— Ci crederà due sposi, mormorò Claudina, e riderà di noi.

— Che importa, se non lo siamo? le ribattè l'amante, sorridendo.

La tavola, apparecchiata sotto il chiosco verde e profumato, aveva una certa pretesa nella rusticità di quelle tovaglie di cotone, di quei piatti di terraglia a disegno volgare, di quelle posate di ferro, di quelle bottiglie di vetro. L'oste aveva messo dei fiori in mezzo alla tavola e mentre gli amanti si sedevano l'uno di contro all'altra, egli aspettava sotto l'arco del chiosco i complimenti pel suo pensiero gentile, con un sorriso melenso su le grosse labbra. Nè si mosse finchè Claudina non ebbe notato quel mazzo di fiori di campo e non l'ebbe ringraziato della sua amabilità. Solo allora gli amanti poterono lasciarsi andare alla spensieratezza della loro scappata primaverile. Claudina aveva lasciato le prove al teatro, Farnese un affare importante per procurarsi il piacere di quella colazione campagnuola, presso il limpido Aniene, nella solitudine semplice ed intima di quella osteria senza avventori.

— Ma noi non mangiamo, divoriamo, disse Claudina a metà della colazione.

Due sorrisi, una stretta di mano a traverso il tavolo e ricominciarono a divorare. Parlavano di mille cose, di mille nonnulla, e la conversazione di Claudina svolazzava: sfiorava fatti, idee, sentimenti, sensazioni, allegramente, leggermente, senza mai soffermarsi, vertigine di parole, ebrietà brillante di primavera. Alle frutta Farnese dimandò del buon vino. Ne riempirono i bicchieri, brindarono. Ora che il cameriere non interrompeva più per il servizio i loro colloqui, Claudina si era seduta su le ginocchia dell'amante, gli aveva passato le braccia intorno al collo e, fumando, gli soffiava il fumo negli occhi con il perverso desiderio di fargli male. Con i bicchieri innalzati, gli amanti incrociavano continui brindisi, come incrociavano i loro bicchieri, bevendo Claudina a quello di Farnese, che a sua volta s'inumidiva le labbra a quello di lei.

— Ah, come mi diverto, come mi diverto! Noi siamo due scolari, gridava Claudina. Evviva! Evviva! Dammi del vino, ancòra, ancòra. — E come Giuliano le mesceva quel leggero e biondo vino dei Castelli, Claudina aggiungeva ridendo follemente: — Champagne, champagne, ancòra e sempre: Champagne, if you please.

Nel momento che, bocca su bocca, gli amanti si baciavano con uno di quei baci appassionati, furiosi, veementi che annientano le personalità pel solo, grande ed eterno trionfo dell'amore, una giovinetta era comparsa, vendendo un grosso fascio di prime rose.

Giuliano le diede del denaro mentre Claudina afferrate le belle rose le mordeva, ne mangiava le foglie, sfogliava i bei fiori odoranti e passava le mani piene di petali ancòra umidi su le guancie ardenti dell'amante.

— Mi ami? mi ami? mi ami?

— Ti adoro!