— È stato con la signorina Rosiers. Le ha scritto or ora.
Farnese credette bene di non raccogliere quella frase intempestiva del piccolo Luca, ma, avendo visto negli occhi di Beatrice un'ombra incerta che esprimeva insieme dolore ed ira, volle ripararvi:
— Il piccolo Luca, spiegò, è in collera col suo papà perchè non è venuto a prenderlo per la passeggiata, come gli aveva promesso stamane. Non è vero, Luchino? — Ed avendo il bimbo assentito del capo, aggiunse volgendosi a Loredano e poi a Beatrice: — La signorina Rosiers mi ha mandato dalla sua sarta a vedere i tre abiti pronti per la Chimera ed ho fatto tardi. Ora, siccome stasera desidero di restare in casa con voi, le ho comunicato i miei appunti e i miei consigli da profano.
Mentre costruiva questo piccolo ed abile edifizio di menzogne, egli osservava sua moglie, la cui fisonomia si rischiariva subito con un riflesso di piacere e di calma. Beatrice aveva sùbito ricominciato a parlare con Loredano, mentre Farnese pensava con soddisfazione all'abilità spiegata nel riparare all'imprudente frase del piccolo Luca. Chiunque altro si sarebbe stupito della facilità con la quale sua moglie aveva accolte per vere le sue spiegazioni, ma egli aveva talmente corso la vita di qua e di là, che da molto tempo oramai non si stupiva di niente!
Il pranzo era cominciato, fra le domande di ogni sorta rivolte a Farnese da Loredano riguardo alla nuova commedia, alla cui prima rappresentazione egli era venuto ad assistere. Farnese con piacere — e tutto l'autore si rivelava in questo piacere — aveva parlato a lungo della sua opera, narrandone il soggetto, commentandone lo svolgimento, dando notizie su l'andamento delle prove e su le varie probabilità di interpretazione e di successo. Da queste notizie erano presto passati ad una discussione artistica e Loredano, che non chiedeva di meglio, vi si era lanciato intieramente. Per la ventesima volta, ripresero una loro discussione sul teatro, passarono ad enumerare capolavori e successi, e Beatrice potè udire frasi come queste:
— Io non scriverò più per il teatro. Il teatro è un'arte inferiore, diceva Loredano. Non so più chinarmi ad affrontare il giudizio del pubblico, molte volte ingiusto ed irragionevole, nè posso subire i vincoli che m'impone il teatro, sopra tutto quello di dover pensare ad una media intellettuale del pubblico, ad un average reader, come dicono gl'Inglesi. È per questo appunto che il teatro è un'arte inferiore.
— No, non è inferiore! protestava Giuliano. Come puoi dir tale un'arte che ha avuto Shakespeare: Shakespeare, l'uomo più profondo della terra, il creatore umano più sublime?
— E che significa? Shakespeare era un Dio! rispondeva Loredano. Al suo confronto io non sono che un abatino e di conseguenza non scriverò mai più commedie in vita mia...!
— Giuramento da marinaio! interruppe Beatrice ed aggiunse finemente, sorridendo: — Come si intitola quella che stai scrivendo?