, ma anche i neutri van sorvegliati....». E il major Hampfel fu così la transizione per passare dalla questione europea alla questione italiana. Su questa Eva non aveva ancòra fermato il suo pensiero. Ma ce lo fermò appena giunta in camera e, piantatasi di fronte al marito, gli aprì gli occhi negli occhi e gli sparò a bruciapelo la prima revolverata polemica:

— Ma, a proposito, perchè l'Italia è neutrale?

Pierino, che si stava già sfilando lo smoking, rimase con mezzo braccio nella manica e mezzo fuori. Pin, pan.... Seguì la seconda revolverata:

— Non c'è la Triplice Alleanza?

Pierino stimò opportuno rinfilare la manica e riprendere un atteggiamento corretto. Venivano sul tappeto gravi questioni diplomatiche e conveniva accoglierle in abito da cerimonia. Pin, pan, pan.... Terzo colpo di revolver: