Pierino osò la gran risposta:

— Sai, ecco, in fondo, ci si tiene... Sai, abbiamo nel nostro passato tante glorie, tanti grandi uomini...

Eva non si trovò perduta ed esclamò:

— E qui non hanno, scusa, Guglielmo Tell?

Guglielmo Tell! Pierino non riusciva precisamente a identificarlo e non sapeva se fosse un grande guerriero, un grande poeta o un grande albergatore. Sapeva solo che era l'eroe di un'opera di Rossini, della quale aveva sentito unicamente la sinfonia, a Roma, ai concerti del Pincio e di piazza Colonna.

— Ah, già, è vero, rispose, Guglielmo Tell!

E tacque. E fece, in quel silenzio, il primo passo per diventarne compatriotta.

Ma per sua fortuna non bastava un sol passo, chè se è possibile cambiar di casa in un giorno non è possibile cambiar di patria in una settimana. Eva lavorava, ordiva nelle penombre degli halls, dei dining-rooms e degli smokings-rooms del grande albergo svizzero la piccola trama politica che doveva condurre un figlio di Dante ad essere concittadino di Guglielmo Tell. Se Eva lavorava in silenzio Pierino in silenzio la lasciava lavorare. L'idea della grandezza di Guglielmo Tell gli era, a dire il vero, entrata nel cervello assai più sollecitamente che non quella dell'opportunità di adottarne la patria. Leggeva sempre i giornali dell'antica patria lontana: portavano tutti l'eco del valore di un esercito e della fermezza d'un popolo. Questo popolo che egli aveva conosciuto indifferente, beffardo, diviso, ora era tutt'uno, una sola gigantesca persona con un solo cuore e milioni milioni e milioni di braccia. Leggeva nei giornali certe letterine di riformati delle classi più anziane della sua che invocavano dal governo una revisione, che imploravano dal governo, come una benedizione, di potersi andare a far ammazzare anche loro. Lui invece se ne stava lì, quieto quieto, in Isvizzera, a legger la guerra su i giornali, a giuocare a tennis e a poker, ad aspettare al sicuro che la tempesta passasse. Quando alla sera rientrava in camera sua, tutto attillato nello smoking di taglio perfetto, il monocolo all'occhio, il garofano rosso all'occhiello, un garbato sbadiglio sul labbro dietro il paraventino beneducato d'una mano curata e inanellata, quando nella bella camera luminosa dell'hôtel più confortable si stendeva beatamente per otto ore di sonno, per dieci ore di riposo, sul più morbido letto di piume che mai albergatore svizzero avesse fatto confezionare per la delizia della sua ricca clientela, Pierino, se chiudeva gli occhi, se spegneva la luce, se allungava le gambe su la fresca carezza d'una biancheria da letto di prima qualità, vedeva una trincea sotto il vento e sotto la pioggia, dove, dopo una giornata di combattimento, avendo sfidata oggi dieci volte la morte, pronti a sfidarla dieci volte ancora domani, giovani come lui, italiani come lui, avvezzi come lui ad ogni quiete e ad ogni benessere, passavano la notte seduti su un sasso, col fucile tra le ginocchia, il berretto su gli occhi, le gambe affondate fino a metà nel fango. Che faceva quella gente lassù, su quei monti dove lo sverno liquefaceva i ghiacciai, su le rive di quel fiume che gonfio d'acque primaverili si tingeva di sangue, e di sangue italiano, per poi continuar la sua corsa e portare quell'acqua e quel sangue sino al mare, sino al mare italiano? Serviva un ideale, quella gente, ubbidiva a una legge irresistibile e istintiva pari a quella che c'impone di difender la madre, d'onorarla, di servirla. Eran milioni, quei soldatini grigio-verde, arco di ferro e di fuoco dallo Stelvio al mare. Ma da quella massa alcune figure, figure cognite di amici, di compagni, di parenti, si staccavano, si precisavano. C'erano tutti; nessuno mancava. Pierino li ravvisava ad uno ad uno, questo di sentinella lassù tra le nevi, quello alla testa di una compagnia all'assalto, questo accanto al suo cannone rombante, quell'altro inerpicantesi coi suoi alpini di roccia in roccia, di balza in balza, mira di mille fucili, miracolosamente incolume sotto il fuoco di mille fucili. Erano gli amici antichi, quelli dei vecchi teatri, delle premières delle operette viennesi, quelli delle lunghe discussioni al caffè. Adesso eran tutti lì, al fuoco. Egli solo non c'era. E di tanto in tanto — egli lo vedeva, lo sentiva... — gli amici, gli antichi amici, si accorgevano che lui non c'era. Uno mormorava il suo nome, altri lo ripetevano. Gli sguardi si cercavano, s'incontravano, poi parlavano e rispondevano i sorrisi: «Pierino?» E sorridevano. «Dove sarà?» E sorridevano. «Fra le braccia della sua moglietta bicipite...» E sorridevano. Uno concludeva per tutti, con un po' di bontà, con un po' di disprezzo: «Povero Pierino!...» E, ancora, tutti sorridevano.

Dov'era Pierino? Ora seguiva docilmente di casa in casa, di salotto in salotto, di ufficio in ufficio, sua moglie sempre più fermamente decisa a salvargli vita natural durante la pelle facendogli prendere la concittadinanza di Guglielmo Tell. Le anime temperate come quella di Pierino, se possono esser capaci di una lenta evoluzione, hanno l'orrore e il terrore del nuovo e non escono da un'abitudine se non prendendone inavvertitamente un'altra. Così Pierino, non ostante i suoi dubbii, non ostante le sue meditazioni e le sue visioni notturne, non ostante i sorrisi — un po' di bontà, un po' di disprezzo — dei suoi compagni in trincea, non osava ribellarsi alla volontà di sua moglie la quale, come si sa, non gli consentiva mai di avere un'opinione. Fabio il Temporeggiatore è il grande patrono dei timidi e degli indecisi. Temporeggiava come il grande capitano anche Pierino. Rimandava di giorno in giorno la necessità d'aver coraggio o il coraggio della necessità. Ogni sera si riprometteva di dire a sua moglie che, tutto sommato, voleva rimaner quello che era e che di diventare svizzero non voleva saperne. Ma ogni mattina rimandava al giorno dopo il supremo eroismo d'avere per la prima volta nella sua vita coniugale un'opinione. Andando avanti così, sapeva benissimo a che cosa era legato il suo destino: a una gara di rapidità tra la vecchia patria che doveva decidersi a rivedere anche i riformati della sua classe e la presunta patria nuova che doveva affrettarsi a significargli in carta bollata il più patriottico e ospitale benvenuto in terra elvetica. Se faceva prima l'Italia l'onore era salvo, sua moglie aveva perduto la partita e gli amici della trincea avrebbero un giorno o l'altro veduto capitar lassù, su le Alpi, in uniforme grigio-verde, anche lui. Ma se faceva prima la Svizzera l'onore era perduto pur essendo salva la pelle, sua moglie trionfava definitivamente e gli amici della trincea avrebbero potuto continuare a sorridere — un po' di bontà, un po' di disprezzo — chè tanto non l'avrebbero riveduto mai più. Così, con due diverse ansie, egli vedeva ogni mattina entrare in camera sua prima il cameriere coi giornali d'Italia e poi sua moglie con le lettere della prima posta mattutina. Ma le mattine passavano, una dopo l'altra, una come l'altra. E se Roma non si decideva a richiamare altre classi di riformati oltre le tre leve più recenti, Berna aveva l'aria di non aver proprio nessuna fretta di dare a Guglielmo Tell un connazionale di più.