III. QUATTRO STRACCIONI

L'irredentismo italiano, poichè non era un valzer, aveva sempre lasciato Pierino Balla perfettamente indifferente. Aveva una vaga idea della questione. Cadore, Carnia, Alpi Giulie, eran per lui indicazioni incerte, che non si collegavano nel suo spirito geografico e patriottico a nulla di molto preciso. Sapeva, sì, che erano lassù, a destra per chi guardava una carta d'Italia; ma se gli avessero dato l'incarico di segnarne l'ubicazione sopra una carta muta avrebbe dovuto dire: indovinala grillo e affidarsi alla benignità del caso.

Del Trentino aveva un'idea un po' più chiara perchè nel periodo di una lunga indisposizione, durante la quale non aveva potuto andare a teatro, gli era capitato di leggere una serie d'articoli dell'onorevole Federzoni sul lago di Garda e annessi e connessi. Immaginava così il Trentino come un'immensa scalinata di montagne sempre più alte che dal «Gardesee» si spingeva su su a quel Brennero che per lui era l'estremo limite delle sue conoscenze geografiche come l'estrema Thule era per gli antichi Romani del grande Impero. Dell'irredentismo in generale e in particolare poco sapeva. Non credeva che il problema avrebbe mai potuto turbare i rapporti fra la sua cara Austria e la sua diletta Italia, poichè durante decine e decine d'anni tutt'i ministri degli Esteri della Consulta e della Ballplatz avevano potuto, non ostante quella questione, incontrarsi periodicamente ad Abbazia per diramare di comune accordo i più rassicuranti comunicati ufficiali. Tutto l'irredentismo non aveva per lui che due manifestazioni ugualmente periodiche ed egualmente inoffensive: un discorso del D'Annunzio ogni tanto in cui il poeta chiamava l'Adriatico «l'amarissimo Adriatico» e la rielezione di legislatura in legislatura dell'on. Barzilai, triestino, a deputato del quinto collegio di Roma. C'era anche, a dire il vero, il nome di Guglielmo Oberdan che tornava periodicamente su i giornali. Ma anche quel nome, come Cadore o Carnia, non evocava nel suo spirito nulla di preciso oltre una vaga idea di dimostrazioni proibite e di questurini in movimento. E c'era infine un singolare fenomeno d'agorafobia — paura delle piazze — per cui gli studenti romani non potevano mai passare in piazza Colonna, sotto il palazzo Chigi dove aveva sede l'ambasciata d'Austria, senza essere vittime di una nuova crisi nevrastenica che si manifestava con grida di «Viva Trento e Trieste» e si calmava sùbito con tre squilli di tromba.

In queste condizioni di spirito gli sarebbe stato assolutamente impossibile prevedere ciò che il destino gli preparava facendolo incontrare a Vienna, nella più dolce sera del Prater, con gli occhi azzurri — azzurri come il Danubio è azzurro non già sotto i ponti di Vienna o di Budapest ma nel valzer famoso — con gli occhi azzurri della signorina Eva Kramer. Di nulla sospettando Pierino Balla s'affidò alle apparenze benigne della sorte. Non erano trascorsi quindici giorni che già, per lettera, sotto dettatura della signorina Kramer, egli chiedeva al maestro Kramer che gli venisse concesso l'onore di avere nella sua mano di sposo la mano di sposa della sua cara figliuola. E non era trascorso un mese e mezzo che la signorina Kramer e Pierino Balla, una mattina, alla Sudbanhoff, salivano in uno sleeping-car diretto a Pontafel e da Pontafel in Italia. C'erano alla stazione molti amici a salutarli, tutti gentili, tutti carichi di fiori. Ma il più gentile di tutti, di tutti il più affettuoso, fra tutti il più infiorato, era l'herr major Hampfel, accompagnato da una frau la cui età l'avrebbe designata più per esser la moglie d'un generale a riposo che quella d'un maggiore in piena attività di servizio. Ad Eva ed a lui l'herr major Hampfel aveva ripetutamente stretto la mano ed aveva più volte confermato che si sarebbero presto ritrovati a Roma poichè entro un mese, o due tutt'al più, avrebbe dovuto raggiungere il suo posto d'attachè militare all'Ambasciata d'Italia. Ed il major Hampfel, che era stato a Roma in viaggio di nozze ed anche per compiere, approfittando della buona occasione, alcuni suoi specialissimi studii di carattere militare, si affannava a dare ad Eva tutte le indicazioni che potevano esserle utili. Sentiva, Pierino, la tentazione di dire ad Hampfel che risparmiasse il fiato poichè Eva poteva contare, per gli orientamenti necessarii, su la sua discreta competenza di italiano e più che di italiano addirittura di napoletano romanizzato. Ma il galateo avverte che le persone bene educate devono avere sempre una parola di meno e Pierino, anche per ingenita timidità, era molto bene educato. Non capiva però come l'herr major Hampfel non s'accorgesse che tutte quelle prolisse spiegazioni erano superflue nè perchè mettesse nel darle una così grande insistenza. Non osservò, Pierino, che le spiegazioni romane dell'herr major Hampfel cominciavano sempre con poche parole di francese o d'italiano e finivano poi in un diluvio di parole tedesche. E anche se l'avesse osservato, Pierino, che non sapeva il tedesco, non avrebbe potuto rendersi conto che quelle indicazioni su Roma, che parlavan di Roma finchè erano in francese o in italiano, quando diventavano conversazione in tedesco non parlavano più che di Vienna. E quando finalmente il treno si mosse, di tra le voci di saluto di Kramer e degli amici, si levava ancora la bella voce baritonale dell'herr major Hampfel:

Aufwiedersehen!... Aufwiedersehen!...

Ed Eva spenzolata dal finestrino, agitando il fazzoletto, con gli occhi lacrimosi, gridava ad Hampfel:

— A Roma! A Roma!

E l'herr major a sua volta:

— A Roma! A Roma!

E Pierino era commosso e lusingato. Con che accento parlavan di Roma quelli austriaci! E come poteva non esser sicura per l'Italia l'amicizia di un grande popolo che amava Roma a quel modo?...