L'aveva consegnata al postino della sua compagnia, mezz'ora dopo arrivato in trincea, la sua cartolina per il luogotenente Federico Kramer, in Svizzera. Ci aveva scritto sopra, a grossi caratteri, Viva l'Italia! e aveva riempito il colonnino delle indicazioni di recapito: «Soldato Pierino Balla, reggimento fanteria... compagnia... divisione... Zona di Guerra». Poi aveva preso dal suo portafogli un ritrattino, il ritrattino di Eva. Ci aveva scritto dietro così: «Più adatto per stare sul cuore d'un soldato austriaco, del «major» Hampfel, per esempio». E aveva firmato: «Pierino Balla, soldato italiano». Poi, chiusa la fotografia in una busta, consegnata anche questa al postino, s'era sentito più leggero, più lieto, più pulito e, liquidato così il suo passato, pronto a volgersi verso il suo avvenire, di là dalla trincea.

Era in trincea, oramai, da due o tre ore. Mentre era in corso la sua domanda d'ufficiale aveva voluto intanto servire come soldato e, brigando assai più di quanto sua moglie aveva brigato per farlo diventare concittadino di Guglielmo Tell, aveva chiesto e ottenuto di essere mandato in prima linea, sùbito al fuoco, lassù, fra le nevi, in quelle trincee ch'erano chiamate del Lenzuolo Bianco. Era giunto lassù, poco dopo mezzogiorno, dopo una lunga marcia a piedi che durava dall'alba. Aveva trovato, fra quei soldati, due amici: uno ufficiale, l'altro soldato. E l'uno e l'altro, lassù, gli avevano stretto la mano, forte, apertamente, cordialmente, come da quando era ammogliato non gliel'avevano mai stretta a Roma, da Latour o da Faraglia. E s'era sentito da quelle strette di mano rinnovare, riconsacrare, rifare quasi da cima a fondo.

I soldati gli avevano detto:

— Sei arrivato per goderti le ore tranquille. Di giorno quelli là non fiatano. Poi, quando è il tramonto, cominciano a sparare. Ci danno la buona notte così. E' stato così ieri sera, l'altra sera, prima ancora...

— E sarà così anche stasera? aveva domandato Pierino senza preoccupazione e senza spavalderia.

— E sarà così anche stasera, gli avevano risposto i compagni.

Poco dopo l'altro amico, l'ufficiale, l'aveva chiamato in disparte:

— Sei stato costretto a tornare in Italia?

— No, ero riformato e la mia classe non l'hanno riveduta.