Lo splendore lunare diveniva più intenso, quanto più la luna compiva la sua maestosa ascensione nell'infinito mistero della notte. Quando Giuliano si volse un poco per dare un ordine ad un marinaio che passava dietro di loro, Claudina vide a quella luce gli occhi dell'amante velati come di una nebbia e, pur mentre fissavano l'uomo, lontani da lui e da quanto ne circondava, esuli dolorosi di un sogno o pellegrini fedeli di una memoria melanconicamente soave. Ella comprese che non bisognava lasciare, col silenzio, libero il galoppo alla fantasia di Giuliano e ch'ella non doveva, ritraendosi ed impicciolendosi, fargli obliare la sua presenza: presenza ch'era di già sufficiente a che l'onda del suo memore, vagabondo e tormentoso pensiero non dilagasse, portando intorno funeste vestigie di tristezza e di rimpianto, incancellabili impronte di dolore e di pentimento. Le donne amorose hanno il più delle volte questo senso prezioso dell'opportunità di una parola o di un bacio: anche le più sincere e le più spontanee non vanno esenti dall'esercizio involontario di questa loro non indifferente prerogativa di diplomazia sentimentale. Siccome questa non si limita alle più intelligenti, alle più tormentate dal dubbio, alle più accanite di analisi su loro stesse e su gli altri, ma si estende a quelle che non hanno altra intelligenza all'infuori di quella del cuore e delle labbra, a quelle che si adagiano placide e beatamente tranquille nella sicurtà reale o illusoria dell'amore, persino a quelle che non considerano nemmeno le più evidenti e palesi cause dei loro atti e i più chiari effetti di questi, bisogna credere più che ad una virtù acquisita, ad un istinto non fallace, che, d'altra parte, ha un richiamo in tutte le qualità e in tutti i difetti che le donne portano nell'amore e nella vita del sentimento. Da quest'istinto Claudina fu avvertita del periglio che il silenzio attraeva su le anime loro, addensandolo come una nube.

— Io ti amo, ti amo tanto, disse Claudina all'amante. Io vivo adesso d'una vita piena e beata. Tutte le mie facoltà s'esaltano, tutti i miei nervi vibrano, tutta la mia carne è come corsa da un sangue nuovo, tutto il mio cuore si inebria, si ingrandisce, si estasia nel fervore di te. In questa notte mi pare che nessuna donna al mondo possa sentirsi più felice di me, poichè tutta la felicità deve essere nel mio cuore, s'io non riesco a intravederne sia pure un barlume altrove. Ed io ti sono grata dal profondo della mia anima del bene che mi fai, di tutta la gioia che tu dai alla mia vita, di tutta la primavera che tu hai gloriosamente ridonato a me, con la soavità e la generosità del tuo amore....

Ella continuò a lungo in quella veemente gloria di passione. Giuliano udiva quelle lusinghiere e allettatrici parole; e, come un fanciullo che oda l'elogio della sua bontà prevedendone il dolce premio, si lasciava andare alla corsa di quel torrente già sognando che l'amore, ora palpitante nelle parole inspirate, avrebbe più tardi fatto fremere il suo cantico nell'abbraccio e nel bacio.

Ma quando più tardi, rimasto solo sul ponte in attesa del momento in cui avrebbe potuto entrare nella cabina dell'attrice, gli ritornò il ricordo di altre sere e di altre attese lontane, quel torrente di amore gli parve un rigagnolo stagnante e quel cantico veemente echeggiò nell'anima sua non più esultante ma come un lamento dolorosissimo. Ricordava altre sere, sere di crociera, quando tutti i suoi ospiti marini erano già al riposo, altre sere in cui rimaneva sul ponte con Beatrice a contemplare estatici lo scintillìo del mare. Ad un dato momento, ella gli premeva lievemente la mano e scompariva, bianca sotto il chiarore plenilunare, come una visione di sogno, come un'apparizione fantastica. Ed allora ei rimaneva solo, fumando l'ultima sigaretta, carezzando l'ultima fantasia del suo pensiero irrequieto, pregustando la delizia delle carezze che fra qualche momento l'amata gli avrebbe prodigato. E poi..... e poi entrava misteriosamente, timido come un amante e non spavaldo come un marito, nella cabina di lei e la notte di amore cominciava appassionata e giovane, come ai primi tempi della loro unione. Così, così, anche quella sera..... anche quella sera egli era solo in attesa sul breve ponte, anche quella sera una donna lo attendeva nella misteriosa cabina. Egli indugiava, malinconicamente oppresso dai suoi contraddittorii pensieri. E mentre si proponeva di restare ancòra sul ponte a fumare, godendo quel plenilunio imponente e infinito, una di quelle contraddizioni del suo pensiero gli fece riflettere ch'era già tardi, che Claudina doveva essere già a letto, che l'attesa spiacevole poteva ora suggerire all'innamorata malinconiche riflessioni su quell'indugio. Tuttavia esitò ancòra. L'incantesimo di quella notte d'argento era troppo intenso ed i ricordi cantavano alla sua anima una troppo lenta e malinconica nenia. L'ora presente era scomparsa ed egli s'illudeva di esser tornato addietro di mesi e di anni su la via della sua esistenza. Ma ogni esitazione svanì quando, socchiudendo le palpebre, il bel corpo di Claudina gli apparve voluttuoso e mistico, come circondato da una nebbia argentea; allora ei si diresse a passo rapido verso la cabina, sollevò adagio la maniglia della porta, alzò appena la portiera e rimase celato, spiando. Un'allucinazione lo prese. Ricordò altre sere in cui egli aveva preparato quella stessa sorpresa d'amore, quel godimento voluttuoso pei suoi occhi. S'illuse che quella donna bella, che ora si denudava per infilare una camicia da notte tutta spumante di trine, fosse Beatrice. Ma già il sottil velo della camicia era scivolato: ei riconobbe bene la rotondità del fianco, la curva agile della schiena e, vinto, si gettò con furia su la donna, presa da un improvviso spavento; e tutti i suoi più ardenti baci furono per lei, mentre l'anima malinconicamente emigrava, pallida e dolorosa, verso l'assente.

III.

Gli amanti varcarono il cancello. Il giardiniere venuto ad aprire non seppe nascondere il suo stupore di rivedere il padrone così inaspettatamente. Ebbe subito uno sguardo curioso per Claudina e molte riverenti parole per Giuliano Farnese. S'inoltrarono pei viali del giardino, seguiti a distanza dal giardiniere che si era già provveduto delle chiavi della villa. Era un vasto giardino tenuto con una precisione ed un'eleganza inglesi: erano larghe aiuole tutte fiorite in quella primavera, erano viali dove i passi scricchiolavano su la ghiaia, alberi sottili e snelli, fontane loquaci, spalliere di rose, cespugli verdi, banchine di marmo, giù giù, sino a un belvedere aperto sul divino scenario del mare. Giunsero ad un piccolo berceau dove le piante rampicanti avevan mutato in una cupola verde quell'intrico di canne. Quante volte nelle sere di primavera e nei crepuscoli d'estate non aveva Giuliano pranzato, sotto quella verde cupola in compagnia di sua moglie, dei suoi bambini, di Leonardo talvolta, tal'altra di un amico? Ei rivedeva la scena raccolta ed intima, come un quadro suggestivo, come un interno di uno di quei soavi ed intimi pittori scozzesi così semplici e commoventi, di un Newbery più meridionale. La tavola imbandita sotto la verde cupola — e tra i verdi merletti di essa, or sì or no, le stelle e le costellazioni scintillavano e palpitavano; su la tavola la magnificenza rossa o bianca delle rose, il riflesso dei cristalli, lo splendore delle argenterie sul candore della mensa — e fuori, sino all'orizzonte estremo, lo scintillìo del mare, lo splendore del cielo; intorno alla tavola la sua dolce donna col suo volto pensoso ed amoroso, i visini deliziosi delle sue creature, l'affabilità e la bontà sincera di qualche volto amico — e fuori, giù su la spiaggia e nelle barche sul mare, soavi canti d'amore, lenti e dolenti, echi lontani di vite lontane; sul candore della mensa la sfera di luce d'oro della lampada intorno a cui aliavano prossime al fuoco ed alla morte le farfalle notturne — e, lontano, mentre lì era tanta pace soave e tanta quiete affettuosa, si lottava ancòra, si soffriva, si scherzava con fiamme ben più intense ed egualmente fatali, si piangeva e si moriva. E tutto quel dolore del mondo sembrava allora render più preziosa la pace di quei pochi cuori confidenti e tutta quella miseranda lotta per la vita faceva sentire più fortificante la quiete di quelle anime. E Giuliano pensava che anche lui aveva disprezzata la pace, disertata la quiete, e gettandosi nelle correnti malfide di un triste amore aveva fatto come quelle farfalle che, abbandonando la delizia dell'ombra, venivano all'irreparabile spasimo della fiamma.

Fra due gruppi d'alberi un'altalena mostrava ancòra le sue corde e le sue tavole. Altre memorie irruppero nell'anima dello scrittore. Quante volte egli aveva sospinto su quell'altalena i suoi bambini, ardimentosi come tutti coloro che non presuppongono il periglio! Oh, i brevi gridi entusiasti del piccolo Luca, quando lo slancio era più forte, e come, col flettere le sue gambe infantili e col protendere il suo corpo di bimbo, cercava di renderlo tale, allor che il padre per prudenza lo moderava! Oh, le care gote rosee accese e gli occhi di Anna Maria scintillanti a quel gioco maschile, a quell'illusione del volo! Ora i suoi bimbi dovevano tanto sentire la mancanza del papà, del loro grande amico, che sapeva talvolta elevare i loro spiriti infantili verso il suo e tal'altra abbassare infantilmente il suo verso le loro anime semplici ed ignare... Essi erano rimasti in quella casa, tra una governante fredda ed indifferente, troppo nordicamente impassibile per le loro volubilità di fanciulli, ed una mamma dolente e silenziosa, che, probabilmente, evitava il più delle volte la loro presenza e le loro parole perchè le une parlavano forse dell'assente e l'altra evocava il ricordo di questi. Od anche nulla era di tutto ciò. Chi sa? Egli ricordava un pensiero di Leonardo da Vinci, alcune parole del grande pittore: diceva quel pensiero d'apparenza umile, ma in realtà profondo, che l'acqua che si tocca in una corrente è l'ultima di quella che è passata e la prima di quella che viene. Come quell'acqua anche l'anima infantile è quale acqua che scorre: le imagini od i ricordi non vi si fissano; ma scivolano via con la corrente, come riflessi mobili, come fa l'imagine specchiata su la trasparenza delle acque. Ogni ricordo del padre poteva essere cancellato dalle anime loro, dopo quei quindici giorni d'assenza, o almeno così impallidito che ben presto sarebbe del tutto scomparso. Questo timore gli dava una commozione indicibile, mentre ei sospingeva l'altalena, come altre volte, sognando e ricordando, quasi illudendosi di una cara presenza. E sua moglie gli tornava al pensiero: sua moglie e le vesti primaverili, sua moglie e le spensierate gaiezze mattutine, le fanciullaggini del suo cuore amoroso e della sua anima semplice, vero specchio delle impressioni che passano: un raggio di sole o una lacrima, un fiore che sboccia o una nuvola, un sorriso di bimbo o una corolla che appassisce non colta da alcuno, nè da alcuno odorata, come tante anime dolorose nei dolenti esilii del sole e dell'amore. L'uomo rammentava che anche Beatrice s'era seduta su quell'altalena ed ei l'aveva sospinta così, come ora sospingeva il vuoto sedile, e nelle orecchie gli risuonavano gli scoppii di risa o i piccoli gridi di paura ch'ella si lasciava sfuggire presa da un vago sgomento per quell'ardita ginnastica e rivedeva una piega delle dolci labbra protese e strette in un atto di femminile apprensione. Non più ella rideva come in quei chiari mattini: tutti i giardini della sua anima erano devastati e su le rose erano stati distesi i veli neri della tristezza. L'emozione che serrava il cuore di Giuliano diveniva minuto per minuto più intensa; così ch'egli, temendo di non saperla più trattenere, serrò il braccio di Claudina che affondava, il volto fra le rosee corolle d'un rosaio, trascinò la giovane donna via da quel luogo abbandonato, ove la sua vita trascorsa era come in agguato per versare nell'anima sua il rimorso e il rimpianto per tutto quel ch'egli aveva inconsultamente distrutto.

Entrarono nella casa. Il giardiniere li precedeva, apriva col grosso mazzo di chiavi le porte; nell'ombra, mentre gli amanti camminavano incerti, egli con la sicurezza dell'abitudine correva spedito alle finestre, spalancava le imposte, apriva le persiane. Sebbene quella fosse casa sua, Giuliano stentava nell'ombra a ritrovarne la topografia. S'orizzontò quando, avendo il giardiniere aperto le finestre di una grande stanza nella quale gli amanti s'erano soffermati, ei riconobbe il suo gabinetto da lavoro. Rivide tante sere di lavoro felice, calmo, fiducioso, quando i bambini erano a letto e Beatrice, presso di lui, scorreva le pagine di qualche romanzo che il suo gusto sopraffino ed educato prediligeva. Ricordava anche altre sere, in cui ospiti erano giunti alla villa. Dopo il pranzo, se qualche lavoro urgente ve lo costringeva, ei discendeva in quella stanza, si sedeva a quella scrivania e, mentre la penna scorreva su la carta ubbidiente a ciò che il pensiero dettava, gli giungevano dalla soprastante terrazza le conversazioni e le risa dei suoi amici e talvolta la musicalissima voce della sua Beatrice. E poi, quando meno se lo aspettava, quando più si abbandonava al lavoro, egli udiva un fruscìo femminile nella stanza, e, prima che avesse potuto levare gli occhi dalla carta, due labbra amorosamente si poggiavano su la sua fronte, discendevano voluttuose e pur caste a cercargli la bocca. Così, in quelle sere, più volte Beatrice trovava il modo di sottrarsi ai suoi ospiti, di spingersi fin giù nello studio del marito, a confortare la sua pensosa e laboriosa solitudine d'un sorriso, d'una parola o d'un bacio, a dimandare quanto ancòra gli mancasse per terminare il suo lavoro, molto, la metà, tre pagine, due pagine, qualche periodo, più nulla. E allora, contenta, prendeva il braccio dell'amato, salivano le scale lentamente, soffermandosi e baciandosi ad ogni gradino come due innamorati che si nascondono; poi rientrava prima di lui nel gruppo dei suoi invitati e, quando Giuliano qualche minuto dopo ricompariva, ella aveva la graziosa fanciullaggine e la innocua civetteria di simulare di non aver visto affatto il marito in tutto quel tempo ch'egli aveva lavorato. E aggiungeva: «Hai fatto presto», proprio quelle sere in cui le ore le erano sembrate più lente a passare ed il lavoro dell'adorato assolutamente interminabile!

Claudina, poggiata al davanzale della finestra, guardava il mare che s'andava tingendo di rosa al riflesso del cielo, che sempre più rosseggiava per la magnifica pioggia di rubini del tramonto. Egli approfittò di quel momento per guardare un gruppo di fotografie infilate nelle fibre di una grande palma, dietro quel tavolo dov'egli aveva tanto scritto e tanto pensato e sognato. Era qualche vecchia fotografia di Beatrice, qualche fotografia più recente dei suoi piccini. Un gruppo, egli e l'assente in atto di leggere assieme un libro tenendosi abbracciati, fermò la sua attenzione: datava dai giorni del suo viaggio di nozze e Loredano, ad un suo ritorno da Montecarlo, aveva eseguito quella fotografia! Quanto tempo da allora e quanta vita ed anche quanto dolore, poichè quella non va mai disgiunta da questo! Altre istantanee un po' sbiadite dall'aria e dalla luce erano lì intorno, fatte da qualche amico dilettante, ospite di un'ora o di una settimana nella loro villa di San Remo o su l'elegante yacht. Ne vide una in cui egli era quasi arrampicato su un albero e gettava a Beatrice dalle mani levate le sfere d'oro degli aranci liguri. Ne vide un'altra in cui egli guidava una charrette inglese e Beatrice era al suo fianco e fra loro il piccolo Luca ammirava intento il trotto serrato del bel baio. Ne vide un'altra ancòra in cui egli con l'aiuto di una canna porgeva alla moglie affacciata ad una finestra la pompa variopinta di un canestro di rose. Ne vide un'altra in cui, seduti sul ponte del Little Rose, essi prendevano il thè, fissandosi negli occhi, appassionatamente, come due innamorati, sebbene altre persone fossero intorno a loro. Ne vide un'altra ancóra rappresentante Beatrice nell'atto di salire a cavallo, mentre egli coi polsi incrociati le faceva da staffa. Ne vide un'altra ancóra, quella che più lo commosse, poichè ne ricordava la semplice storia di data non troppo remota. Un giorno, in giardino essi giocavano a gattacieca, come due fanciulli. Giuliano era bendato: Beatrice, avendo corso il rischio di essere afferrata, si era data a correre; Giuliano, calatasi la benda, l'aveva inseguita e raggiunta ed ella gli era caduta fra le braccia, ridendo, fingendo dispetto, ma in realtà lietissima d'essere stata raggiunta e le loro bocche s'erano incontrate ed unite in un bacio ardentissimo, proprio al momento che Loredano, svoltava all'angolo del viale; e Loredano non essendo stato visto, ne aveva approfittato per far scattare la molla della macchina fotografica. Con quanta confusione e poi con quante franche risate essi avevano trovato due giorni dopo, sotto le loro salviette, l'istantanea di quelle loro fanciullaggini d'amore!

Il ricordo si era così limpidamente precisato nella sua anima, che Giuliano provò una stretta al cuore. Ei comprese d'aver fatto male a venire in quella villa con Claudina, come aveva fatto male a venire a San Remo, a condurla su lo yacht. Ma che fare? Claudina aveva espresso ad Orvieto la recisa volontà di venire a San Remo. Come opporsi e come negarglielo? Poteva forse dirle che in quel paese marino egli aveva le più dolci memorie di un passato felice? Non avrebbe ella avuto il diritto di dolersene profondamente? Confessare che egli aveva in quel luogo delle memorie non costituiva niente di male; ma dirle che ritornare a quelle memorie lo avrebbe fatto soffrire, era lo stesso che confessarle di amar sempre Beatrice. Poteva egli farlo? Gli era parso di no e così anche quel giorno stesso aveva dovuto approvare, dopo una vana lotta dissimulata, il progetto di Claudina di recarsi fra breve a Venezia, a vivere nella città dell'amore la primavera del loro amore. Ai capricci di lei era vano opporre ragioni. Come trovarne di eloquenti e di indiscutibili? Bisognava arrendersi, soffrire e tacere. E così quel giorno, quel pomeriggio, mentre passavano innanzi alla sua villa, Claudina aveva espresso il desiderio di visitarla. Poteva egli rifiutare? Del resto, già ella aveva tirato il campanello, già il cancello cigolava su i cardini ed il giardiniere appariva, mentre Giuliano si convinceva della impossibilità di pregare l'amante perchè rinunziasse a quella visita, che gli sembrava una profanazione delle sue più care e più sacre memorie. Così ei si trovava in quella stanza con lei, così egli era divenuto preda delle trafiggenti memorie e non poteva troncare o abbreviare il suo martirio e non poteva lasciar sgorgare liberamente quelle lacrime che gl'inumidivano gli occhi e che per lui sarebbero state un così grande sollievo.