Più presto di quanto essi avessero sospettato, le circostanze la troncarono decisivamente. Una lettera di Andrea di Vele era stata la scintilla che aveva propagata la fiamma. L'amico scriveva che la piccola Anna Maria era da più giorni inferma e che Beatrice era tutta in ansia per la salute della sua creatura. La lettera voleva essere rassicurante, ma, tra le righe, Giuliano aveva ben compreso tutto quel che Andrea aveva voluto celargli.
Ah, correre, correre a Roma al cappezzale di quella sua bimba, ch'egli prediligeva con un affetto quasi esagerato! Ma no, ma no, egli era inchiodato lì, presso quella straniera; e quella casa lontana dove la piccina soffriva, quella casa sua gli era chiusa oramai. Un'ira folle lo invase. Perchè il destino aveva portato tanto dolore sul cammino della sua esistenza? Perchè aveva sparso tante spine, sotto un'ingannevole coltre di foglie rosee, su per quella salita della sua vita, per quell'ultimo tratto che lo separava ancòra dall'altro versante? E tutta la sua sofferenza proruppe in parole inconsulte e brutali, quando Claudina ignara biasimò il suo umor tetro e lo rimproverò per le sue risposte tediate.
— Va, va, egli le gridò, lasciami solo..... Tu mi hai fatto tanto male dal giorno in cui ci siamo incontrati..... Va, va, che cosa vuoi di più dal mio povero cuore?....
Dopo una scena violenta, Claudina uscì, discese nel giardino dell'albergo, sentendo bisogno d'aria, di silenzio e di pace: si gettò in una carrozza, fece partire il cavallo ad una corsa sfrenata. L'anima di lei agonizzava. E così potente era il suo dolore che, quando la carrozza per una voltata un po' brusca o per un capriccio del cavallo minacciava di ribaltare in quella corsa veemente, ella quasi bramava di spezzarsi la fronte contro una di quelle pietre aguzze e taglienti che fiancheggiavan la via.
La bufera con pari furia s'era scatenata nell'anima dello scrittore. Dalla finestra, aveva veduto allontanarsi Claudina quasi con sollievo. Rimasto solo, ei si proponeva di trovare un po' di calma, perchè potesse riflettere su l'avvenuto, deliberare saggiamente e posatamente che cosa gli convenisse di fare, in qual modo e con quale intenzione egli dovesse agire in quel momento della sua vita che forse era decisivo e che gli appariva come un bivio fatale. Ma qualcuno picchiava alla porta. Giuliano gridò:
— Entrate! — e appena ebbe veduto avanzarsi il cameriere con in mano un vassoio esclamò convulso: — Un telegramma? Per me?
Il cameriere tese il vassoio e, dopo che Farnese v'ebbe preso il dispaccio, si inchinò, uscì. Lo scrittore rimase tremante, col dispaccio in mano, senza avere il coraggio d'aprirlo. Dopo la lettera d'Andrea di Vele, l'arrivo di quel telegramma faceva sorgere in lui un assai fosco presagio. Si fece forza, alfine, lacerò il foglio; lesse:
«Anna Maria piuttosto aggravata — Necessiterebbe tuo ritorno per ogni evenienza — Ti attenderò dopodomani stazione al primo treno mattutino — Non allarmarti però, non essendovi finora pericolo serio — Andrea di Vele».
Attonito, avendo inteso tutto il recondito significato di quel telegramma, si gettò su un orario, lo sfogliò: senza attendere il treno della mezzanotte, v'era un treno alle quattro che lo avrebbe fatto giungere a Roma una notte prima dell'altro. Chiamò i camerieri, i facchini, fece chiudere le valigie, le borse. Non mancavano che venti minuti all'ora del treno. Col cappello in testa, scrisse contro il vetro della finestra due righe a matita per Claudina su una carta da visita: