E, volgendosi col più docile sorriso ad Eva che lo guardava sbalordita, Pierino aggiunse:
— A questo, cara, ci scommetto, tu non avevi pensato!
VIII. A MOSCA CIECA SUI QUATTRO CANTONI
Il coraggio d'un buon soldato è quello di resistere alla prima fucilata come quello d'un autore drammatico è nel superare il primo fiasco e quello d'un marito troppo docile è nel dire la prima parola di ribellione. Così, dalla sera in cui Pierino, forte dell'erudizione fattasi sul vecchio Larousse dell'albergo, osò discutere la personalità di Guglielmo Tell, Eva ebbe la sorpresa di trovarsi di fronte un altro uomo. Questo uomo cominciò a farle intendere, prima velatamente, poi apertamente, ch'egli non condivideva affatto, per l'affare del cambiamento di nazionalità, le impazienze di sua moglie e del consigliere Faber. Da quest'affermazione derivò, a fil di logica e come naturale spiegazione, che se non condivideva la loro impazienza di fargli cambiar di patria non condivideva, evidentemente, neppure la loro persuasione dell'assoluta necessità di cambiarla. Da questa spiegazione derivò, sempre a filo di strettissima logica, ch'era forse il caso di sospendere tra Berna e Roma negoziati che l'oggetto del negozio aveva sempre meno l'intenzione di far condurre a termine. E, una sera, poichè Eva apriva con un gesto di malumore una nuova lettera inconcludente del consigliere Faber, Pierino si piantò dinanzi a sua moglie, incastrò nell'occhio la caramella e, tutto d'un fiato, così come si getta in acqua chi ha paura dell'acqua, tenne, velocissimamente, il seguente discorso:
— Mia cara Eva, io ti prego di non darti più pensiero per me e di dire al consigliere Faber di non darsene neppure lui. Tutto sommato mi sono persuaso che val meglio lasciar correre le cose per la loro china naturale. Io vorrei compiacerti in tutto, e tu lo sai. Sono il più docile, il più ubbidiente, il più remissivo fra i mariti di questa terra. Non ti ho mai dato un solo dispiacere. Non ti ho mai detto di no. Ho vissuto sotto una legge, savia certo come la tua, ma indiscussa e indiscutibile. Ho accettato ogni tua idea così come si accetta il dogma: ad occhi chiusi. Mi son fatto condurre per mano come si fa condurre un bambino incapace di far due passi da solo. Credevo che anche questa volta di camminare da solo non fosse il caso, ma sento invece che oramai il mio passo è sicuro, è sostenuto, è fiancheggiato da quello di altri trentacinque milioni d'italiani. Marcio adesso anch'io nelle file e il passo di tutti è il passo mio. Non mi sento più solo. T'ho già detto la mia opinione su Guglielmo Tell. T'ho già detto come io mi senta per la prima volta legato a tanta brava e grande gente del mio paese, di cui mi trovo ad essere un po' orgoglioso, di cui mi pare d'essere un po' figlio. Questa rinunzia che tu proponi mi sembra, del resto, inutile. Per ora di richiamare i riformati non si parla già più. L'Italia, l'hai detto tu stessa, è piena d'uomini. Il nemico che abbiamo davanti, anche questo l'hai detto tu, non richiede da parte nostra un grande sforzo poichè noi non abbiamo da combattere un nemico, ma una metà di nemico e nemmeno una metà ma appena un terzo di nemico. Quindi, non mi richiameranno. Ed io resterò accanto a te, Eva mia, docile, felice e riconoscente, fino alle nostre nozze d'argento, fino alle nostre nozze d'oro. Del resto — leggi stasera il Berner Tageblatt — la pace è forse più vicina di quanto si crede. Siamo alla fine di questo triste periodo. Potremo finalmente vivere tranquilli, come vorremo, dove potremo. Abbi dunque la cortesia di dire al consigliere Faber di lasciare in pace me e Guglielmo Tell, poichè se Guglielmo Tell non vuole ancora saperne di me io oramai non voglio più saperne di lui.
Così dicendo Pierino, si sentiva guardato da Eva con gli stessi occhi coi quali il barone Burian doveva aver letto la dichiarazione di guerra italiana dopo aver passato sette mesi a credere che della guerra il barone Sonnino non volesse affatto sapere. Ma di fronte all'incontrastabile evidenza dei fatti si persuadono così i ministri increduli come le mogli dispotiche, anche se austriaci o austriache. Ma, se un primo colpo di cannone stabilisce per un ministro degli Esteri un argomento perentorio sul quale è per lo meno inutile continuare a discutere, una prima levata di scudi d'un marito troppo docile verso una moglie troppo autoritaria non disarma quest'ultima dell'illusione di poter nuovamente ridurre a più miti consigli il marito ribelle. Così Eva si levò e, piantatasi a sua volta dinanzi a Pierino ch'era piantato quasi spavaldo dinanzi a lei, cominciò un discorso, più che parlato sibilato fra i denti, e che suonava press'a poco così:
— Pierino mio, l'aria della Svizzera non giova evidentemente ai tuoi nervi e quando i tuoi nervi non sono a posto, ragazzo mio, il tuo equilibrio mentale dà seriamente da pensare. Tu dici, figliuolo caro, certe cose che non stanno nè in cielo nè in terra e che possono suonare solamente su le labbra d'un italiano, poichè voi soli siete avvezzi a pensare che si possa impunemente venir meno, quando ciò possa farvi comodo, così ad un trattato d'alleanza in vigore da trent'anni come ad un regime matrimoniale accettato oramai quasi da un anno. Ma tu dimentichi, piccino mio, che io non sono donna da ricevere da te lezioni di opportunità e il fatto che tu possa credere il contrario mi prova che, quanto più tu pensi d'aver imparato a camminare da solo, più tu hai bisogno d'essere sorretto nel cèrcine della mia volontà. Io ti ho detto e ti ripeto che ti ho sposato in tempo di pace, che ti ho sposato quand'eravamo alleati e che non posso tollerare, nè per il mio sentimento di donna, nè per la mia dignità d'austriaca, di vederti far causa comune coi nostri nemici. E se da una parte non voglio che un marito che amo esponga la sua vita in una guerra assurda e mostruosa per una causa ingiusta e per un paese che non è il mio, dall'altra non potrei tollerare che anche tu, mio marito, armato d'un fucile, sparassi su soldati austriaci tra i quali possono essere i miei fratelli, i miei cugini, i miei amici e, alla prossima leva in massa, probabilmente anche mio padre. Io nutro, ragazzo mio, — e tu lo sai — profondi sentimenti patriottici. Per sapere come si debba amare il proprio paese e come alla sua causa si debba fare ogni sacrificio non ho bisogno, in verità, delle lezioni di nessuno. Ho due fratelli ufficiali e appartengo ad una famiglia di soldati....
Pierino cercò, a quest'uscita, di raccapezzarsi. Cercò invano, nella storia della famiglia Kramer, un generale, un ufficiale subalterno e magari un semplice soldato che fosse stato ad Austerlitz o, per lo meno, a Sadowa. Ma tuttavia, poichè Eva parlava energicamente dell'onore d'appartenere a una famiglia eccellente per le sue virtù militari, Pierino, ch'era un po' tardo, trovò la spiegazione ricordando che il maestro Kramer, prima d'essere stato operettista di grido, era stato capo musica d'una banda militare. Se di militare in tutto questo non c'era che l'uniforme del capo musica anche questo poco bastava, quando non si voglia pretender troppo, alla gloria militare d'una famiglia come quella di sua moglie.
— Ma se io sarei pronta a sacrificare con gioia mio marito, riprendeva intanto la signora Eva, alla grandezza e alla gloria del mio augusto Imperatore e Re, non intendo affatto di sacrificarlo, io austriaca, a un ministro italiano, alla politica di rivalità personale d'un signor Salandra qualunque. D'altra parte non intendo neppure di rendermi ridicola agli occhi del consigliere Faber, rinunziando a quello che avevamo sollecitato, proprio quando quello che avevamo sollecitato sta per esserci accordato. Se mancar di parola, ragazzo mio, è machiavellica sapienza della politica italiana, la donna austriaca, come l'imperial regio governo del mio amato paese, quando ha detto non si disdice. Le pratiche iniziate con tanta amabilità dal consigliere Faber seguiranno dunque il loro corso normale. E nel frattempo, ragazzo mio, tu mi farai il piacere di non parlarmi più di queste cose. Tu sei, Pierino, un fanciullo, un bravo, buono, ubbidiente fanciullo. Io, che pur senza avere più anni di te ho di te più senno, sento l'assoluto dovere di guidarti come meglio so e posso. Tra il tuo governo ed il mio, tra il mio esercito ed il tuo, tra il tuo Re ed il mio Imperatore, fra gli Alleati e gli Imperi Centrali tu, marito mio, hai il preciso, indeclinabile dovere di rimanere neutrale. Ed il miglior mezzo d'essere neutrale è quello di cessare d'essere italiano senza per altro diventare austriaco. La Svizzera libera e neutrale concilia gli inconciliabili e smussa con un mezzo termine gli angoli dolorosi della nostra situazione coniugale. Detto questo non ho altro da aggiungere. Ti auguro per ora la buona notte e miglior consiglio, piccino mio, per domani.
E si allontanò, fiera, arcigna e solenne, come un monarca dispotico che ha parlato al suo popolo. Ma poichè i popoli a lungo dominati conservano a lungo l'abito della schiavitù e, dopo una rivoluzione abortita ritornano in ceppi docilmente per riprender fiato e coraggio, Pierino, ribellatosi una sera, non osò ribellarsi l'indomani. Come i cristiani perseguitati si rifugiò nelle misteriose catacombe della sua più profonda coscienza, e, rassegnato in apparenza, continuava in sostanza il suo movimento sedizioso. Quanto più Eva, a vederlo, poteva crederlo rassegnato a farsi svizzero, più Pierino, a sentirsi, si riconosceva fermamente deciso a rimanere italiano. Alle parti belligeranti l'indugio delle pratiche fra Berna e Roma forniva l'opportunità di un armistizio silenzioso. E Pierino sperava che durante quell'armistizio la provvidenza divina, mossa a pietà dal suo tormento, avrebbe trovato il modo di districare l'indiavolata matassa della sua vita politica e coniugale.