La camera a mezzogiorno che occupava il major Hampfel era quella che Pierino aveva occupata durante il primo periodo del suo soggiorno neutralista nella Svizzera neutrale. Giunto il caro maggiore non era stato possibile trovargli una stanza a mezzogiorno nè a quello nè agli altri piani. Invitato da Eva ad essere cortese con un bravo soldato che aveva fatto il suo dovere e che doveva perciò essere sacro in ogni suo desiderio, Pierino aveva offerto al major Hampfel di cedergli la sua camera, poichè incontrastabilmente un soldato austriaco in permesso di convalescenza ha maggior bisogno d'avere il sole fin sul suo capezzale che non un italiano di terza categoria e, per giunta, anche riformato. Così Pierino era disceso di un piano ed aveva continuato a dormire i più placidi sonni in una stanza a settentrione. Di tanto in tanto, a notte alta, saliva al piano di sopra prima di mettersi a letto e, passando in punta di piedi per non disturbarne i sonni dinanzi alla camera del major Hampfel, andava a bussare a quella di Eva, egualmente esposta a mezzogiorno, per chiederle timidamente se mai avesse bisogno di nulla e sempre nella speranza, di sera in sera delusa, che Eva fosse per rispondergli di sì, che quella sera aveva veramente bisogno di qualche cosa. Ma Eva, sia che avesse limitato i suoi bisogni, sia che avesse a questi provveduto altrimenti, aveva sempre una risposta negativa per il povero Pierino il quale, mortificato, se ne tornava ogni sera giù al piano di sotto, nella sua stanza a settentrione; e, di sera in sera, volgeva uno sguardo sempre meno indifferente alla piccola cameriera in cuffia bianca che veniva a portargli la bottiglia di acqua fresca e a chiedergli — anche lei! — se mai avesse bisogno di qualche cosa.

Ma Pierino, che era docile con sua moglie anche in questo, rispondeva sempre alla cuffietta bianca e al sorriso che la illuminava:

Dancke schön... Non ho bisogno di nulla.

E, come se nulla fosse, s'addormentava.

IX. «LAGGIÙ NEL SILENTE GIARDINO....»

Si ama credere che esista tra il nostro temperamento e le forze misteriose del destino un sistema di telegrafia senza fili per il quale, alla vigilia di un avvenimento capitale della nostra vita, ci sentiremmo avvolti, con le antenne della nostra più squisita sensibilità, nelle onde herziane del presentimento. Senonchè questa telegrafia senza fili funziona in modo così intermittente che sarebbe assolutamente ingenuo affidarsi al servizio irregolarissimo dei presentimenti per conoscere, almeno cinque minuti prima, il nostro destino. Nessuna onda herziana avvolgeva lo spirito di Pierino Balla, quella sera, mentre egli invece avvolgeva con un nodo elegante la sua cravatta da smoking attorno al collo della camicia più incredibilmente porcellanata. Dalla montagna entrava una tepida aria d'estate. Giù nel giardino dell'hôtel, rischiarato nel grigiore della sera imminente da lampadine colorate sparse qua e là tra gli alberi, circolavano, in attesa dell'ora del pranzo, alcune coppie eleganti: uomini in smoking e cappello di paglia, signore in abiti chiari di tulle o di chiffon, colli, spalle e braccia nude o seminude. Mentre dava un'ultima lustratina alle unghie tutte lucide di smalto, mentre da un'anforetta d'acqua d'odore spruzzava alcune gocce di profumo Chevalier d'Orsay sul suo fazzolettino di battista, mentre infilava questo fazzolettino — lasciandone fuori tanto e non più — nella tasca del suo abito da sera, mentre si dava un'ultima guardatina allo specchio per vedere se era tutto lucido, impomatato, stirato e attillato a dovere, un ritornello delle vecchie operette viennesi care al suo cuore, lo spunto di un vecchio caro valzer suggestivo, il valzer di Franzi, gli ritornava, fischiettato, su le labbra, nel guardare giù quel giardino silenzioso e illuminato:

Laggiù nel silente giardino

trattenni d'un tratto il respir,

udendo l'incanto divino,

d'un valzer il dolce respir...