— Parlo dell'abito, non di me, replicò sorridendo l'attrice.
— Innanzi ad una bellezza, spiegò il romanziere, non si bada al piccolo particolare squisito, al trascurabile ornamento delicato. In San Pietro, nella cappella della Pietà, non ammirate prima i mediocri affreschi di Lanfranco, ma il divino gruppo di Michelangelo.
— Dimenticate le proporzioni, replicò l'attrice con un sorriso che scoprì le due file di piccoli denti candidi.
— Perchè ho fatto un confronto fra Michelangelo e voi, un affresco di Lanfranco ed il vostro estetico abito di quest'oggi? Mio Dio, le proporzioni si possono sottintendere sempre! E poi.....
Il madrigale era stato interrotto dalla voce del Savarese che chiamava all'ordine per il terzo atto. Gli attori erano tornati verso il centro della scena, interrompendo i loro chiacchiericci. I trovarobe preparavano l'arredo scenico, segnavano le porte con due sedie corrispondenti, i divani con una lunga fila di sedie logore e scolorite. Un campanello elettrico — e col sordo mormorio del suggeritore la prova ricominciava. Le scene seguivano le scene e Farnese pure avvezzo agli inganni delle commedie in prova, avvertiva deficienze dove non ve ne erano, vedeva tutto pallido, fiacco, slavato. Sebbene egli sapesse come solo la ribalta illuminata e la sala colma fossero sufficienti a dare ingegno a quelli attori che ora sembravano poveri filodrammatici, pure temeva la loro negligenza, paventava un'interpretazione debole e frusta, visioni fosche d'insuccesso gli attraversavano il pensiero. Ma Claudina Rosiers faceva la sua entrata e subito la scena diveniva elettrica, l'orgoglio dell'autore vibrava di nuovo fiducioso, gli altri attori anche si investivano meglio della parte, procedevano più vivi e più veri. Savarese, grosso e acceso nel volto senza barba nè baffi, sorrideva dai piccoli occhi furbi e dalle labbra tumide di vecchio ebreo, presentendo l'affare ed il successo fruttifero. Ma un attore di primissimo ordine, Gray, che in quel momento non recitava, seduto su una delle due sedie che simulavano i battenti di una porta, seguiva con l'occhio sospettoso Claudina Rosiers, ardente nei suoi movimenti passionali; ed a volte gli occhi dell'attore brillavano di un riflesso sinistro. Gray era innamorato di Claudina ed aveva già confessato all'attrice la sua passione, deferentemente, offrendole la sua mano. Ma l'attrice aveva ricusato, ringraziandolo tuttavia dell'onore che le tributava: ella voleva darsi all'arte conservando il suo libero arbitrio, non voleva essere diminuita dai vincoli e dagli affanni di un marito e di una famiglia. Il suo discorso era stato così fermo e reciso che Gray non aveva saputo insistere; ed allora con voce piena di lacrime s'era fatto promettere che, se un giorno ella avesse mutato idea, avrebbe tenuto conto della sua sfortunata passione e l'avrebbe prescelto agli altri. Il giovane aveva sofferto per quella rinunzia, ma il pensiero che quella donna ch'egli non poteva avere non sarebbe nemmeno appartenuta ad altri lo consolava in quell'eterno orgoglio e in quel mascherato egoismo del maschio, che sono tanta parte di una passione virile. Quando però le prove della nuova commedia di Giuliano Farnese erano cominciate, la più atroce gelosia s'era aggiunta nell'animo dell'attore a quel rassegnato sconforto. Egli sapeva che Farnese aveva avuto molte buone fortune, sapeva quanto Farnese piacesse a Claudina Rosiers, sapeva quanto Claudina Rosiers piacesse a Farnese; e le sue buone amiche s'erano date premura di metterlo in guardia contro Farnese, ammonendolo perchè fosse vigile, comunicandogli le dicerie che correvano sul grande scrittore, le sue glorie raccolte nel giardino di Citera, le sue squisite arti seduttrici. Da allora Gray non aveva avuto un minuto di pace; il più piccolo atto di cortesia convenzionale sembrava al geloso la conferma, l'accusa, la prova della colpa di Claudina e della sua propria sventura. Con la sua gelosia illogica e senza diritti era divenuto insopportabile alla giovane donna, che di conseguenza lo sfuggiva come meglio e quanto più poteva; ma il geloso vedeva in ciò mille altre prove del suo infortunio e della relazione dell'adorata con lo scrittore.
Egli intanto, quel giorno, seguiva con lo sguardo Claudina Rosiers, finchè finito anche il terzo atto con una deliziosa scena di amore e di passione, si era andata a sedere, ancòra tutta vibrante, vicino allo scrittore che applaudiva ai suoi interpreti. Allora Gray si era perduto fra i fondali, scoppiando in lacrime come un bambino contrariato. Fortuna per lui che non vide il gesto con cui Farnese prese fra le sue la piccola mano di Claudina Rosiers ancòra ansimante e sconvolta!
— Io non so spiegarmi, le mormorava intanto lo scrittore, come voi possiate creare con verità così meravigliosa e con logica umana così inappuntabile, queste scene d'amore, che io ho sempre creduto impossibili a rendere senza aver sofferto quelle agonie. Come io ho dovuto viverle per scriverle, così immaginavo che, volendo farne una viva rappresentazione, bisognasse averle ugualmente sofferte e forse anche più di me. Ora, invece, terrei una scommessa che voi non avete mai amato.....
— L'arte mi ha presa troppo presto, rispose l'attrice, e troppo completamente, perchè io avessi il tempo di dedicarmi all'amore. Ho amato, sì, non vi dico di no, ma in fondo quale è quella giovinetta che non ha amato, senza un istante di tregua, dai sedici ai vent'anni? Alcune amano misticamente Gesù, altre amano più umanamente le spalline e gli speroni di un bell'ufficiale dei lancieri. Ognuna, ahimè, si forma il suo grande ideale, e nelle lunghe notti verginali nel lettuccio candido, su l'origliere che unico confidente sa tutti i nostri sogni più intimi, si combinano i bei visi e le belle anime, i mustacci bruni e l'amore eterno, la forza del corpo e la delicatezza del cuore. Poi viene la vita; e a chi porta la realizzazione dell'ideale, a chi porta il contrario. Le une devono temere, le altre devono sperare: come per le une giungerà il redde rationem poichè i sogni realizzati non vivono a lungo quaggiù, così per le altre giungerà il sursum corda, perchè per ognuno è destinato quaggiù almeno un quarto d'ora di felicità. Voi vedete, mio caro maestro, che parlo latino; ma sono frasi raccolte sui giornali e che non sono nemmeno sicura di pronunziare esattamente..... Ah, anch'io avevo il mio ideale a sedici anni; e volevo allora essere una grande attrice e questo si è realizzato, non per la grandezza ma per la professione; volevo esser bella e gli adulatori mi dicono che lo sono; volevo anche essere amata da un uomo illustre, completarlo, esser cosa sua come lui cosa mia, quasi direi, integrarlo. E non vi spaventate di questo parolone: è nella mia parte che devo recitare stasera! Questo ancòra non è. Sarà? Non sarà? Quien sabe? dicono gli Spagnuoli con due dolci e tristi parole che racchiudono un mondo. Anch'io aspetto il mio quarto d'ora, perchè deve venire. Ma il difficile è saperlo attendere pazientemente per coglierlo al suo passaggio. Intanto, mio caro maestro: j'attends mon astre!
Lo scrittore la guardava sorridendo, mentre ella con uno scoppio di risa riprendeva:
— Anch'io ho amato, ma l'Ideale, una creatura che la mia fantasia ha creato e che forse non esiste. Un amoretto l'ho avuto. Ho passato la fanciullezza e l'adolescenza nella mia Siena: a quindici anni volevo bene a un giovinetto della mia età, un piccolo, biondo, gracile, che ora ho ritrovato ammogliato e con prole. Allora ci davamo degli appuntamenti sotto la volta di quella meravigliosa Fonte Branda, verso il crepuscolo. Che cosa accadeva? Qualche bacio, mio Dio, e molte promesse di eterna fè! Però qualche sera, se tardavo, non trovavo più al convegno il mio padrone e signore, che, atterrito dalla sera che scendeva, dall'ombra della Fonte e dallo scrosciare dell'acqua, preferiva all'amore mio la tranquillità della sua anima infantile. Ed ecco, mio signore, in quali mani fidavo la tutela di tutta la mia vita..... Insomma, io non ho provato l'amore, ma lo sento; non l'ho conosciuto, ma non lo ignoro.