Lo sapeva da un pezzo. Ma non aveva saputo mai trovare una forma così sintetica, così espressiva e così profonda per il suo pensiero. Per queste profonde divinazioni dell'anima umana e del nostro umano destino, già non ci sono che i poeti, i grandi poeti. «Che verso, che bellezza!... La vita non è che un valzer...».

E «Pierino Balla e canta» ne fece il suo motto e lo fece stampare di traverso, con inchiostro viola del pensiero, su la sua carta da lettere. Da quel giorno il valzer diventò per lui uno scopo, un fine, una missione. Andava ad ascoltarli con la gravità mistica con cui si assiste ad un rito. Faceva propaganda fra i suoi amici in favore dell'operetta viennese. Parlava d'arte e di politica a proposito di Eva e di Franz Lehar. Dal coro dei parigini:

Nell'aria di Parigi

c'è molta seduzion...

giungeva al coro della politica europea e della Triplice Alleanza per dimostrare che:

Nell'aria di Vienna

c'è molta protezion....

per gli Italiani finalmente veramente amici d'un popolo con cui è facile, diamine, intendersi, visto che gli uni e gli altri amiamo la musica leggera e che un valzer viennese ed una canzonetta di Piedigrotta non possono ispirare ai ministri degli esteri di due Stati così soavi che i sentimenti della più cordiale tenerezza reciproca.

Quando i manifesti teatrali preannunziavano una nuova operetta viennese — o ungherese — «Pierino Balla e canta» mobilizzava otto giorni prima tutt'i suoi amici. S'incaricava lui di comperare i posti, di distribuire i libretti e, pei più poveri o i più restii, faceva lui addirittura le spese: «Creare fra i due popoli questi cordiali rapporti artistici, è servire il mio paese...» diceva. E gli amici gli rispondevano: «Sì, Pierino, e ti faranno cavaliere.» Uno aggiungeva: «Della Corona d'Italia...» Pierino non sdegnava, da buon italiano, l'offerta. Ma all'offerta aggiungeva con un sorriso e una luce negli occhi: «E dell'Aquila Nera!»

E quando usciva dal teatro e non era ancòra sazio di valzer e di Vienna, correva col tram da Faraglia o al Moderno poichè faceva ancora in tempo a sentir l'ultimo valzer delle orchestrine di quel caffè. Le «dame viennesi» lo mandavano in visibilio anche se erano di Frascati e se le parrucche bionde erano posticcie. Sentiva suonare Sulle rive del Danubio con beatitudine, con voluttà, gli occhi fissi al soffitto, fischiettando attorno al pomo del bastone appoggiato su le labbra. E all'amico che lo accompagnava sospirava di tanto in tanto con l'anima sognante: «Senti... senti... C'è tutta Vienna!» E, finalmente, andava a casa. Saliva le scale a tempo di valzer, si svestiva cantarellando e ballonzolando Laggiù nel silente giardino, spegneva il lume fischiettando — Amorin, tesorin — e allungandosi solo nel suo letto di scapolo si addormentava sognando il Prater.