Pierino rispose pianamente, assorto, scansando le insistenze con un gesto della mano:

— Più tardi.

Gli altri insistettero:

— Quando?

E ancora Pierino, a bassa voce, gli occhi intenti, il cuore lontano:

— Più tardi.

Ma tutti eran tenori lassù e tre o quattro voci insieme ripresero il Sei tu, felicità... Pierino ascoltava, sempre immobile, disteso, poggiato il gomito a terra, la testa appoggiata su la palma. Rivedeva Vienna, il Prater, la passeggiata notturna con Eva, risentiva nella voce di lei, sospirato, carezzato, il dolce valzer sentimentale.

D'un tratto, il valzer si spezzò. Gli ufficiali accorsero, diedero ordini nervosi, secchi, precisi. Dall'altra parte non si cantava più. Il cielo, il grande cielo alpino, si era tutto coperto di veli rosei. Il sole era scomparso laggiù, dietro la montagna bianca di neve. E una voce beffarda, accanto a Pierino, mentre i soldati si levavano, mentre occupavano il loro posto in trincea, commentò:

— L'ora del tè!

Un ufficiale parlò: