— Bene, bene, lo so, gridò rivolto a Claudina. Io non ho più ingegno, non valgo più nulla, sono un cervello esaurito. Io devo essertene grato, esclusivamente grato a te, mia cara. E ti ringrazio di avermene avvertito così affettuosamente, con il tuo silenzio, con la tua disubbidienza alle mie osservazioni. Grazie, grazie.... Lo so anch'io, me ne sono accorto anch'io che questa roba non è che una porcheria, una volgarità senza senso e senza gusto. Eccolo qua il tuo bel sogno dell'alloro fraterno.... Ecco, eccone i frutti.... E di tutta questa cartaccia, tieni! guarda il caso ch'io ne faccio, guarda.....
Afferrò i fogli della commedia ch'egli aveva ancòra nelle mani convulse, li sbrandellò in mille pezzi e li gettò per la finestra. I brandelli di carta — brandelli del suo pensiero e della sua anima — si sparpagliarono, caddero mollemente nel Canale, come fiocchi di neve, portandosi via tante illusioni e tanti sogni, lasciando nella sua anima tanto dolore. Ei si rivolse. Claudina, attonita per il gesto di lui, affranta per le sue parole, non ebbe la forza di fare un gesto o un passo o di pronunziare una sillaba. Lo scrittore, che aveva fatto un così crudele sacrificio, interpretò male quel silenzio e quell'immobilità. Ancòra una volta ella gli apparve come una inesorabile avversaria, oramai smascherata. Disperatamente, ei si morse a sangue le dita per trattenere le offese che gli salivano irreparabili alle labbra ed uscì dalla stanza, con le lacrime agli occhi e l'anima in angoscioso tumulto, sbatacchiando la porta. Ed a Claudina parve che con quella porta si fosse chiuso anche l'orizzonte luminoso che le mostrava fino a quella mattina, e così splendido e così inebriante, il suo bel sogno in fiore, quel bel sogno che per la prima volta le apparve come un miraggio lontano.
VII.
Quando discesero a Burano, su la piazzetta della chiesa, gli amanti sentivano di essere in uno di quei fuggevoli momenti di completa armonia che anche l'amore più irrequieto, più febrile e più combattuto sa talvolta trovare. In quello smagliante pomeriggio di sole era ben lontana dalle anime loro e dai loro mutevoli cuori l'angoscia suprema che già tante volte li aveva affannati, durante quel loro soggiorno a Venezia, il quale già si prolungava da due settimane. Si volsero a guardare l'orizzonte. Venezia in lontananza aveva chiarori lunari di perla e vividi splendori di ori. Il cielo d'un azzurro sfarzoso diveniva madreperlaceo quanto più s'incurvava verso oriente; e quanto più, ad occidente, tracciava la sua sublime curva sino ad incontrare la superficie delle acque, diveniva d'oro e di sangue. Non una voce saliva dal mare. Il medesimo silenzio signoreggiava la piccola isola; solamente un organetto gemeva in lontananza un'ingenua aria di vecchia opera. Da quel paesaggio di luce e di calma, una grande pace luminosa discendeva nei cuori.
— Vogliamo andare a visitar la fabbrica di merletti? dimandò Giuliano. È una vera oasi di poesia.
— Andiamo, mormorò Claudina e s'appoggiò al suo braccio, amorosamente.
Entrarono nella fabbrica. Pareva a loro di traversare le sale di un convento, tale era la quiete che vi regnava. Quelle sale imbiancate a calce, con ai muri qualche ritratto della regina Margherita o qualche imagine pia o qualche quadro contenente dietro il riparo del vetro la fragile e spumante grazia degli antichi merletti veneziani, avevano veramente un aspetto monastico. Il sole entrava a fasci di luce bionda e gioiosa dalle grandi finestre aperte e sollevava un pulviscolo d'oro in quelli stanzoni. Da alcuni rosai, tutti in fiore e prossimi alle finestre, giungeva un profumo delicato, molto penetrante, che aggiungeva un altro fascino di poesia al delizioso quadretto e che sembrava profumare primaverilmente il tenue lavoro intorno al quale andavano e venivano, come chiare farfalle, le dita snelle ed agili delle giovani merlettaie.
E tutte quelle mani, quelle piccole mani delicate, alcune delle quali sembravano mani di principessa o di fata e non di umile operaia, quelle mani, quasi rese fini e tenere dal loro squisito lavoro, andavano e venivano, quasi impalpabili, tiravano gli aghi, aggruppavano i fili, aprivano magiche corolle, sontuosi emblemi, ricchi disegni, favolose figure, ornamenti di messale, tra le maglie del merletto; si arrestavano, distendevano il merletto già fatto e i fili per quello ancòra da fare, e agilmente, squisitamente, riprendevano la loro corsa operosa, andavano, venivano, giravano, voltavano, si riprendevano, si arrestavano indecise, si slanciavano di nuovo all'opera, accompagnate dagli occhi attenti, rapidi, irrequieti, mentre le labbra sorridevano poichè il cuore ed il pensiero erano forse lontani, fuori, laggiù, in quell'onda di luce, in quello splendore di sole, tra quelle rose, quel mare, quel cielo sereno, tutte quelle prime meraviglie della nuova estate veneziana.... E il sole accende quelle capigliature bionde, rosse, castane e brune di mille riflessi, di mille lucentezze, di mille splendori. E i bei capelli d'oro che sembrano usciti dal fastoso pennello di Paolo Veronese e i capelli fulvi, evocazione suggestiva delle superbe figure tizianesche, scintillano e riscintillano sotto quei raggi, quando le teste feminili s'agitano, quando le operaie sollevano i loro pallidi visi per riposarsi dal lavoro o per guardare un visitatore, per rispondere a una domanda o per accompagnare il volo amoroso di un loro pensiero che va verso un lontano.....
In una stanza più piccola erano sette od otto giovani operaie, intente a lavori più fini, più difficili, più delicati ancòra. Il sole entrava dall'alta porta vetrata che si apriva su un giardinetto pieno di rose ed avvolgeva le fanciulle di una carezza bionda. Silenziosamente, frettolosamente, il loro lavoro procedeva. Su la tavola era distesa la pompa di quei merletti, l'eleganza delle guipures in seta ed oro filato.
— Io penso al destino di tutti questi merletti, diceva Giuliano all'amante. Essi sono stati fatti da queste povere giovinette, in silenzio, tra tutti i loro sogni e le avverse realtà, tra tutte le irragionevoli malinconie e le improvvise gioie dei loro vent'anni. Esse sono, così, state prodighe della loro arte per abbellire la vita, per abbellire la gioia e l'amore degli altri. Pensa quanti di questi merletti abbelliranno le donne di piacere e di amore; pensa a quante voluttà daranno suggestione ed eleganza, quanti letti adorneranno, quante coltri, quanti origlieri, quanti baci udranno e quanti sospiri accoglieranno!...