La decorazione della tavola, con una serie d'innumerevoli vasettini allineati tutt'in fila, incrociava una serie di bandierine italiane con garofanetti bianchi e rossi e foglie di verdura e una serie di bandierine francesi con bluets, piccoli geranii e roselline bianche; e, in mezzo alla tavola, un vaso più grande conteneva garofani rossi e piccole azzurre azalee e su queste certe striscioline di margheritine italiane in modo che, volendo, si poteva anche avere una vaga reminiscenza della bandiera inglese. Nemmeno se quella fosse stata la sera della pace universale una decorazione floreale come quella sarebbe apparsa tollerabile alle esuberanze patriottiche delle signore austriache e tedesche e alle cautele coniugali e nazionali dei loro mariti italiani. D'altra parte non c'erano altre tavole libere, nè senza provocare un piccolo scandalo di cattivo gusto era possibile far smontare quella decorazione preparata per il pranzo degli ufficiali francesi, inglesi e italiani. Per fortuna Eva Kramer adocchiò in un angolo della sala un bel girasole e ordinò sùbito a un commis di portarlo nel bel mezzo della loro tavola perchè fra tanti colori d'alleati o di presunti alleati ci fosse anche, su la loro tavola, un po' di giallo austro-tedesco.

Conobbe, quella sera, Pierino, la gloria dei grandi profeti e di madame de Thèbes. Un amico, verso le undici, raggiungendoli nel foyer del Grand Hôtel mentre tutti a una voce riesaminavano per l'ennesima volta gl'inestimabili beni d'una rinnovata amicizia italo-austro-tedesca, portò la notizia, l'inaspettata notizia: «Il Gabinetto Salandra era dimissionario». La scena, anzi, era stata drammaticissima: Salandra era stato sempre incerto fra la guerra e la pace, più incline forse, per pacifico temperamento di meridionale, verso questa che verso quella. Il mezzo sangue inglese di Sonnino era invece causa di tutto: voleva la guerra a qualunque costo e per quanto Bulow e Macchio s'affannassero a portare alla Consulta ogni mattina nuovi doni territoriali, economici e politici, Sonnino, col suo mutismo scontroso, riduceva quei poveri ambasciatori a domandarsi che cosa altro potevano ancora offrirgli se non addirittura Vienna e la nomina di Francesco Giuseppe, bell'anima, a prefetto della centesima provincia del Regno d'Italia. Ma il Re messo in guardia da Bulow, il quale era andato a Palazzo senza tanti complimenti e aveva aperto la porta di Sua Maestà senza neppure farsi annunziare per dirgli che Sonnino, venduto o almeno affittato allo straniero, non gli aveva detto che cosa realmente lui e Macchio offrivano con tenerissimo cuore alla bella e cara Italia, il Re, aveva posto a Salandra il dilemma: «O via Sonnino, o via io!» Tra Sonnino e Salandra, in un Consiglio di Ministri ch'era stato terrificante, erano corse parole gravi e vie di fatto fortunatamente leggere. Dopo di che Salandra era tornato dal Sovrano e gli aveva detto: «Poichè Sonnino non vuole a nessun costo andarsene, Maestà, ce ne andiamo tutti...» Fin qui le notizie certe, sicure, di fonte indiscutibile! «E ora?» domandavano, raggianti, le signore austriache e tedesche. «E ora, rispondevano i mariti con l'aria di chi si è tolto finalmente un grave peso di sopra lo stomaco, ora, diamine, torna Giolitti e l'accordo è firmato in quarantott'ore!» Volle, per tanta gioia, Eva Kramer-Balla, che si stappassero alcune bottiglie di sciampagna, di marca francese, purtroppo poichè i gas tedeschi sono più utilmente adoperati per la guerra che non per il vino. E con un brindisi alla vittoria austro-tedesca e alla neutralità italiana, la pace coniugale dei sei ménages italo-austriaci fu patriotticamente sugellata dalla ceralacca di belle labbra femminili che col loro carminio naturale o artificiale invitavano a imprimervi sopra, in un bacio, il dolce bollo dell'autorità maritale. Eva Kramer fece di più: non solo offrì la ceralacca ma volle che vi fosse impresso, lì, d'innanzi a tutti, il sigillo addirittura. E quando fu bene impresso disse a Pierino in tedesco: «Ich liebe!» che val quanto dire in italiano: «Ti amo!» E l'amato giovane andava in giro per il gruppo dei ménages italo-austriaci: «Ve l'avevo detto io?... La verniciatura... Ve lo avevo detto io? Il colore dell'automobile...» Che se non ci avesse pensato lui a ricordare le sua profezia nessuno se ne sarebbe dato premura. La gloria dei profondi profeti, dei grandi scrittori e dei più famosi tenori è purtroppo fatta così: devono annaffiarsela personalmente tutt'i giorni. Guai al profeta, guai allo scrittore, guai al tenore che dieci o venti volte al giorno non ferma gli amici per istrada esclamando con un sorriso: «Eh? Come son grande?»

Le grandi gioie ripugnano all'immobilità. L'uomo veramente felice s'agita, si dimena, muove le braccia e le gambe, non può rimanere nel luogo ove la felicità fu incontrata ed ha bisogno di portare questa felicità in giro per il mondo, per la città, o almeno per la casa, almeno per le stanze, cerca di farla vedere a tutti, di farla invidiare, poichè, diceva un filosofo pessimista, non v'ha felicità senza infelicità altrui, come non v'ha luce senza contrasto di ombre. I cinque o sei ménages italo-austriaci uscirono così dal Grand Hôtel verso mezzanotte e saliti nelle loro automobili portarono la loro felicità in giro per le vie di Roma deserte a quell'ora. Suonavano, nel gran silenzio della città notturna, le grida dei rivenditori di giornali che annunziavano le quinte edizioni con le dimissioni di Salandra. Gli chauffeurs avevano avuto ordine di discendere al Corso e al Caffè Aragno, cuore e polmoni della vita romana, per le vie Boncompagni e Ludovisi. Ma, giunti all'altezza di Villa Malta, dovettero sostare dinanzi ai cordoni di soldati che sbarravano Capo le Case per proteggere i sonni dell'ambasciatore tedesco. Un caporaletto vietò il passaggio delle tre limousines attraverso i soldati. Ma un ufficiale, un bell'ufficiale dei bersaglieri, accorse alle leggere proteste delle belle signore e diede ordine ai soldati di lasciar libero il passaggio. Così il cordone s'aprì e i bersaglieri che non dovevano fare la guerra fecero ala al corteo dei cinque o sei ménages italo-austriaci tripudianti d'amor patrio. E la gioia rende così indulgenti che Eva Kramer-Balla, guardando il bell'ufficiale dei bersaglieri, disse al marito suo e agli altri mariti italiani delle sue connazionali: «Avete, in verità, dei gran bei soldati!».

Più giù, al Corso, trovarono un po' di gente: giornalisti, deputati, nottambuli d'ogni qualità. Leggevano i giornali, discutevano ad alta voce. Il caffè Aragno era chiuso poichè anche quella sera le contese cortesi tra neutralisti e interventisti avevano mandato in frantumi una grossa specchiera, lieta del resto di quella fine, tanto era da dieci mesi stanca di riflettere il commovente spettacolo della concordia dei popoli. Non discesero dalle automobili. Rimasero lì, a guardare, ad ascoltare. Laggiù, in fondo, verso piazza Colonna, altri cordoni di soldati, granatieri questi — gran bei soldati, gran bei soldati, in verità! — proteggevano, inquadrando di baionette palazzo Chigi, i sonni del barone Macchio. Sul marciapiede buio d'Aragno un deputato siciliano, principe e socialista, tuonava focose invettive: «Faremo i conti con tutti... Oramai siamo all'aut aut: o la guerra o la rivoluzione!» Altri intorno a lui gridavano: — «Sì, sì, la rivoluzione, la rivoluzione.....» — Altri ancora gridavano un po' più in là: «Salandra non deve andarsene.... Giolitti non deve tornare...» E il ritornello, basso, alto, vicino, lontano, insisteva: «La rivoluzione! La rivoluzione!».

Alle Termopili eran solamente trecento ma bastarono a fare una bronzea pagina della storia del mondo. Quei cinquanta nottambuli potevano bastare a fare una rivoluzione da Aragno? Avevan l'aria di crederlo. Eva, a guardarli, ne dubitava.... E Pierino, che nella sua gloria di profeta e nella sua gioia di marito sentiva anche di diventar spiritoso, disse: «E perchè no? Hanno anche questi Leonida con loro...» Ma poichè i nomi di battesimo dei deputati italiani non sono ancora materia obbligatoria di studio nelle scuole austro-tedesche le signore guardarono interrogativamente Pierino il quale aggiunse, cortesemente, per riparare le lacune della Kultur germanica: «Già, Leonida Bissolati....».

Tornò a casa, Eva Kramer, persuasa che la rivoluzione preannunziata dal deputato siciliano sul marciapiede d'Aragno non prometteva di essere, almeno fin dal primo momento, terribile quanto la rivoluzione francese. E così dormì pacificamente la sua prima notte di neutralità finalmente e dopo tante pene assicurata. Poichè v'ha un singolare piacere a ricordarsi dei pericoli quando sono passati, Eva Kramer dovette, nel tepore delle lenzuola, sognare i soldati d'Italia e il bel tenente dei bersaglieri. Infatti Pierino che, senza badarci, nella gioia di quella serata aveva bevuto una tazza di caffè la quale bastava a togliergli il sonno almeno per due o tre ore, sentiva Eva nel sonno, con languidi sospiri e voce commossa, ripetere dì tanto in tanto: «Bei soldati, in verità, bei soldati!»

Le grandi felicità sono anche brevi. Il destino non assegna a ogni cuore che una precisa razione di gioia e il cuore che la consuma in grande quantità si condanna a subire un'implacabile legge: quella che proporziona la durata al consumo. Dopo un solo giorno di bene infatti, un pomeriggio, mentre prendevano il tè nel salotto di Eva Kramer, i ménages triplicisti furono chiamati alla finestra da uno scalpiccìo di passi e da un basso coro di voci cavernose. Scendeva da via Venti Settembre e si dirigeva verso Via Nazionale una forte colonna d'uomini in prevalenza borghesi che marciavano a passo cadenzato brontolando a coro e scandendo le sillabe: «Mor-te-a-Gio-lit-ti! Mor-te-a-Gio-lit-ti!» E la stessa sera, mentre giuocavano a poker, ricevettero altre notizie allarmanti: al Costanzi, dove si doveva onestamente rappresentare un'inoffensiva Figlia del Tamburo Maggiore, Gabriele d'Annunzio aveva denunziato da un palco all'ira popolare i traditori della patria e aveva letto, applaudito anche dai carabinieri di guardia, una sua ode contro Francesco Giuseppe. Fuori del teatro intanto la folla gridava come ossessionata: «Guerra! Guerra!» e voleva raggiungere la casa di Giolitti, levar dal suo letto e trascinare per le vie il corpo dell'odiato Dittatore di ieri. Nelle vie attorno alla casa dell'ex-presidente i dimostranti si battevano di su le barricate dopo avere spento a sassate le lampade elettriche. E, ahimè, orribile a dirsi, anche l'esercito passava alla rivoluzione. «In via Nazionale, raccontava uno dei mariti esterrefatto, in via Nazionale, figuratevi, un capitano di cavalleria è stato invitato da un commissario di polizia a caricare i dimostranti... Ma il capitano ha sfacciatamente rifiutato affermando che i suoi uomini erano, sì, pronti a marciare contro il nemico, ma non a caricare i fratelli...»

Quando ebbero commentato gli avvenimenti, quando ebbero veduto le vie sfollarsi e gli squadroni di cavalleria tornare in caserma — oh, dopo tutto, dopo tutto soldati come tutti gli altri e niente, proprio niente d'eccezionale... — Pierino Balla italiano malgrè lui, ritrovatosi solo in camera da letto con sua moglie dovette fare i conti con Eva Kramer austriaca malgrè tout. «Ma insomma che succede? Che cosa fate? Che fa il Re? Che fa la Camera? Dove si va?» Pierino tentò di essere ancora rassicurante: «Non t'allarmare. Vedrai...» E la moglie: «Vedrò?... Che cosa altro devo vedere?... Ah sì? Ti pare ancora che non basti?... Entrano nella Camera, assalgono per via e su i tramvai gli ex-ministri, assediano la casa di Giolitti, fanno le barricate... Che altro devo vedere? In Austria, a quest'ora, quanti avrebbero già pagate care queste buffonate!...» Pierino tentò di spiegare: «Sai, in Austria, voi avete la forca...» Ed Eva saltò su inviperita: «Vorresti forse farcene rimprovero?» E Pierino, impaurito e docile: «Ma no, cara, lodarvene...» Ma Eva Kramer, nell'impeto, commise una gaffe: «L'avete avuta anche voi, in Italia...» E Pierino, senza volerlo, ebbe una risposta felice: «Sì, cara, ma era la vostra.» Eva, intanto, s'era svestita e avvolta in una rosea camicia da notte di seta s'introduceva fra le lenzuola. Con cinque parole concluse le sue impressioni di quella sera: «È la rivoluzione sul serio!...». Non seppe, Pierino, se era il caso di illuderla ancora o di prepararla pian piano agli eventi. Nel dubbio accese una sigaretta e infilò il pigiama. Poi, quando fu a letto, credette doveroso allungare verso la camicia di seta di sua moglie — qui si parla del contenente per il contenuto — un tentativo d'abbraccio. Ma fu violentemente respinto da un piede ribelle che rimise debitamente le cose al loro posto: l'Austria da una parte, imbronciata, e l'Italia, mortificata, dall'altra.

Poichè i popoli dormono da più di un anno, ogni notte, le loro otto o nove ore filate su lo spettacolo della più tremenda guerra della storia, Eva Kramer non poteva non dormire dieci ore su lo spettacolo — semplice prova generale, del resto — d'una rivoluzioncella da nulla, d'una rivoluzioncella da ridere, d'una rivoluzioncella insomma italiana, ed era detto tutto. Del resto, col coraggio della disperazione, a mano a mano che gli eventi precipitavano, Eva Kramer se ne infischiava sempre più. Tanto che l'indomani, nel pomeriggio, la notizia del nuovo incarico a Salandra la lasciò perfettamente tranquilla a discuter di vestiti dalla sua sarta dove la notizia, col sopraggiungere di Pierino trafelato e commosso, gli era stata cautamente somministrata. Nè meno tranquilla la lasciarono gli avvenimenti successivi: la convocazione della Camera, l'annunzio che il barone e il principe preparavano i bauli, le voci di mobilitazione generale che correvano di ora in ora. Era la guerra? Proprio la guerra? Questo non era ancora assolutamente sicuro. «Del resto, diceva Eva al marito ridendo d'un sorriso sforzato e nervoso, del resto hai voluto la guerra contro di noi? E goditela, la guerra! Contro di noi, vedrai, ti romperai le corna...» Pierino osò obiettare che la guerra, lui, proprio lui non l'aveva affatto voluta, e che aveva la coscienza tranquilla. «E in quanto alle corna, aggiunse poi scherzando, non so se posso rompermele, poichè so, adorata, di non averle...» Eva corresse: «Che sciocco! Si capisce che non parlo di te. Parlo a te per un artificio rettorico...» Pierino sorrise riconoscente; ma, tanto sono bizzarre ed inesplicabili le associazioni di idee, l'artificio rettorico richiamò al suo pensiero l'imagine dell'herr major Hampfel, con le braccia tutte piene di fiori, sul marciapiede della Sudbanhoff.

Ma una sera Eva Kramer tornò all'albergo in uno straordinario stato di sovreccitazione lieta, che si manifestava in sorrisi e in sgambetti, in strizzatine d'occhi e in buffetti ch'ella somministrava copiosamente al naso di Pierino che raccoglieva, docile, senza capire. Era in camera, Pierino, a infilarsi lo smoking. Ora con un po' di smalto di fabbrica tedesca — made in Germany — si lustrava meticolosamente le unghie e le faceva lucide da potercisi specchiare dentro comodamente per radersi la barba. Eva si svestiva e si rivestiva in fretta, gettando di qua e di là bluse e sottovesti, lanciando ora uno scarpino su l'immacolato sparato di Pierino, girandogli ora una calza di seta intorno al collo. E ogni tanto, passandogli accanto, mentre egli rimaneva impalato in mezzo alla stanza a lustrare a lustrare e a lustrare, via una piroetta e giù un buffetto. «Sei allegra, cara....» mormorò finalmente Pierino senza osar domandare perchè, dato che fra i coniugi, nei riguardi di Eva, vigevano il protocollo e l'etichetta delle Corti per cui un suddito non può interrogare un sovrano ma può solo, se dal sovrano interrogato, rispondere. Senonchè i sovrani sono alle volte condiscendenti per soddisfare le mute curiosità dei sudditi rispettosi e ligi al cerimoniale. Così anche Eva volse uno sguardo affettuoso al suo suddito marito e, piantandoglisi davanti tutt'inguantata in una combination carnicina, elargì la spiegazione del suo straordinario buonumore: «Senti, disse al marito, me ne dispiace tanto per te che sei italiano, ma Bulow vi ha dato una buona lezione. E voi avete un proverbio adatto e al caso dovreste ricordarvene: a buon intenditor...» Pierino era, nella vita coniugale, uomo di poche parole. Se sua moglie non parlava, egli, per rispetto, non osava interrogare. Se sua moglie parlava egli, per prudenza, evitava d'interloquire. Era, così, diviso fra due timori: quello di mancar di rispetto e quello di mancare di spirito. Sua moglie amava parlare, come suol dirsi in musica, per «sincopati». Le idee non le uscivano dalle labbra, solitamente, una dopo l'altra, una nell'altra. Uscivano a spizzichi, ad intervalli, con larghe pause. Talchè Pierino non sapeva mai quando un'idea era finita e quando era il caso di far vedere che aveva capito. Gli era accaduto una volta di esclamare: «Giustissimo!» quando ancora Eva, nel sincopato, era all'a e bi del suo ragionamento e doveva giungere sino alla zeta. A quell'esclamazione Eva era saltata su inviperita: «Giustissimo? Giustissimo che cosa? Se non ho ancora parlato? Se non sai ancora che cosa volevo dire? Perchè mi approvi senza ascoltarmi? Se vuoi far vedere che sei molto intelligente, fai invece la figura di un imbecille... Se vuoi invece prendermi in giro, son donna io, sappilo, da prendere in giro non uno ma dieci bamboccetti come te...». In silenzio Pierino aveva firmato la ricevuta di quell'invettiva con un sorriso ebete. L'aveva capita tutta in una volta perchè era venuta fuori tutta d'un fiato. Eva Kramer, infatti, non aveva la concatenazione immediata delle idee che quando si trattava di dire impertinenze. Prova ne sia che se parlava dell'Italia e degli Italiani argomentava sempre speditissimamente.