Certi fatti, certe coincidenze, si ripetono nella vita umana sino ad assumere un aspetto d'irresistibile destino, sino a poter rappresentare il fato sospeso ad ogni passo sul capo degli eroi dell'antica tragedia greca. Il fato di Pierino Balla si chiamava musica. Se la musica gli aveva fatto trovare e prender moglie, la musica gli fece conservare all'ultimo momento una patria che un momento prima stava per perdere. Era domenica e dall'albergo eran discesi, all'ora della passeggiata, in città. La signora Kramer-Balla aveva lasciato suo marito su la porta di un cinematografo dandogli appuntamento per due ore più tardi dinanzi ai tavolini del più elegante caffè. Doveva andare, aveva detto, a sbrigar due o tre faccende, sempre per quell'interminabile affare del cambiamento di nazionalità sollecitato da Pierino. «Vedi, aveva detto stringendogli la mano, vedi: lavoro per te, per il tuo bene. Tra pochi giorni sarai svizzero e saremo tutti tranquilli». Poi allontanandosi aveva aggiunto: «Oramai ci siamo. Il consigliere Faber mi ha assicurato che adesso è questione di ore...» E Pierino, tanto per dir qualche cosa: «Sai, cara, non ti dar troppa pena per me... Ora più, ora meno...»

Evidentemente Pierino, per quanto non volesse saperne, cominciava ad essere un po' svizzero dal momento che di quello che doveva diventare il suo paese vedeva già più i difetti che le buone qualità: il che è proprio del più istintivo e più logico nazionalismo. Così Pierino trascurava di riconoscere alla Svizzera il merito di essere un paese dove chi ha paura della guerra può andare a vivere in pace, ma osservava già a denti stretti o a mascelle larghe, a seconda che dovesse reprimere uno sbadiglio o che vi si abbandonasse, osservava già che tanta pace era evidentemente pace, ma una pace di un'insopportabile e mortificante monotonia. Già, in quel paese sotto le nuvole, chiuso tra le montagne, lui, Pierino, napoletano, uomo dei liberi orizzonti, dei mari di smeraldo e dei cieli di zaffiro, non ci si poteva vedere. Quando poteva, scappava al cinematografo. Vedeva altre genti, altri paesi. Rivedeva anche, di tanto in tanto, l'Italia: la rivedeva, ma senza, a prima vista, riconoscerla. Non gli pareva quella, tranquilla, elegante, piena di folla, di affari, di piaceri, la capitale che aveva lasciata una sera, la capitale convulsa, febbrile, teatro d'una minacciosa guerra civile nel nome d'una libertà che non permetteva nè ad una parte nè all'altra di avere una libera opinione. Rivedeva sul bianco schermo i soldati, i soldati italiani. E, nel vederlo, anche i connazionali del leggendario arciere svizzero applaudivano il piccolo fantaccino grigio-verde che si copriva, con semplicità, di gloria. E vedeva scene di partenze di reggimenti dalle città italiane per la frontiera minacciata. Vedeva i bei reggimenti sfilare dietro le vecchie bandiere, stretti in una duplice fascia di teste bianche di mamme, di testoline bionde di bambini. E anche i bambini, anche le spose, anche le mamme applaudivano i bei soldati che partivano per la guerra con un bel sorriso su le labbra, con una rosa di maggio infilata nella canna del fucile. E c'era un nome su tutti quei visi sorridenti, su tutte quelle mani che applaudivano, su tutte quelle rose, su tutti quei fucili. C'era un nome: Italia! Italia! Non così era partito lui, una sera; di nascosto, come fuggendo, per raggiungere una frontiera pacifica che nessun pericolo minacciava, per ubbidire alla volontà imperiosa di una piccola donna straniera che voleva non solamente mettere in salvo un marito dopo tutto anche amato a modo suo, ma anche risparmiare al suo paese in guerra un nemico di più. Italia! Italia! Italia! Non questa parola aveva egli udita quella sera fuggendo, ma il grido d'un soldato, d'un soldato italiano che partiva per la guerra a lui italiano che dalla guerra fuggiva: «Va fuori d'Italia, va fuori, o stranier!» E fuori non solo era andato, ma fuori sarebbe forse rimasto per sempre se il destino fosse per voler permettere a sua moglie di cambiargli, dopo avergli cambiato già tante altre cose, anche la patria.

Ma la musica doveva ancora una volta segnar la strada del suo destino. Escì dal cinematografo che ancora quaranta minuti lo separavano dall'ora fissata per l'appuntamento con sua moglie. Nel bel pomeriggio domenicale c'era lì, sul piazzale, una banda che suonava tra i bei palazzi in riva al lago e allo sbarcadero. Il vecchio melomane ch'egli era si fermò ad ascoltare tra la folla. A un tratto gli strumenti d'ottone brillarono al sole. Poi da un breve silenzio uscì un primo clamore di tromba. E, meravigliosamente, una melodia gigantesca nel suo immenso respiro salì dalla piazza, la riempì, salì nel cielo, riempì il cielo. Pareva a Pierino estatico di conoscere già quella musica, ma non riusciva a identificarla. La sua coltura musicale in fatto di operette viennesi non aveva lacune, ma quella musica formidabile che gli sconvolgeva il cuore non aveva in verità l'aria di esser viennese e molto meno quella di essere operettistica. Nella fedeltà ch'è propria dei grandi amori, Pierino, ch'era in procinto d'abiurare la patria, sentiva che nulla al mondo, neppure la più potente forza del mondo, neppure cioè la volontà di sua moglie, gli avrebbe potuto far rinnegare il fascino delle operette viennesi. Ma doveva convenire tuttavia che c'era in quella musica qualche cosa di più irresistibile ancora del valzer del Conte di Lussemburgo e del settimino della Vedova Allegra. Tanto era vero che la gente su la piazza ascoltava in silenzio, raccolta ed estatica come se fosse stata in una chiesa. E, quando la meravigliosa onda di musica si spezzò, si chiuse e si spense in un ultimo fragore, un applauso lungo, interminabile, partì dalla folla. Anche Pierino si trovò ad applaudire, ad applaudire con un impeto tale che mai aveva conosciuto l'eguale — è tutto dire — neppure per applaudire Franz Lehar o Leo Fall.

Quando proviamo fortemente un'impressione il nostro primo bisogno è quello di sentirla condivisa. Così Pierino si guardò attorno e ad un vecchietto attillato e profumato che applaudiva come lui disse in italiano: «Che musica! Che musica!» Il vecchietto sorrise, continuò a batter le mani e rispose in francese al suo vicino: «Ah, oui, quelle musique...» Poi, quand'ebbe finito di applaudire, il vecchietto si volse ancora a Pierino e gli chiese: «Vous êtes italien?» Al che Pierino non osò rispondere senza una breve meditazione. Ma la breve meditazione lo portò a concludere che sì, che in fondo era ancora italiano e che però poteva e doveva rispondere al vecchio signore attillato e profumato: «Oui, monsieur». Vide allora il vecchio signore stendergli con un largo gesto la mano esclamando: «Je vous en fais, monsieur, mes compliments. Vous avez des grands musiciens et des grands soldats...»

Pierino rimase interdetto. In quanto ai soldati sapeva benissimo che cosa pensare: il vecchietto non alludeva certamente a lui. Ma quanto ai maestri di musica non sapeva precisare in un nome e cognome l'elogio generico del suo amabile ed affabile interlocutore. Per fortuna affabilità ed amabilità sono loquaci e il vecchietto aggiunse ancora, stringendo nuovamente la mano di Pierino: «Ah, oui, quels musiciens... Cette symphonie du «Guillaume Tell»... Che meraviglia questa sinfonia del «Guglielmo Tell»... L'ho riudita con sbalordimento... E sono felice, signore, di stringer la mano d'un compatriotta dell'immenso Rossini».

E se ne andò lasciando muto e stralunato dietro di sè il compatriotta di Rossini. Il quale compatriotta di Rossini ricominciò a pensare che fra breve — questione di ore, avevan detto sua moglie e il consigliere Faber — sarebbe diventato compatriotta di Guglielmo Tell. Gli sembrò, dopo quella musica, che fosse veramente imperdonabile barattare con Guglielmo Tell unico e solo, Rossini e tutti gli altri. Gli sembrò di sentire che ad essere compatriotta di Rossini e di tutti gli altri egli tenesse ed avesse sempre tenuto più di quello che avrebbe potuto immaginare. Gli sembrò anche non esser poi tanto facile diventare svizzeri quando si è italiani. Gli sembrò sopratutto che sua moglie cominciasse veramente a pretendere un po' troppo da lui e che qualche cosa, un po' di dignità, un po' di fierezza, si ridestasse finalmente in fondo in fondo all'acqua stagnante della sua docilità coniugale. E gli sembrò infine che fosse il caso di vagliare esattamente la grandezza di Guglielmo Tell. Aveva, nei giorni passati, avuto la curiosità di assumere informazioni sul glorioso personaggio e gli sembrò che l'avere mirato giusto su una mela, anche se questa era posta dalla ferocia d'un governatore di Alberto I sul capo innocente del giovane figlio dell'arciere, non fosse poi gesta da non poter essere emulata da un qualsiasi campione del Tiro a segno nazionale.

E poichè proprio in quel punto sua moglie lo raggiungeva e, con aria scontenta, gli annunziava che era necessario aver pazienza ancora qualche altro giorno per ottenere quella benedetta cittadinanza svizzera, Pierino cominciò a pensare che fosse buona politica mettere Guglielmo Tell in cattiva luce verso sua moglie. E poichè Eva, vedendolo assorto, gli domandava a che cosa pensasse, Pierino rispose:

— Penso a Guglielmo Tell.

— A Guglielmo Tell? domandò Eva sorpresa.

— Sì, a Guglielmo Tell, rispose Pierino gravemente. E mi propongo un caso di coscienza. Poichè tu sei austriaca conviene a me tuo marito, di prendere la stessa cittadinanza d'un eroe che, all'alba del secolo decimoquarto, contribuì a liberare la Svizzera proprio dal giogo dell'Austria?...