«Il telegramma che ti lascio mi chiama a Roma per la salute della mia creatura. Perdona al padre se fuggo così, perdutamente, senza nemmeno abbracciarti. Non mi sento più padrone di me stesso. Ti scriverò, ti telegraferò, cara Claudina.....»

Giuliano.


Consegnò il biglietto per Claudina al bureau, scese precipitosamente le scale, saltò in una carrozza, in preda ad una agitazione fremente. Non ebbe un sospiro di sollievo, se non quando si trovò nel suo scompartimento di prima classe nell'express, di cui già i conduttori serravano gli sportelli, toglievano i freni.

Quel viaggio di un'intiera giornata fu per lui un'agonia inenarrabile. Febbrilmente il suo pensiero correva a Roma, alla sua casa, dove forse Anna Maria moriva in quel momento. La funebre visione passava fosca nel suo pensiero. Per allontanarla egli pensava a Claudina: imaginava lo stupore della povera donna, il suo dolore immenso. Una convulsione frenetica agitava il suo cervello. Passavano stazioni, paesi, città, egli nulla vedeva. Quel treno direttissimo, lanciato alla velocità di sessanta chilometri all'ora, gli sembrava per la sua ansia e per la sua febbre lento e pesante come due bovi che traggan l'aratro nei solchi. Ogni breve fermata era per lui un nuovo spasimo. Quando i freni stridevano, una tenaglia torceva nel tempo stesso il suo cuore. Egli avrebbe voluto morire piuttosto che soffrire quella pena indicibile, lacerante. Forse la sua piccina agonizzava ed egli era prigioniero in quel funebre convoglio, che non era veloce, fulmineo come il suo terrore avrebbe voluto che fosse.

— Quale espiazione! Quale espiazione! si trovava a dire a voce alta, ogni tanto, sconsolatamente.

La sua fronte ardeva, il suo cervello pareva volesse spezzargli il cranio. Egli poggiava le mani sul suo capo, premeva con tutta la sua forza, triplicata dall'energia nervosa. A volte vedeva tutto rosso, temeva di diventar folle. Poi, momenti di dolore silenzioso e più cocente sopravvenivano. L'agonia si prolungava come un supplizio inumano al quale le sue povere forze di uomo non avrebbero potuto più a lungo resistere.

Provvidamente, verso Chiusi, quando la seconda sera del suo viaggio, della sua veglia e della sua febbre cominciava a discendere su le lussureggianti campagne toscane, la fatica e la stanchezza lo vinsero e lo prostrarono. Il sonno lo prese gravemente: sonno dapprima affannoso per lugubri fantasmi di lutto e che poi divenne più blando, più calmo, più riposante.

E dopo poco, il violento incendio divampato in tutto il suo essere era sedato, e Giuliano, disteso, dormiva placidamente, mentre dai finestrini s'insinuava un raggio di luna, che andava a illuminare, su le sue labbra bruciate dalla febbre, un placido ed ignaro sorriso di bimbo.

PARTE TERZA