E mentre scendeva le scale diretto a raggiungere Eva, il major Hampfel e il luogotenente Federico che già pronti lo aspettavano nel giardino, Pierino Balla continuava a canticchiare il suo caro valzer, sospirato sussurrato carezzato in tante lontane e dolci sere romane, in tante chiare e quiete notti della sua vita di scapolo:

Canta e poi trilla,

valzer d'amor,

tu sei scintilla

che infiamma il cuor...

Non rivedeva sua moglie, Pierino, dall'ora di colazione. In compagnia del major Hampfel e dell'eroico fratello mutilato, Eva era stata quel giorno a fare una lunga corsa in automobile. La quale automobile non avendo che quattro posti e il quarto posto essendo stato la sera prima cortesemente offerto da Eva al consigliere Faber, Pierino era stato escluso con molta semplicità dalla gita, alla fine della colazione, quando Eva levandosi per andarsi a preparare gli aveva detto: «Tu non vieni, lo so. Tanto tu a veder paesaggi non ti diverti...» Che i paesaggi svizzeri non lo attraessero, Pierino non aveva mai, a dire il vero, affermato. Che egli non volesse partecipare a quella gita, Eva, a dire il vero, non poteva sapere. Ma sapeva però, Pierino, che obbiettar qualche cosa alle due erronee interpretazioni di sua moglie era assolutamente fiato sprecato, imperocchè se Eva aveva parlato così doveva avere le sue buone ragioni per farlo e, se l'aveva con tanta indifferenza lasciato a casa, era evidente che non aveva affatto nè il desiderio nè l'opportunità di portarselo dietro. Trovare una spiegazione all'atto di sua moglie non gli era stato difficile: bastava a fornirla la presenza in automobile del consigliere Faber. Si trattava certo ancora di preparargli in segreto la bella sorpresa di farlo addormentare una sera italiano e di farlo svegliare svizzero una bella mattina. Questa insistenza di sua moglie cominciava a urtargli un po' i nervi e gli sembrava che di farlo diventare svizzero non fosse più il caso di occuparsi dal momento che, in un singolare momento di energia, egli aveva chiaramente affermato di non volerne più affatto sapere. Anche quel modo di disporre di lui liberamente, di trascinarlo fuori o di lasciarlo a casa secondo il capriccio della giornata e l'opportunità dell'ora, urtava adesso leggermente una sua nuovissima sensibilità e una specie di piccola personalità ancora in via di formazione, che erano ormai dentro di lui sotto una superficie ancora quanto mai docile e remissiva. Ma Pierino viveva adesso nel suo matrimonio come l'Italia aveva vissuto trent'anni nella Triplice Alleanza: chiudendo gli occhi per non vedere, tappandosi le orecchie per non sentire. I mariti ed i popoli docili devono a forza transigere. E poichè con la dignità matrimoniale, come con quella politica, le apparenze devono comunque essere salve, transigere bisogna senza aver l'aria di accorgersi di transigere.

Dopo ogni piccola mortificazione che doveva subire Pierino si sentiva sempre un po' più lontano da sua moglie come in trent'anni, ogni volta che aveva dovuto chinar la testa, l'Italia s'era sentita sempre più un po' meno alleata della sua alleata. La quale era, come l'aquila che la simboleggia, bicipite. Ma sembrava che, pur avendo due teste, conducesse la sua politica senza adoperarne neppure una, tanto quella politica lavorava ogni giorno a far sì che si avvicinasse il momento in cui l'alleata del sud, già così poco alleata, non sarebbe più stata alleata niente affatto. Parimenti Eva lavorava, senza avvedersene, ad allontanar sempre più suo marito da sè e non si rendeva conto che, proprio a furia di voler soffocare la sua personalità, riusciva invece a dargliene una. Così a furia di dirgli che gli Italiani non si battevano bene, che non andavano avanti, che diretti a Vienna non avrebbero mai toccato neppure Gorizia ch'era lì a due passi sotto il tiro dei loro cannoni, Eva diede a Pierino la curiosità d'andare a vedere ogni giorno come gli Italiani facevano la guerra e quali risultati avevano ormai conseguiti o stavano per conseguire. Tutta quella giornata, infatti, mentre sua moglie correva in automobile di paesaggio in paesaggio col consigliere svizzero e con i due ufficiali austriaci, Pierino l'aveva trascorsa sdraiato su un divano a leggere nei giornali italiani le più recenti corrispondenze dal fronte. A quei racconti di sacrificii, di abnegazioni, d'eroismi, s'era vivamente interessato. Qualche volta, leggendo qualche episodio più particolarmente eroico, vedendo staccarsi nell'immenso quadro della guerra qualche figura più liricamente esaltata ed esaltatrice, s'era raddrizzato sul divano, aveva sospeso il respiro, teso i nervi, stretto i pugni, come avesse anche lui il nemico davanti, come smaniasse anche lui di fare quello che facevano con tanta semplicità quelli eroi, come tardasse anche a lui di menar finalmente, a sua volta, le mani. E, finalmente, a leggere delle eroiche scalate notturne degli alpini, del vertiginoso slancio dei bersaglieri, delle meravigliose avanzate dei piccoli fantaccini grigioverdi sotto le tonanti e ardenti tempeste del fuoco nemico, s'era sentito correre un brivido nel sangue, e il cuore gli aveva battuto più forte nel petto, e un velo di lacrime s'era posto tra lui ed il giornale che raccontava quelli eroismi. Aveva esclamato con una voce che la commozione gli strozzava in gola: «Ah, gli italiani!». Poi aveva corretto «Noi, italiani...». E aveva riveduto l'arciere Guglielmo Tell e la mela sul capo del figliuolo giovinetto. Poi, deposti i giornali, guardata l'ora, rilevato che bisognava cominciare a vestirsi per il pranzo, s'era tirato su, aveva allargato fieramente il petto, aveva stretto i pugni energicamente dinanzi a sè e lì, guardandosi nella specchiera che aveva davanti, squadrando con fiero cipiglio quell'altro sè stesso impettito e fiero che aveva lì di fronte nello specchio, aveva di tanto eroismo sentito un grande orgoglio; e, snodandosi la cravatta, aveva chiuso quell'orgoglio in poche parole pronunziate ad alta voce: «Ah, perdio, ma sono italiano anch'io!». Poi, la piccola vita della neutralità svizzera avendolo ripreso nel suo giro di piccole cure quotidiane, aveva mutato vestito, aveva cosparso i capelli di brillantina, aveva profumato il fazzoletto e infilato all'occhiello dello smoking il suo solito garofano rosso. E il ritornello del vecchio valzer che, vedendo il giardino silenzioso e illuminato, gli era tornato su le labbra:

Laggiù nel silente giardino...

era un piccolo segno di contentezza: contentezza d'essere rimasto dopo tutto un buon figliuolo, contentezza di sapere che c'erano al fronte tre milioni di italiani che facevano così eroicamente il loro dovere, contentezza di sentire che in fondo alla sua anima riviveva, come un primo fiore di primavera, qualche cosa che da molto tempo egli poteva credere morta o addormentata. E, mentre scendeva le scale, mentre canticchiava ancora:

Canta e poi trilla,