Ma Leonardo era troppo uomo di mondo, amava troppo sua sorella e, pure biasimandolo comprendeva troppo la lotta che si combatteva nell'animo di Giuliano, da lasciar trapelare fosse pure un nonnulla di quanto egli era giunto a scoprire. Oramai quasi conosceva gli appuntamenti e gli incontri dell'attrice con lo scrittore e Leonardo proprio in quei momenti cercava di giustificare e spiegare a sua sorella le assenze del marito. Beatrice si confidava a lui, perchè a lui poteva dischiudere tutta l'intimità dell'anima sua. Ella aveva l'abitudine di considerare Leonardo non solo come un fratello maggiore, ma, poichè il fratello era stato come un padre dell'orfana bambina, era nel sentimento di lei qualcosa di superiore e di diverso, una tenerezza filiale. La parola di Leonardo, quindi, le riusciva estremamente carezzevole e quietante. Ed egli che lo sapeva, usava di questo suo potere per sollevarla, per distrarla, per farle smarrire la via quando il sospetto di lei s'incamminava per quel cammino che l'avrebbe portata all'atroce rivelazione. Leonardo comprendeva che non era possibile restare molto tempo in quel tacito inganno: troppo paventava la veloce e sicura marcia della verità. Tuttavia, conoscendo l'anima di Giuliano, le sue volubilità e le sue mutevolezze, egli si augurava che l'innammorato si distaccasse dalla sua illusione e ritornasse alla moglie ed al retto sentiero, prima che la verità avesse potuto compire la sua marcia ancòra lontana.

Egli aveva considerato tutte le vie per accelerare nel cuore di Giuliano quella felice resipiscenza. Parlare a Claudina? Era inutile, poichè egli avrebbe capito da dove l'imposizione partiva. Parlare a lui? Era ancòra più inutile, poichè egli sapeva bene il potere reattivo che hanno i saggi consigli quando la passione divampa. Consigliare a Beatrice di partire col marito? Ma sarebbe questi partito? E quel che era più illusorio ancòra, sarebbe egli rimasto lontano? Non era questo il modo di dare a Beatrice la lacerante certezza, senza tuttavia ricondurre nella casa, che adesso n'era deserta, la pace e l'amore? Ma chi, se non il tempo, il gran livellatore ed il gran giustiziere, poteva riportare fra gli sposi il ramo d'ulivo ed il roseo ramoscello d'eliotropio? Aveva, così, respinto tutti quei progetti dannosi e si era attenuto al più semplice ed al più ragionevole: lasciar fare al tempo. Sapeva bene e per esperienza, come sia possibile prevenire la passione, ma come sia vano e sciocco reprimerla, quand'essa è divampata: — vano, poichè essa non s'estingue sotto alcuna forza se non sotto la sua propria; sciocco, poichè la passione repressa è come una fiamma su cui si soffii per spengerla e che, repressa un istante, divampa dopo più gagliardamente.

Beatrice intanto soffriva. Il suo amore per il marito era oramai avvelenato dal dubbio. Nei suoi sgomenti, ella invocava la certezza come una liberazione, ed allora si dava ad investigare, a spiare, a riflettere. Ma, a metà del suo febbrile lavoro d'indagine, uno sgomento più forte la prendeva, lo sgomento di trovarsi d'un tratto innanzi alla crudele ed irrimediabile verità. Allora ella ritornava indietro e si aggrappava al dubbio tanto amaro, come ad un'agognata tavola di salvezza, benedicendo quella continua tortura, piuttosto che lo spasimo orrendo di una prova irrefragabile. Tanto più che allora ella si apriva col fratello e piangeva sul petto di lui tutte le sue lacrime, mentre egli, passandole la mano sui capelli, la rassicurava, la tranquillava, burlava i suoi timori, le sue ansie, i suoi sospetti e le portava fra le braccia i suoi bimbi ch'ella, sperando ed illudendosi ancòra, baciava appassionatamente, baciando in loro anche l'imagine del padre. E quelle lacrime le eran di sollievo, quasi di gioia.

— Sai, le disse una sera Loredano, trovandola sola nel salotto invaso dalla penombra del crepuscolo piovoso, ho una buonissima notizia. Claudina Rosiers e tutta la sua compagnia partono e vanno a Torino e poi a Milano. Partiranno tra dieci giorni. Sei contenta? Allontanato l'oggetto dei tuoi sospetti, essi cadranno. Vedi che il tempo stesso si è incaricato di riportare in questa casa, come ti dicevo, il ramo d'ulivo ed il ramoscello d'eliotropio?

Beatrice sorrideva, poichè quella notizia le illuminava un'orizzonte di calma e di amore, ch'ella aveva temuto più volte di non rivedere mai più. Anche Loredano sorrideva, poichè anche lui sperava molto in quella partenza e dentro di sè si felicitava della sua prudenza e della sua abile strategia, dimostrate l'una e l'altra nel tacere a Beatrice quanto egli aveva indovinato.

In quel momento, mentre egli baciava le pallide mani scintillanti di anelli che la sorella gli tendeva raggiante di speranza e di gioia, il domestico entrò, recando la lampada velata dall'abat-jour di tulle roseo; e quella lampada rosea sembrò a loro, secondo le parole d'un poeta, una sorella infermiera che mettesse negli occhi della tormentata la sua luce, come un collirio; — sembrò una sorella che mettesse sul cuore di lei la sua bocca tepida; — sembrò una rosa bianca fiorita d'improvviso in un grigio giardino crepuscolare.

IX.

— Decidiamoci per questa, disse Claudina distaccandosi da Farnese e salendo di corsa la breve salita di quella quieta osteria di campagna; entrarono sotto quelle capanne, ordinarono una colazione semplice e rustica, cercarono il posto migliore per farvi apparecchiar la tavola. L'osteria era deserta in quel giorno feriale dell'ultima settimana di un aprile dolce e pieno di sole. Gli amanti prescelsero una piccola tavola sotto un chiosco di canne ricoperto di edera, gemmato di variopinte campanule. La campagna romana si apriva al loro sguardo, nuda e solenne, interrotta dal luccichio del fiume in lontananza. I fiori intorno al chiosco ombroso esalavano i loro primi profumi inebrianti. Il sole era tepido e carezzante, passando a lame di luce tra le canne, dolce e piacevole come un amico che torni dopo una lunga assenza e vi riporti la gioia e la vita.

Poichè dovevano attendere qualche minuto la colazione, i due amanti discesero nuovamente dalla montagnola su la lunga via bianca, si avviarono verso gli archi di ponte Nomentano. Siepi di biancospini e di rovi limitavano una parte della via. I biancospini gemmavano le siepi con i loro fiori candidi come fiocchi di neve. L'Aniene scintillava al sole del mezzogiorno con riflessi d'acciaio. Gli amanti si soffermarono a guardare il paesaggio che si stendeva a sinistra, oltre le siepi, per una distesa enorme, fino all'Albero Bello sul Tevere. La pianura si apriva vastissima, limitata dall'orizzonte, interrotta dalle strane ondulazioni del terreno. Nelle lontananze i monti sfumavano in una nebbia azzurrina, ma che a volte aveva qualche trasparenza rosea.

Farnese guardava l'amante che, vestita di un costume tailleur in stoffa grigia, s'avanzava verso il ponte, sotto l'ombrellino, fiore di ombra in quella furia di splendore abbagliante. L'ora intanto passava. Giuliano la raggiunse e, come la via era deserta, tornarono verso la montagnola e l'osteria avvinti amorosamente. Si sciolsero quando videro il padrone che li attendeva a piè della salita. Ma non erano stati così solleciti che il loro gesto amoroso fosse sfuggito agli occhi di colui che ora li precedeva verso il chiosco, nascondendo sotto la sua barba un sorriso d'intelligenza.