Ma, poichè non è concesso agli uomini che d'esser felici provvisoriamente, i più bei sogni hanno un risveglio. Addormentatosi una sera sognando il Prater, s'era svegliato una mattina con una lettera della mamma e il giornale che la padrona di casa gli portava col caffè ed egli apriva sùbito, indifferente alle notizie europee ma impaziente di correre in quinta pagina alla colonna dei teatri. Tanto la lettera della mamma quanto la lettura del giornale gli diedero quella mattina il consiglio di ricordarsi che il peculio paterno era agli sgoccioli e che per un paio di settimane era forse il caso di pensare che la vita, sì, non è che un valzer, ma che tuttavia questo valzer bisogna avere il modo di suonarlo. Fulmineo nelle sue decisioni, con quello stesso coraggio della disperazione che spinge un uomo a buttarsi a fiume tutto d'un colpo anzichè scendervi poco alla volta per affogare gradatamente, Pierino Balla, letto sul giornale che un concorso per vice-segretario di terza classe a duemila lire era bandito dal Ministero delle Poste si vestì in fretta, raccolse i suoi documenti e i suoi titoli di studio, redasse una domanda in regola e corse a depositare il plico in via del Seminario. Pochi giorni dopo si presentava agli esami. E poichè aveva imparato lentamente ma aveva imparato, poichè non era uno sciocco per quanto gli piacesse — la vita non è che un valzer! — di sembrarlo, gli esami li diede bene e riuscì tra i primi. S'era a maggio e a luglio doveva prendere servizio, riscuotere le prime centocinquantadue lire del suo stipendio mensile. Pochine, in verità. Ma potevan bastare. L'allegria arrotonda i bilanci più magri. E la vita non è che un valzer.

La vita però è anche una tessitrice che annoda e intesse misteriosamente e capricciosamente i suoi fili. Quando una mattina Pierino Balla uscì di casa e si fermò, come era sempre suo primo pensiero, all'angolo della strada di casa sua per vedere uno ad uno, meticolosamente, i manifesti teatrali, non un'ombra di presentimento sfiorò la sua anima ballerina e leggera dinanzi a quel gran manifesto d'un teatro che chi sa mai perchè in bianco rosso e verde, preannunziava la prima rappresentazione di una nuova operetta viennese di Franz Lehar. Sentì, Pierino, un gran tuffo al cuore e vide tutto rosso, ma non perchè una voce segreta l'avesse avvertito che quel manifesto decideva della sua vita. Il tuffo al cuore gli era stato dato dal solo fatto di aver letto sott'il titolo della nuova operetta che l'autore venuto espressamente a Roma, che Franz Lehar in persona ne avrebbe diretto l'esecuzione. Quando si riebbe, il primo pensiero di Pierino Balla fu di correre al teatro e di prenotare, e di pagare, e di portarsi via lo scontrino — non si sa mai: una sbadataggine del botteghino — che gli dava il diritto d'occupare quattro sere dopo la prima poltrona di prima fila, lì, a destra del direttore d'orchestra, del Kappelmeister, a un metro da Franz Lehar, così vicino a lui che avrebbe potuto buscarsi un raffreddore all'aria sollevata dalle falde della marsina agitata dal celebre maestro nei momenti a scatti del direttore d'orchestra. Non prese un raffreddore quella sera, Pierino Balla, perchè il maestro, da buon tedesco composto ed equilibrato, non si sbracciava a dirigere come Mascagni ed anche perchè invece che in marsina dirigeva in smoking e lo smoking non ha falde che possano far vento. Ma se non prese un'infreddatura prese per Franz Lehar una cotta che gli fece traversare tutte le ansie e ricorrere a tutte le astuzie d'un innamorato che vuol trovare il modo di giungere a toccare il cuore della sua bella che non lo conosce e che ancora non si è accorta di lui.

Le idee più luminose sboccian talvolta nei cervelli più oscurati dalla passione, per legge di contrasto e perchè al buio anche un fiammifero acceso può far l'effetto di un lampo di genio. Così Pierino Balla scambiò senza modestia per un lampo di genio il fiammiferino di un'ideuccia che gli spuntò nel cervello quando, la mattina dopo il trionfo della nuova operetta, si sentì eccitato dall'irresistibile desiderio di conoscere personalmente il grand'uomo della sua piccola musica e fu convinto che sarebbe stato veramente perdere una occasione più unica che rara lasciare che Franz Lehar fosse venuto a Roma, perchè lui, Pierino Balla, studiasse accuratamente alle spalle il panno e il taglio del suo smoking viennese senza per altro riuscire a stringere la mano che aveva scritto i valzer più affascinanti di questo mondo. Non c'era tra i suoi amici un cane — neppure un cantante — che avesse potuto aprirgli la via ad una presentazione regolare. D'altra parte a presentarsi così, senza una qualsiasi introduzione, all'albergo dov'era disceso il famoso musicista c'era il rischio d'essere preso per un postulante importuno e d'esser messo garbatamente alla porta. E fu allora che Pierino Balla ebbe l'idea. Entrò all'albergo, studiò su la lista dei viaggiatori la posizione topografica della stanza occupata dal musicista. Compiuta questa ricognizione strategica chiese una camera per sè; e, quindi, accompagnato dal segretario, trovò tanto a ridire su ogni stanza che gli proponevano che, girato mezzo albergo, finì col capitare proprio nella camera attigua a quella del musicista. Immediatamente si disse musicista anche lui, spiegò di doversi trattenere a Roma per un soggiorno non breve e chiese che un pianoforte fosse messo nella sua camera. E il pianoforte cinque minuti dopo raggiungeva il viaggiatore. Era proprio lì, a portata di mano: era quello che il direttore dell'albergo aveva creduto di dover far mettere nella camera preparata per l'autore della Vedova allegra e che l'autore della Vedova allegra aveva fatto immediatamente riportar via.

Avuto il pianoforte Pierino Balla incominciò a farne quello che faceva di ogni pianoforte che gli capitava a tiro: lo pestò e lo ripestò senza riposo. Un pezzo dopo l'altro, un valzer dietro l'altro, ripassò a memoria tutto il repertorio del musicista viennese, dal Conte alla Vedova, da Eva alla Figlia del Brigante. Scese a far colazione e poi, risalito in fretta, ricominciò, a pestare: Conte e Vedova, Eva e Brigante. Ridiscese per il pranzo, risalì e ricominciò, infaticabile: Vedova e Conte, Brigante ed Eva. Quando le dita non ressero più tanto i polpastrelli erano gonfii a furia di pestare, uscì a prendere una boccata d'aria. Ma a mezzanotte era già di nuovo in camera sua e giù di nuovo a pestare, fresco e tranquillo come se non avesse già pestato tutto il giorno: e via da capo Brigante ed Eva, Vedova e Conte. Il maestro era lì, a due passi. L'aveva sentito entrare nella camera accanto, chiudere le finestre, sbadigliare, sternutire, soffiarsi il naso, uscire un momento di camera e poi rientrare per una necessità che era facile immaginare. Aveva poi sentito due scarpe cadere una dopo l'altra sul pavimento di legno, un letto scricchiolare sotto il peso di un corpo che vi si distendeva, la chiavetta della luce elettrica scattare con un piccolo colpo secco. Ora il maestro era tra le lenzuola. E Pierino Balla ricominciò con più foga di prima il settimino della Vedova, il gran valzer dei Conte, il coro dei parigini in Eva e il delizioso piccolo valzer della Figlia modulato lento lento come una ninna-nanna: «Bimba, sii buonina...» Doveva il maestro sentirsi lusingato di quell'omaggio d'un ignoto ammiratore e non poteva il giorno dopo, così lusingato nel suo amor proprio, non chiedere di conoscere quell'ignoto che conosceva il suo repertorio anche meglio di lui. Da quell'omaggio d'ammirazione non poteva nascere tra il maestro e l'ammiratore che un'affettuosa amicizia. E già Pierino la pregustava, e tanto ne era sicuro che, per quanto le tre fossero già suonate all'orologio d'una chiesa vicina, ricominciava per l'ennesima volta a strimpellare con tanto di pedale:

È scabroso la donna studiar...

Ma una voce suonò nella stanza vicina, d'improvviso:

Zum Teufel diese schrekliche Musik!

Pierino diede un balzo su la sedia e, con le mani staccate di botto dalla tastiera, spezzò a metà le note di disperazion. Ebbe allora l'incertezza che sola conoscono i grandi capitani. Dar battaglia o rifiutarsi di continuare a suonare e smettere? Pierino e Franz Lehar hanno parlato in tedesco. Che cosa hanno detto? Quelle parole volevano dire: «Mio ignoto ammiratore, voi siete molto gentile» o volevano dire: «Mio signor vicino, mi avete rotto le scatole?» Pierino non sapeva il tedesco ma inclinava piuttosto verso la seconda traduzione, poichè se le parole gli erano sfuggite il tono gli era sembrato quale neppure in tedesco, per quanto la lingua sia dura ed aspra, si adopera per dire a qualcuno: «Grazie, caro, vi sono molto grato!» Nell'incertezza Pierino credette miglior consiglio astenersi dall'insistere; talchè richiuse cautamente il pianoforte, in punta di piedi girò per la camera spogliandosi e si coricò leggermente, come una piuma, perchè il letto non scricchiolasse. Quando fu anche lui fra le lenzuola ricordò che il gran Condè alla vigilia di una battaglia soleva dormire saporitamente. Fece quindi come il gran Condè e, voltosi su un fianco, sospirandosi ancora a mezza voce il Ninfa del bosco della Vedova, sentì che dalla stanza vicina un musicista che russava poco musicalmente gli offriva un impreveduto accompagnamento di contrabbasso.

La mattina dopo, quando il cameriere gli portò il caffè e il segretario dell'albergo chiese di essere ricevuto, il gran Condè non tardò a persuadersi che aveva perduto la battaglia. Il segretario avvertiva il cliente del numero 139 che doveva astenersi dal suonare il pianoforte dopo la mezzanotte poichè il cliente del numero 140 s'era vivamente lamentato di non aver potuto chiudere occhio fino alle quattro del mattino ed aveva persino minacciato di cambiare albergo. Timido e riguardoso, arrossendo e balbettando, Pierino Balla promise di non toccare più un tasto dopo suonata l'ora del coprifuoco, ma, con ardita decisione, colse l'occasione che gli si offriva e chiese al segretario di poter presentare di persona le sue scuse all'illustre autore della Vedova allegra. Ma quando il segretario fu per uscire e per andare a chiedere al numero 140 se era disposto a ricevere la visita e le scuse del numero 139, Pierino Balla fu preso da un'angosciosa preoccupazione e, trattenendo il segretario per la falda del soprabito, sospirò con un filo di voce:

— Ma parla solo tedesco?