Credette! Era appunto questa fiducia di lei che feriva più profondamente Giuliano, nel cuore. Evidentemente, s'egli architettava con la massima abilità un edificio d'inganni e di piccole menzogne per giustificare presso Beatrice le sue ore, era perchè ella credesse, perchè ella quietasse la sua anima affannata da tanti palpiti nella dolce mitezza della fiducia. Ma tuttavia, quando vedeva che Beatrice gli prestava fede, la fede desiderata, quando osservava il volto di lei appianarsi ed illuminarsi d'un dolce sorriso d'amore, egli sentiva prepotente il bisogno di gridare all'illusa: «No, no, non credermi così facilmente! Quel che io ti racconto è menzogna. Io ti ho ingannato, ti inganno, io non avrò la forza di non ingannarti più. Non sorridermi, così, d'amore..... Ma guardami in volto e leggimi su la fronte la menzogna..... Che i tuoi occhi e le tue labbra non mi diano più baci ma mi scaglino contro l'insulto, l'insulto e il disprezzo per la mia miseria e per la mia viltà!» Tuttavia la ragione riprendeva il sopravvento su quell'onesto moto di una conscienza che si serbava ancòra integra, sotto le scorie delle falsità e delle ipocrisie. Ed egli taceva; seguitava ad intessere le fila dei suoi inganni, mentre l'innamorata seguitava a sorridergli di amore e di fiducia ed il suo volto sempre più si rischiarava di un così soave sollievo.
Tutto questo, però, non impediva che la conscienza di Giuliano sanguinasse. Quella fiducia di Beatrice così intiera e sollecita gli faceva sentire ancòr più il triste peso della sua vergogna. Egli avrebbe quasi desiderato che la verità emergesse solenne ed inesorabile, affinchè la commedia miserabile finisse nel dramma, certamente più doloroso, ma più nobile; ed allora i baci di lei gli facevano male, lo umiliavano, lo avvilivano tanto!.....
— Tu hai lavorato molto, io invece ho oziato, gli diceva Beatrice. Tu sei triste, lo vedo. Io non so che fare per te. Ma se i miei baci possono darti un po' di gioja e porti un sorriso su le labbra, ebbene, prendili, prendili, sono tanti e sono tutti tuoi!.....
Ella si strinse, si avvinghiò a lui, lo baciò appassionatamente. Come un colpevole — quale egli era, del resto — Giuliano sentiva quei baci irrorargli le labbra che ardevano e pure tremavano, a un tempo. Loredano che entrava, di ritorno per il pranzo, lo liberò da quell'agonia atrocissima che aveva pur troppo le rosee e belle apparenze dell'amore.
X.
Molte volte, nella vita, pur premunendosi contro le persone e le cose che si temono, si tralasciano cose e persone che appaiono trascurabili, mentre sono appunto quelle che più tardi nuoceranno. Certamente Farnese, salendo in quella sera di primavera la grande scala del Teatro Nazionale, non avrebbe mai pensato che da quel momento la sua sorte era decisa, la rivoluzione più violenta della sua esistenza e della sua anima iniziata irreparabilmente. Egli aveva il cuore in festa. Una giornata di lavoro gli aveva diffuso nel cuore e nei nervi quella deliziosa ebrietà che dieci ore di tavolino recano sempre ad un artista vero. La sua conscienza era anche tranquilla: Beatrice, invitata a pranzo da Lady Tremmel, vi si era recata con Leonardo Loredano; Giuliano, protestando una lieve indisposizione, era rimasto a pranzo con i suoi bambini, per non incontrarsi nei salotti ed alla tavola della deliziosa Lady Tremmel con una persona ch'egli non amava avvicinare. Il pranzo era stato gaio. I bambini avevano voluto ascoltare dal padre fiabe e racconti, ma senza fate, senza reucci e senza reginotte perchè quella «era roba da bambini», come sentenziava il piccolo Luca. Gli scoppî argentini di risa delle sue creature avevano sparso nel cuore del padre la più grande pace e la gioia più intima. Dopo il pranzo, era rimasto con loro a sfogliare un libro di viaggi, dono di Loredano ai bambini, aveva anche dato dei punti — lui! — alla sortie du bal della bionda bambola di Anna Maria. Infine egli aveva accompagnato con Miss Margaret, l'istitutrice, i bambini a dormire. Li aveva veduti, inginocchiati a piè del letto, mormorare le brevi ingenue preghiere che Beatrice aveva loro insegnate e nelle quali i bimbi pregavano anche per la felicità del loro babbo. I due ninnoli biondi, immacolati nel candore dei loro lettini, erano in quiete. La lampada, sotto il paralume di tulle, era stata abbassata.
Giuliano era uscito in punta di piedi; in anticamera aveva indossato il soprabito e s'era avviato verso il Nazionale, leggero e giocondo come a vent'anni, a Padova, quando dopo le opprimenti lezioni alle sue indomite scolaresche, poteva raggiungere la sua cameretta modesta per dedicarsi ai suoi prediletti lavori letterarii, quei lavori che dovevano poi dare ricchezza e gloria all'oscuro professore d'allora. Camminava a piedi in quella dolcissima sera di primavera. Da alcuni giardini della via Nazionale giungeva un acuto ed inebriante profumo di ciclami; festoni di lilla pendevano lungo le mura verdeggianti d'edera di una palazzina. Sua moglie non sarebbe rientrata che tardi dalla casa di Lady Tremmel, poichè dopo il pranzo intimo, l'elegantissima inglese offriva alla società romana l'ultimo suo ballo della stagione. Giuliano aveva dunque stabilito con Claudina di passare a prenderla al teatro, per poi rientrare insieme, a cenare e a bere dello champagne tra i baci più capziosi del vino, nel civettuolo appartamento dell'attrice.
D'un passo leggero Giuliano, salite le scale, aveva percorso il corridoio del primo ordine e s'era fatto aprire il solito palco di proscenio. La sala era rigurgitante, sebbene le rappresentazioni della Chimera fossero già ad un numero enorme. Il terzo atto volgeva al suo termine e Claudina, nella parte della contessa di Varrena, scagliava l'atroce grido di dolore e di rimpianto, ritrovando, dopo scoperto il baratro verso cui scendeva, presso di sè umile e sommesso l'uomo che l'amava profondamente e ch'ella aveva fino ad allora disprezzato, nel suo fatale inganno. Da quella sala rigurgitante saliva l'applauso così demoralizzante per un autore drammatico, l'applauso obbligatorio al dato momento, demoralizzante perchè ha in sè qualche cosa di quello tribuito al tenore che avanza al proscenio, per lanciare le ultime note della sua romanza, onde avere più insistente l'acclamazione della galleria.
Giuliano, finito l'atto, si avviò al palcoscenico, deserto in quella sera di rappresentazione senza speciali attrattive e senza avvenimento artistico o mondano. I pompieri passeggiavano con passo monotono su le tavole, i macchinisti ridevano in gruppo, i servi di scena preparavano l'elegante salotto del quarto atto. Uno o due attori passeggiavano, leggendo un giornale. Giuliano, giunto al camerino dell'attrice, vide che questa, dietro l'usciolo socchiuso, l'attendeva.
— Come hai tardato!... gli disse Claudina, appena fu entrato.