Ma la divina provvidenza sceglie talvolta le vie più inverosimili per giungere ai più benefici effetti. Mentre poi doveva alla fine, come si vedrà, risolvere l'angosciosa situazione in cui Pierino si dibatteva nel modo più impreveduto, sembrava dapprima che si divertisse, invece, a complicarla ancor più di quanto era già complicata. Tre giorni dopo, infatti, l'infelice tentativo d'evasione dalla sua prigione coniugale, Pierino riceveva da Eva l'annunzio che verso sera sarebbe giunto all'albergo il suo fratello minore, il luogotenente Federico Kramer, giovane ed aitante ufficiale d'artiglieria che, presso Gorizia, era stato due volte ferito alla gamba sinistra e al braccio destro e che, definitivamente riformato dopo due mesi d'ospedale a Lubiana, raggiungeva in Svizzera, per una settimana, la sua buona e molto amata sorella. Bel ragazzo, il luogotenente Federico! Pierino doveva convenirne. Non l'aveva visto che una volta in carne ed ossa il giorno del suo matrimonio, e più volte al giorno in fotografia sul tavolino da notte di sua moglie. Chiuso nell'azzurra divisa, coi bei capelli biondi pettinati alla foggia dell'Imperatore di Germania cui rassomigliava anche per la forma del viso, la sagoma dei mustacchi e il colore e l'espressione degli occhi, il giovane luogotenente era considerato uno dei più bravi e brillanti ufficiali dell'esercito austro-ungarico. Un avvenire splendido — così almeno assicurava Eva — s'apriva dinanzi a lui. Quest'avvenire era oramai spezzato per sempre. Le schegge delle granate italiane cadute su Gorizia avevano paralizzato per sempre il movimento della gamba sinistra e, per minaccia di cancrena, avevano reso necessaria l'amputazione del braccio destro al giovane, bello, felice e brillante ufficiale. Pierino, che aveva buon cuore, sentiva questo cuore stretto stretto, piccolo piccolo, mentre in fondo alla scalinata dell'albergo vedeva, la stessa sera, scendere dall'automobile nelle braccia dell'amata sorella l'ufficiale mutilato. Quando lo vide salire a stento le scale, appoggiandosi col solo braccio che gli rimaneva al braccio della sorella e trascinando di scalino in scalino la sua povera gamba quasi morta, Pierino ebbe una profonda pietà. Ma il cognato gli sorrideva e gli stendeva, aperta, leale, di sopra il braccio della sorella, una mano affettuosa. Aveva il sorriso d'un buon ragazzo cordiale e tenero su le labbra e negli occhi. E Pierino si mise a sorridere a sua volta, ma d'un sorriso che la commozione faceva ebete. Sorrise ancora così per tutt'il pranzo vedendo l'ufficiale servirsi e mangiare a stento, dover sempre ricorrere per versarsi del vino, per spezzare il pane, alla cortese pietà degli altri. Più che di sè il giovane ufficiale mutilato parlava di Pierino. Domandava la situazione militare di lui, s'informava della possibilità che anche lui fosse chiamato a servire. Pierino, con la gola secca, la voce velata, aveva risposto a monosillabi. Ma adesso Eva aveva preso a spiegare: e spiegava l'affare dei riformati, e spiegava lo sviluppo post-matrimoniale del torace di Pierino, e spiegava la decisione presa di comune accordo — e della resistenza di Pierino non parlava neppure, o perchè non credeva opportuno tenerne conto o perchè non le sembrava neppure che di così poca cosa valesse la pena di occuparsi — spiegava la decisione presa di cambiare nazionalità. E spiegava ancora gl'inconvenienti che Pierino avrebbe rappresentati per lei rimanendo italiano e i vantaggi che il farsi svizzero era per rappresentare per Pierino. Mentre Eva parlava, mentre Pierino intimidito taceva, il giovane ufficiale mutilato guardava fisso il cognato. Lo guardava — così almeno a Pierino sembrava — con un po' di disprezzo e un po' di pietà, con un po' anche di umiliante simpatia. Sembrava che, mentre lo approvava di essere così docile e remissivo per far felice sua sorella, gli rimproverasse contemporaneamente d'essere così remissivo e così docile a totale profitto della incolumità della sua attillata personcina. E quando, più tardi, evocando ricordi della guerra, il luogotenente Federico ebbe ad esclamare: «Ci son bravi soldati fra gl'italiani...» Pierino credette di leggere nel muto sorriso che seguì a quella esclamazione: «Ma non sei di quelli tu, poltroncino mio bello, che mentre gli altri fanno la guerra giuochi a mosca cieca tra la tua patria vera e la tua patria posticcia sul lago dei Quattro Cantoni!»
Gli uomini posti di fronte allo spettacolo della loro miseria morale fanno come gli spettatori che a teatro si vedono riprodotti troppo fedelmente nella commedia: si mettono a fischiare per darsi a credere l'uno con l'altro di non essere affatto così. Ma poi, a casa, ci ripensano e, spento il lume, nel proprio letto, con a fianco la loro moglie o il sogno e il ricordo della moglie di un altro, convengono fra loro che piuttosto che fischiare sarebbe stato più leale e più ragionevole, onestamente — per modo di dire — riconoscersi. E Pierino che, da principio, sotto lo sguardo un po' pietoso e un po' sprezzante del luogotenente Federico aveva cominciato a fischiare mettendosi a dire che era ora di finirla con la guerra, — con quella guerra, che, stupida negli altri paesi, era addirittura pazzesca in Italia dove nulla e nessuno l'aveva imposta se non una masnada di giornalisti che mettevan su automobile con la pelle degli altri, un pugno di giovincelli chiacchieroni che avevan mandato gli altri a far la guerra dopo averla a gran voce reclamata per poi nascondersi nelle retrovie e nella Croce Rossa, e un gruzzulo di framassoni che dall'alto delle loro logge avevano agitato le bandiere del libero pensiero impedendo a chiunque di liberamente pensare, — Pierino s'era poi persuaso che tra quelli che la guerra l'avevano voluta anche troppo e quelli che la guerra non l'avrebbero voluta niente affatto i primi erano ancora, a rigor di logica, da preferirsi, imperocchè se i primi avevano fatto qualche cosa per avere quello che volevano i secondi non avevano saputo far proprio nulla per non avere quello che non avrebbero voluto. Gl'interessi degli interventisti erano stati singolarmente favoriti dal disinteressamento dei neutralisti, i quali avevano preso la loro neutralità tanto alla lettera che erano stati neutrali non solo in quanto riguardava ciò che si doveva andare a fare fuori di casa ma, anche in quanto riguardava ciò che accadeva dentro casa. Egli stesso, Pierino, che cosa aveva fatto per impedire che la guerra si facesse se non leggere, trepidando di speranze conciliative, un gran giornale dell'Alta Italia, un nuovo giornale dell'Italia centrale e un giornale anche grande e sempre nuovo dell'Italia meridionale? L'aveva detto e ripetuto anche lui, sorridendo di compassione dall'alto del suo neutralismo deluso: la beatissima trinità che aveva trascinato l'Italia alla guerra aveva tre nomi: Ricciotti Garibaldi, Gabriele D'Annunzio e F. T. Marinetti: il passato remoto garibaldino, l'onnipresente d'annunziano e il futuro del futurismo. Ma dov'era la trinità neutralista? Quali nomi essa aveva, invisibile e irreperibile come l'araba fenice, la quale, come dice il poeta in versi peregrini, «che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa»?
Dopo pranzo, nell'hall dell'albergo, mentre Eva scriveva cartoline illustrate — nevi neutralissime e alpenstoks inoffensivi — alle amiche di Vienna e di Roma, Pierino, ora silenzioso, a mano a mano più mortificato, ascoltava parlare il luogotenente Federico. E se lo vedeva davanti, tutto ardente d'entusiasmo, tutto raggiante di fede, come se la guerra, l'assurda e mostruosa guerra, non gli fosse già costata un braccio e una gamba. Non una parola di dolore per il sacrificio compiuto era uscita dalle labbra del giovane ufficiale, il quale non parlava nè con umiltà da vinto nè con burbanza da vincitore: parlava da buon cittadino, da bel soldato e da bravo figliuolo. Che la patria gli avesse chiesto di sacrificarle un braccio e una gamba non sembrava a lui, per la vita mutilato, invalido per la vita, mostruoso e assurdo come sembrava a Pierino, per la vita incolume e garantito contro ogni morte più bellicosa di quella derivata da un brutto raffreddore o da una cattiva indigestione. Tuttavia quell'uomo aveva trent'anni: la vita intera gli era ancora davanti. Tuttavia quell'uomo era costretto per la vita all'immobilità, all'inerzia, all'inutilità. Tuttavia quell'uomo che s'era sacrificato alla sua patria così lietamente e che del sacrificio era lieto non era che un austriaco, un austriaco che non aveva nulla da riprendere, nessun morto da vendicare, nessuna vergogna passata da cancellare come avrebbe invece avuto lui, Pierino, lui italiano, se d'essere italiano avesse mai avuto l'abitudine di ricordarsi. Sentiva, povero Pierino, che dieci, che cento, che mille soldati italiani, usciti dalla ridotta o dalla trincea, avrebbero volentieri stretto la mano di quel bravo soldato nemico e che non uno di quei dieci, cento o mille soldati italiani avrebbe invece stretto senza un po' di ribrezzo la sua bella manina accurata e inanellata di piccolo «imboscato» in terra neutrale.
Non sempre le interruzioni giungono a proposito, ma ce ne son di quelle, tuttavia, che sembrano mandate al punto giusto, con matematica precisione, dalla suprema clemenza degli dei dell'opportunità. Così Pierino, ad interrompere il discorso del luogotenente Federico il quale a furia di parlare da uomo dinanzi a lui l'aveva costretto a ravvoltolarsi come un gomitolo in un cantuccio del canapè, vide con un sospiro di sollievo entrare nell'hall un domestico il quale portava ad Eva un telegramma. Vide sùbito dopo Eva levarsi giubilante e venire col telegramma aperto verso il marito e verso il fratello esclamando con una voce che a Pierino parve di non averla più udita dal giorno della loro partenza in viaggio di nozze dalla Sudbanhoff di Vienna:
— Arriva il major Hampfel, domani.... In permesso di convalescenza, in attesa d'essere riformato anche lui, definitivamente....
Pierino, che s'aspettava di vedersi arrivare il giorno dopo anche il major Hampfel riformato e riformato definitivamente con qualche arto di meno e qualche artrite di più, si vide invece venir davanti un major Hampfel più bello che mai, più prestante che mai, più marziale che mai. Ma quando, per farsi udire da lui nell'augurargli il benvenuto, dovette levare la voce fino al diapason di un boato da trecentocinque — che Pierino non aveva mai sentito ma che gli era facile immaginare — ritornando alle antiche simpatie il giovane marito di Eva paragonò il maggiore austriaco al colonnello inglese della Donna Juanita. Solo con Eva la conversazione del major Hampfel riusciva ancora ad avere qualche vivacità, poichè l'uno e l'altra si parlavan tanto con gli occhi che adoperar la bocca e le orecchie non era che una pura e pleonastica formalità. Così, attraverso Eva, Pierino riuscì a sapere che una granata italiana aveva tolto al major Hampfel il piacere di poter sentire dopo quella arrivar tutte le altre. E, sempre per il giuoco capriccioso delle associazioni d'idee, Pierino si sentì tornare in mente le parole del vecchietto arzillo e attillato, dopo la sinfonia del Tell: «Voi avete, signore, in Italia, grandi musicisti e grandi soldati.»
Che cosa mai avessero da dirsi tanto sottovoce Eva ed il major Hampfel, e proprio con quel senso di meno che serve appunto a percepire il suono, Pierino non riusciva a capire. Se ad una conversazione di Eva loquace col major Hampfel sordo gli veniva fatto di avvicinarsi, Pierino vedeva che i due interlocutori diventavano anche muti. Talchè Pierino, tanto per far sì che troppe disgrazie non infierissero tutte in un volta su gli organi del povero major Hampfel, si riallontanava e tornava dal luogotenente Federico, il quale continuava a parlargli delle sue prodezze militari come ne parlano gli eroi modesti veramente: con l'aria, cioè, di non accorgersi affatto del loro eroismo ma di tenere moltissimo a vedere che di tanto eroismo si accorgono gli altri. Poichè la modestia è la forma più raffinata dell'ambizione e il vero modesto aspetta sempre che gli altri dican di lui tutt'il bene ch'egli da solo non oserebbe mai manifestare.
Tra le conversazioni di Eva con il major Hampfel e i lunghi monologhi del luogotenente Federico scorrevano giorni e serate. Queste serate avevano una durata diversa per il major Hampfel ed Eva e per il luogotenente Federico e Pierino. Alle dieci, dopo un breve giro di poker o una rapida partita di bigliardo, il major Hampfel chiedeva il permesso di ritirarsi. Per giustificare questo suo precoce bisogno di riposo e scagionare da una malignità possibile i suoi quarantacinque anni, il major Hampfel ripeteva ogni sera di dovere in quel periodo di sosta rimettersi in pari con tutto il sonno arretrato in tante notti di trincea continuamente interrotte dalle «mandolinate» a suon di cannoni di quei diavoli d'italiani. Quasi avesse deciso di collaborare con lui a ristabilire al più presto quell'equilibrio di bilancio tra le ore di sonno e le ore di lavoro che è particolarmente raccomandabile ai quadragenarii vicini ad essere quinquagenarii, cinque minuti dopo l'uscita del major Hampfel anche Eva piegava il casco o il farsetto in lavorazione, avvolgeva la lana attorno al panciuto gomitolo, trafiggeva il ventre lanoso con due uncinetti incrociati e, con un sorriso, stendeva al bacio di suo fratello e di suo marito la bella mano inanellata così fine, così esangue, così allungata che ogni sera, a tavola, il major Hampfel, vedendola maneggiare con grazia aristocratica forchette e coltelli, non poteva astenersi dal chiamarla una mano da arciduchessa. Il sonno del major Hampfel stava ad Eva tanto a cuore che ogni sera, raggiunto il terzo piano, percorsa la metà del gran corridoio centrale dell'albergo, la bella mano da arciduchessa picchiava con le nocche di due dita alla porta del bel maggiore mentre due labbra sorridendo al legno bianco di ripolin d'una porta chiusa, mormoravano il più affettuoso: Gutte nacht che sia mai possibile desiderare per aver popolata di teneri sogni una notte di solitario riposo. Un Gutte nacht tenero e marziale insieme rispondeva da dietro la porta che sùbito si socchiudeva per mostrare nel breve rettangolo illuminato un major Hampfel in pijama roseo che si inchinava alla dolce amica e deponeva cerimoniosamente su la mano da arciduchessa il più rispettoso bacio.