Su la Piazzetta, appena discesi dalla gondola, gli amanti si fissarono, senz'ombra d'amore, muti e taglienti come due avversarii; e ad entrambi parve d'essere oramai due nemici irreconciliabili. Giuliano, che non aveva trovato, stretto com'era dall'emozione, una frase definitiva da rispondere alla volgare ironia di Claudina, sentiva impossibile la continuazione di quel colloquio. Anche l'attrice dovette avere la medesima sensazione, poichè innanzi a San Marco disse allo scrittore;
— Io torno all'albergo. Tu non ti dar pensiero: vieni quando ti pare.....
Prima che Giuliano avesse pensato a trattenerla, ella s'allontanò vivamente tra la folla variopinta di ufficiali, di giovani eleganti e di forestieri che gremiva la piazza, le Procuratie, i mille tavolini dei caffè.
A stento ella tratteneva le lacrime. Camminava tra la folla, spedita ma con un passo a momenti incerto e titubante, poichè il sottil velo di lacrime distesosi su le sue pupille le appannava la vista; ed inoltre ella serrava le palpebre, temendo che le lacrime avessero a scivolarle lungo le guancie. Passò sotto i portici del palazzo ducale, percorse un breve tratto della Riva degli Schiavoni. Giunta all'Hôtel Danieli la sua tristezza, forse perchè ne tratteneva lo sfogo, aumentò grandemente. Quasi di corsa ella passò innanzi ai grooms ed ai camerieri per nascondere l'emozione che le faceva tremare convulsamente le labbra impallidite. Ma, appena giunta in camera sua, senza avere nemmeno la forza di far scattare la chiavetta della luce elettrica, ella fu vinta e dovette lasciarsi cadere su una poltrona, rompendo in un pianto desolato. Lo sforzo nervoso, ch'ella aveva dovuto fare per frenarsi fino ad allora, la lasciava senza energia e senza volontà; il suo dolore solo prorompeva in quei desolati singulti, che risuonavano così tristemente nella grigia penombra di quella stanza che tante volte aveva udito i sospiri del suo amore e della sua voluttà....
Giuliano intanto, abbandonato tra la ignota folla crepuscolare di piazza San Marco s'era diretto verso le Procuratie, a passo lento, tutto assorto nel dolore dispotico delle sue nuove angoscie, da cui nulla poteva distoglierlo. Poichè non ogni sentimento eletto e nobile era morto in lui, egli sentiva, questa volta profondamente ed intieramente, il lacerante rimorso per l'inutile male fatto per sempre a Claudina. Con quale sguardo di muta disperazione e con quale passo di vittima vinta che s'approssima all'ultima tortura ed al colpo supremo, ella lo aveva lasciato allontanandosi verso la Riva degli Schiavoni! Egli era stato sul punto di correrle dietro, per raggiungerla, per prenderle il braccio, chiamarla e dirle: — «Vieni, vieni, io ti amo. Tutte queste sono follie. Dammi tutto il tuo cuore, prenditi tutto il mio, che è tuo, tuo, interamente e per sempre tuo, mia povera buona e dolce Claudina!» Ma ella già voltava all'angolo del palazzo ducale e lo scrittore ebbe scrupolo di compiere quell'atto inconsulto, temette che qualcosa di quella scena banale potesse essere osservata da un passante curioso.
Non deplorò, poco più tardi, quella risoluzione, dopo che fu passato il primo momento di distacco in cui solo la pietà e l'emozione, sempre eloquentissime nel suo povero, generoso ed irrequieto cuore di poeta e di uomo buono, avevan parlato suggerendogli quella clemenza bugiarda, che poi divien crudeltà, quella finzione pietosa che poi diviene inesorabile cruccio, quella debolezza incoerente che poi renderà più desolato e più vile il dissidio quando, fatalmente, dovrà per un'altra volta riaprirsi. Mai come in quella sera, il fantasma di Beatrice era riapparso inquietante e dispotico nell'anima di lui. Una donna che passava coi suoi bambini gli rammentava certi pomeriggi primaverili, quando egli, salendo al Pincio verso il tramonto dopo una giornata di fecondo lavoro, incontrava l'adorata lontana che ne discendeva col suo passo signorile e un po' languido, mentre innanzi le due creature bionde, stanche oramai di tanti giuochi e di tante follìe, camminavano con arie assorte di persone serie e molto gravemente preoccupate. E nulla era pel cuore di Farnese più dolorosamente spietato di quei continui richiami di tutto quel suo piccolo mondo lontano, e forse per sempre perduto.
Forse per sempre perduto! La mesta parola di dubbio e di timore ritornava sempre più frequente nell'anima del poeta, come il grigio e malinconico ritornello di una canzone ch'era dolce e soave e che non udremo mai più. Forse per sempre perduto! Era possibile che tutto l'edificio della sua vita e della sua famiglia dovesse così andare irremissibilmente distrutto per la follìa di un giorno, per la risoluzione sconsigliata di un'ora di abbandono?... Ei non poteva, ei non voleva crederlo... Ed ora? Quale destino gli si riserbava? Ora che l'amore per Claudina era svanito, come un profumo troppo lieve ad un vento troppo forte; ora che il loro sogno di gloria fraterna appariva ad entrambi come un dolce miraggio lontano, ma nulla più che un miraggio; ora che Claudina aveva chiaramente veduto quanto l'anima di Giuliano le fosse estranea e lontana; ora che ella, con le sue ultime ironie di quel giorno si era risolutamente svelata come un'avversaria decisa a non lasciar campo alla pietosa menzogna ed all'inutile inganno, che cosa poteva egli fare? Oh, ritornare, ritornare a Roma, gettarsi ai piedi dell'offesa creatura, dirle quanto l'amasse e quanto avesse sofferto e come espiato; averne, come una nuova benedizione di pace e di fortuna su la sua vita e pel loro comune destino, il dolce e generoso perdono, l'assoluto oblìo!
Ma come poteva egli presentarsi a Roma, inaspettato, così? Gli sarebbe stato solamente possibile, senza bisogno di scandalo, vedere sua moglie e parlarle? E avrebbe ella acconsentito ad udirlo, ella che fino a quel momento lo sapeva con quella sua amante, in viaggio, forse dimentico, certamente felice? Le poche lettere ricevute da Loredano non eran tali da confortarlo su le probabilità di perdono e di oblio che le parole di Beatrice consentivano di considerare. In quanto poi alle lettere ch'egli aveva scritto al cognato e nelle quali, specie in quelle ultime settimane, egli aveva transfuso tutta l'intima angoscia e tutto l'oscuro rimpianto del suo povero cuore senza più speranza di pace e di gioia, in quanto a quelle lettere, chi sa se Loredano aveva stimato opportuno farle leggere a Beatrice? E in caso affermativo, chi sa se la povera donna vi aveva prestato fede? Disillusa com'era, ella aveva forse sospettato che quelle lettere — scritte invece col cuore in mano e senza bugiarde preoccupazioni di stile e di effetti da raggiungere — fossero state abilmente studiate e composte per toccare i più sensibili angoli del suo cuore, per impietosirla e commuoverla?
Era follìa, dunque, sperare in un così pronto perdono, in un così rapido e piano ritorno alla vita del tempo passato. Egli entrò al caffè Florian ed in una di quelle salette tutte luccicanti di specchi, luminose di lampadarii e fastose per gran numero di pitture e di mosaici, scrisse a sua moglie una lunga lettera, una lettera spontanea e profonda ove mise tutto il suo cuore, con tutte le sue più sincere parole, confessò tutto il suo pentimento, disse tutti i suoi spasimi, tutti i suoi rimpianti, tutte le sue agonie, osò esternare tutte le sue speranze e tutti i suoi sogni, invocando il perdono umilmente con preghiere suggestive ed eloquenti; e vi mise l'anima sua e tutto il suo infinito dolore; e vi mise tutta la sua conscienza ed il suo pentimento e i suoi nuovi propositi; e vi mise tutto il suo cuore con tutta la tenerezza di cui era capace.