Uscì dal caffè, deliberato a recarsi a piedi alla posta centrale perchè quella lettera partisse la sera stessa per Roma. Un barlume di fiducia rischiarava l'anima sua. Avendo messo in quei fogli di carta tutte le sue miserie, Farnese ne sentiva il suo cuore quasi sollevato. Ma, poi, a mano a mano che procedeva nel suo cammino, il dubbio e l'inquietudine riapparivano, così che quando si trovò a traversare un breve ponte, solitario in quella sera incipiente, si arrestò perplesso, vinto dall'irresolutezza, schiavo dei nuovi suoi dubbii.

Allora Farnese si appoggiò al parapetto, rimase lungamente a fissare quell'acqua bruna. Innanzi a lui si stendeva il canale, come un lungo nastro di amoerro verdone che rilucesse, or si or no, alla vicenda di qualche riflesso. A poco a poco l'ombra della sera ricopriva ogni cosa; tra quelle penombre scomparivano le linee dei palazzi, le gondole nere, i brevi marciapiedi, le slanciate curve degli altri ponti, che sfumavano sempre più, quanto maggiori erano le lontananze, divenendo sempre più pallidi e meno precisi. E a poco a poco, come file di ceri mortuarii, le ultime fiammelle dei lampioni si accesero, traforarono di punti e di disegni luminosi i fitti manti di crespo nero che le tenebre avevano oramai disteso su tutte le cose. Qualche architettura di riflessi si delineò in lontananza, qualche bizzarro geroglifico di punti luminosi apparì su la curva di un ponte. E da tutta Venezia nessun rumore giungeva. Solo quei punti d'oro talvolta, ad un lieve vento d'estate, palpitavano.

E Farnese, sempre appoggiato al parapetto, curvo a fissare il nastro bruno del canale dove ora brillavano in striscie luminose i riflessi di quei punti d'oro, sentiva che era vano sperare nel perdono e nell'oblìo. Quella lettera non avrebbe trovato in Beatrice la via del cuore, poichè la diffidenza oramai gliela precludeva. Egli non sarebbe stato creduto.... Inutile allora avvilirsi! Lacerò la lettera a brandelli, lasciò cader questi, lentamente, nel canale sottostante. E poichè era e sentiva di essere un poeta, ei ricordò che in altre sere lontane, o da un ponte come adesso, o dalle finestre di un palazzo ben noto, egli aveva guardato insieme ad una donna tanto amata le increspature di quell'acqua, che sembravan ricami. Nulla gli diceva allora che tante angoscie della sua vita, narrate e rivissute in quei brandelli di lettera, vi sarebbero cadute, tristemente, in una sera d'abbandono e di smarrimento, tra un glaciale silenzio e sotto il bieco riflesso di quei lumi d'oro che sembravano ceri accesi su uno sfondo di gramaglie....

VIII.

Il tempo passò. Dopo una pace ch'essi sentivano di breve durata, pace ottenuta con una riconciliazione ch'era stata affrettata dai loro più umili istinti, il soggiorno di Venezia era divenuto insopportabile agli amanti. Era stato questione tra loro di una breve permanenza a Siena. Ma Giuliano aveva temuto un nuovo assalto doloroso da parte delle sue più soavi e pure memorie. E proprio in quei giorni gli era pervenuta una lettera in cui Loredano si mostrava minutamente informato della loro vita veneziana. Evidentemente essi erano spiati. Non era prudente, dunque, rimanere in Italia, dove troppi occhi li conoscevano. Era meglio recarsi altrove, lontano. Giuliano stimava così d'essere utilmente prudente. Quando ei fosse stato lontano, quando occhi che lo conoscevano non avessero più potuto spiare i suoi passi e i suoi sorrisi, meno probabilità si offrivano che giungessero a sua moglie notizie su quella sua povera vita che, in apparenza, sembrava così poco quella di un uomo pentito, che soffre e che ama.

In quanto a Claudina oramai ell'era vinta e avvilita. Ardentemente appassionata ancòra per Giuliano, sentiva bene com'ella non avesse più su quell'uomo alcun dominio, se non quello fuggevole e non troppo nobile dei sensi. Nè quel dominio era sicuro ed intero. Comunque, poi, non era quello cui l'attrice aspirava. Oh, come era lontano e diverso dal suo bel sogno sfogliato, dal luminoso miraggio della sua vita e della sua arte oramai per sempre dileguato! Innamorata, ella non sapeva rinunziare a Farnese. Pur sentendosi avvilita da quelle carezze e da quei baci, che a volte le sembravano freddi e pietosi come se fossero un'elemosina di clemenza e di pietà, ella s'avviticchiava all'amante: e tutto il suo mondo era ancòra per lei negli occhi di lui; e tutto il sogno era su la sua fronte; e il suo più soave asilo era per la povera innamorata quell'instabile cuore di uomo. E nelle lunghe notti insonni, ella era paga di poter posare il suo volto sul cuore di lui, quantunque sapesse che forse batteva per un'altra. Ma si sentiva contenta di quel tepore, di quel riflesso d'amore, sentiva batter quel cuore sotto la sua tempia e le bastava; e, chiudendo gli occhi, tentava di obliare che quel cuore non pulsava per lei, che non era più suo. Così ella aveva seguito Giuliano in tutte le sue irrequiete peregrinazioni, docilmente, supplice schiava che lo fissava negli occhi per ritrovarvi un richiamo anche pallido dell'amore d'un tempo...

Da Venezia erano andati nell'Engadina, e dall'Engadina a Aix-les-Bains; e poi a Lucerna, e su i laghi italiani ed infine a Saint-Moritz. Il vedere o il rivedere uomini e luoghi ignoti o poco noti distraeva gli amanti dalle loro preoccupazioni avversarie. Passavano, così, giornate intere in cui il paesaggio o l'arte costituivan la loro unica comunione di sentimenti. E quando, a sera tarda, rientrati all'albergo, dopo una cena frettolosa durante la quale riepilogavano le impressioni della giornata, gli amanti rientravano nelle loro camere, erano già troppo stanchi per cominciar querele e dibattiti. Solamente qualche bacio era scambiato fra i due, mentre intrecciavano le loro carezze, senza parole.

Ma il dissidio si riapriva talvolta, quando Claudina voleva costringere lo scrittore a lavorare intorno alla futura commedia su la quale essi avevano un dì raccolti tutti i loro sogni di gloria. Il miraggio, benchè più pallido e più lontano, ritornava qualche volta ad attrarre, ingannevole e fuggevole, la grande attrice. Ma l'amante non si prestava più a quella illusione. E con parole dure e indifferenti rompeva l'incantesimo, senza pensare che una pietosa menzogna avrebbe offerto ancòra a Claudina qualche soave sorriso. Ma egli soffriva troppo, sentiva il suo ingegno troppo vincolato e diminuito sotto il peso di tutti i suoi dolori e nessun ideale d'arte e di poesia sapeva più illuminare ed accendere l'anima sua.

Più violento si riapriva il dissidio quando da Roma giungeva a Farnese qualche lettera, qualche richiamo. Durante la sua assenza, uno dei suoi più intimi amici, quello forse che aveva più comunione con il suo cuore e il suo pensiero, Andrea di Vele, lo aveva tenuto informato con lettere frequenti e minute su la vita di Beatrice e dei figli suoi. Le lettere di Loredano non eran per Farnese quello che avevan saputo essere le lettere dell'amico suo. Quantunque Loredano lo amasse come il più fedele e fervente amico, pure egli era sempre fratello di Beatrice; e, se un po' di partigianeria non poteva essere esclusa dalle sue parole, questa era naturalmente rivolta verso la sorella. Per questo eran frequenti nelle sue lettere i rimproveri, i dubbii, le inquietudini, i consigli troppo facili a chi li dà e troppo difficili a chi li riceve. Andrea di Vele era invece un cronista fedele e imparziale. Avendo continuato a frequentar la casa di Beatrice, era in grado di dare al lontano tutti i ragguagli possibili. E per Farnese quelle lettere erano un riflesso di quella vita, una comunione indiretta. E quando quel riflesso era troppo vivo, quella comunione troppo perfetta, Giuliano sentiva un tumulto scatenarsi nell'anima sua, poichè il nero drappello dei suoi tristi dolori ritornava lugubremente. Claudina si risentiva allora di quelle amare tristezze. La disputa fra gli amanti cominciava. E, minaccioso, il dissidio tornava ad aprirsi.

E ad ognuna di quelle nuove lotte, che giungevano bruscamente, tanto più acri e crudeli quanto più i giorni precedenti eran stati calmi e affettuosi, gli amanti sentivano chiaramente che quella vita non avrebbe, così, potuto ancòra durare per lungo tempo.