Venti volte si ripetettero la dolce appassionata domanda, la semplice ma eloquente risposta. Essi si inebriavano della loro stessa felicità che veniva dai baci, dal vino, dal sole, dai fiori, dalla primavera, dalla gioconda libertà. Lungamente i baci susurrarono sotto la verde cupola, lungamente le anime si esaltarono all'odore delle rose, lungamente le parole amorosissime mormorarono tra quella grande fioritura di campanule, bianche, rosee, azzurre e gialle, che nei loro calici aperti sembravano accogliere quei susurri d'amore, tesoro ineffabile di passione e di giovinezza.
Già il sole diveniva sempre più pallido e tepido, nè più le lame della sua luce scendevano negli interstizii delle canne cinte di edera. Poichè il tramonto d'aprile si avvicinava, Claudina volle uscire e tuffarsi ancòra per l'ultima volta nel sole, bearsi di quella esuberanza di luce, di colori, di profumi, di vita rifiorente. Discesero di nuovo, nuovamente si avviarono verso il ponte Nomentano. Un drappello di soldati del genio era su una montagnola per un breve riposo da certe loro esercitazioni di barche, nell'Aniene. Il piccolo fiume non scintillava più al sole meridiano, ma nelle sue acque limpidissime rifletteva capovolte le sponde, il cielo terso e d'un azzurro regale. Ma sempre più il tramonto si avvicinava e sempre più l'esaltazione si calmava nel sangue e nei nervi degli amanti. A poco a poco, come su le cose, così su le anime loro la sera imminente distendeva i suoi veli oscuri. Qualche tristezza rifioriva nei loro cuori, qualche dolore nuovamente vi palpitava, a mano a mano che l'esaltazione impallidiva e si spengeva.
Claudina, che si era seduta su un masso di pietra contemplando il tramonto, parlava:
— Ecco che anche questa giornata tanto dolce è finita, ecco che rientriamo nella triste monotonia della nostra vita e, riabbassando la maschera su i nostri volti ch'oggi erano tanto felici di non doverla sopportare, riprendiamo il doloroso artifizio della nostra menzogna... Ah, come la vita sarebbe sciocca ed inutile se dovesse continuare così! Ma tu sai perchè ti amo; tu sai perchè ci amiamo; tu sai bene il mio sogno adorato. Noi ci metteremo presto al lavoro, n'è vero? Tu completerai la mia intelligenza, io diverrò migliore al fuoco della tua... Torneremo presto, n'è vero? al lavoro, alla fatica, ai fieri scoraggiamenti ed alle superbie tanto nobili! Poichè è solo la realizzazione di quel mio bel sogno che giustifica il nostro amore, noi dobbiamo far tendere a quello tutti i nostri sforzi... Tu sarai grande ed io sarò presso di te.... Tu mi offrirai un ramoscello del tuo alloro... Oh, il sogno, il nostro bel sogno!
Si rialzarono. Oramai il tramonto, dietro Monte Mario sfumato in una nebbia turchiniccia, slanciava in alto nel cielo il suo magico incendio, il portento delle sue fiamme. I cipressi sul ciglio di Monte Mario, disegnandosi su quell'incendio del cielo, sembravano veramente gli aguzzi denti di un pettine enorme. Gli amanti, vinti da una tristezza mista però di dolcezza e di squallore, discesero in un prato verde tempestato di margherite dove l'erba era foltissima ed alta. Seduti su l'erba, innanzi a quel tramonto meraviglioso di aprile romano, le loro anime si schiudevano per accogliere tutta la malinconia e tutta la maestà che, da quella conflagrazione di nubi ardenti e da quella vicenda di luci e di ombre nel cielo, emanavano. Furono allora, alla fine di quella dolce giornata d'amore, i baci freddi, assai più tristi che le lacrime; furono le strette di mano, quando le mani sono ghiacciate e non sono più due passioni che si attraggono, ma due tristezze profonde che si vogliono carezzare e cullare a vicenda; furono le indifferenti parole d'amore, vuote ed inutili parole d'amore, più dolorose di un silenzio, perchè mostrano lo squallore dell'anima e le lontananze dei cuori degli amanti.
E gli amanti, rientrando poco più tardi a Roma, lungo la via Nomentana silenziosa dove solo echeggiava il trotto dei cavalli, pensarono ch'era meglio tacere. Il crepuscolo scendeva umido e tetro. Il cielo all'occidente era di rosa smorta e ad oriente già si accendevano le prime stelle dei mirifici lampadarii che ignote forze sovrane sorreggono in cielo. E la giornata di gioia e di spensieratezza si chiudeva, dopo quella fiammeggiante apoteosi della fine, con la più dilaniante delle tristezze umane, la tristezza che non sa trovare l'ineffabile sollievo delle lacrime.
Quando Giuliano rientrò in casa trovò sua moglie occupata da alcune visite. Egli non potè schivare quei fastidii e dovette dire ancòra per la millesima volta quelle medesime parole con quell'immutabile accento di esasperante indifferenza che toglie vita ed anima ad ogni conversazione. Le signore ch'erano lì quel giorno avevano qualche segreto ch'egli conosceva, poichè sapeva come, ad esempio, quella signora Acquaviva fosse sollevata nei suoi frangenti finanziarii da un vecchio senatore elegantissimo, presso il quale il marito trovava sempre un più che affettuoso appoggio; nè Giuliano poteva non sorridere pensando che quella contessa Arlì, che ora parlava con tanta intransigenza su i costumi di qualche sua amica, era stata veduta entrare con un deputato di provincia, sciocco ma milionario, in una casa di via della Missione; ed il sorriso continuava osservando quella terza visitatrice, la signora Lancia, la quale girava i Ministeri, generosamente disposta verso chi intendeva giovare al marito, pagando di baci una croce di cavaliere della Corona d'Italia. Beatrice era visibilmente tediata da quel cicaleccio mondano, in cui la signora Acquaviva metteva delle sentenze politiche che le venivano dal suo elegante protettore della Camera Alta, la contessa Arlì delle filippiche contro gli innocenti flirts da cotillon di qualche sua intima amica, la signora Lancia l'apologia di suo marito e l'enumerazione dei meriti di lui, ch'ella ripeteva continuamente poichè era l'unico modo di far credere a qualcuno che il marito ne avesse. Giuliano ascoltava rovesciare uomini, tacciare d'imbecilli certe idee, ridere di una conscienza retta, enunciare paradossi sociali da quelle donne che spendevano circa duemila lire al mese per la loro sarta, combattere per il trionfo della morale proprio da quelle donne che oramai da lunghissimi anni ne avevano smarrito le traccie. La conversazione seguitava così, caustica e falsa, fra il sorseggiare di una tazza di thè ed il liquefarsi di un fondant, senza che mai svelasse un sentimento sincero, un'idea onesta, una sensazione elevata. Tra quelle cincallegre di salotto, alle quali solo i guanti e gli abiti erano mondi di macchie, più pura, più buona, più dolce gli appariva Beatrice, che in quel momento ascoltava quei discorsi vuoti con un fastidio doloroso, ch'ella nascondeva sotto un amabile sorriso decorativo.
Una dopo l'altra le tre cincallegre se ne andarono: la signora Acquaviva a raggiungere il senatore che, forse, era invitato a pranzo da lei (un pranzo che egli avrebbe pagato, prima di andarsene, con un biglietto da cinquecento lire), la contessa Arlì in cerca di qualche rapida avventura; la signora Lancia a tentare eloquentemente un qualche capo divisione perchè suo marito avesse, finalmente, in occasione della prossima festa dello Statuto, la tanto sospirata croce dei santi Maurizio e Lazzaro. Quando furono soli, Beatrice si sedette presso Giuliano che sentiva l'imperioso bisogno di stringersela al petto, di baciarla, poichè ella era così buona e così dolce, poichè egli ne scorgeva meglio, al contatto con le altre, l'immacolata anima. Il marito si lasciava prendere a quel fascino di dolcezza che, come un profumo, Beatrice spandeva intorno a sè. Egli dimenticava la sua vita, gli sembrava di non essersi mai distaccato dal fianco di lei, di averla ininterrottamente e così amorosamente sentita palpitare tra le sue braccia. La sua vita passata — di un passato che datava appena da sessanta minuti! — si aboliva; ed è per questo che i baci posti da lui su le labbra di sua moglie non gli apparivano sacrileghi, nè rubati nè umilianti quelli con i quali l'innamorata gli rispondeva.
Ma il domestico che entrava, recando un pacco di libri giunti in quel momento, ruppe l'incanto. Beatrice, seduta al pianoforte, interrogava ora Giuliano su l'impiego della sua giornata, gli descriveva la sua, trascorsa tra le sue cure di mamma affettuosissima ed i suoi fastidii elegantissimi di donna di mondo. Cominciò allora per Giuliano la dilaniante commedia della menzogna e del ripiego, più amara, più crudele, più umiliante, dopo quell'oasi d'oblio, di pace e di confidenza. Ma le domande di Beatrice incalzavano. Il silenzio sarebbe apparso un'accusa, una confessione. Il marito, allora, cercò le parole più adatte a togliere dai sospetti l'innamorata, inventò abilmente le occupazioni di una intera giornata, con una grande minuzia di particolari; particolari tali, però, che non se ne offrisse a Beatrice la possibilità del controllo. Ella ascoltava — e così grande era l'accento di verità e di semplicità dell'infedele, ch'ella credette.