Oh, quella frivola vita, come aveva potuto egli viverla? Giuliano nel fondo della sua carrozza attendeva malinconicamente la risposta del groom che fu negativa. Irrequieto, desideroso di trovare Andrea ad ogni costo, si fece portare ad altri caffè, ad altri ritrovi, dove però tutte le sue ricerche riuscirono vane. Tentò allora di bussare alla casa di Andrea, alla Passeggiata di Ripetta. Licenziò la carrozza e rimase in mezzo alla via, mentre il trotto del cavallo echeggiava sempre più lontano, ad attendere che qualcuno rispondesse ai colpi ch'egli aveva picchiato col martello del portone.

Tutto fu vano. Il portone non si aprì. Una tortura impreveduta, quella di un'intera notte di ansia, di timore, di solitudine angosciosa, veniva ad aggiungersi alle molte che in quei due ultimi giorni avevano travagliato il povero cuore di Giuliano. Dove recarsi a quell'ora? Un orologio in lontananza aveva battuto le tre. Un silenzio profondo incombeva con solenne maestà su la città addormentata.

Farnese non pensava più a cercare Andrea. Probabilmente l'amico era in casa, s'era forse coricato per tempo a fine di potersi recare al primo treno mattutino in cerca di Giuliano alla stazione di Termini. Nessuno s'era destato nella casa. Dopo un ultimo tentativo lo scrittore decise d'attendere l'alba, di pazientare finchè il portone si aprisse e gli fosse possibile farsi udire da qualcuno.

Passeggiò lentamente per la breve via fiancheggiata da un lato da tisici alberelli prospicienti il fiume. Il suo passo batteva ritmico e pesante sul selciato.

Quell'incertezza su quanto era avvenuto nella sua famiglia lo straziava. Poichè nel dubbio è sempre la visione più fosca quella che si presenta ai nostri occhi. Giuliano era in preda alle più tristi previsioni intorno all'esito della malattia della sua creatura. Gli sembrava che l'alba non sarebbe mai giunta e che la sua angoscia avrebbe troppo a lungo durato. Dopo lo schianto formidabile che quel giorno e mezzo di viaggio aveva dato all'anima sua, lo scrittore si trovava senza forza e senza energia per quella rinnovata agonia.

Camminando, si trovò in piazza del Popolo. Mille squilli di piccoli campanelli giungevano dalla via di Ripetta. Giuliano si soffermò. Nell'ombra della via, rotta fiocamente da qualche raro e lontano lampione, una folla bianca si muoveva. Lentamente, questa s'avanzò, si precisò: mandre intere di pecore provenienti da porta Cavalleggeri si avviavano a nuovi pascoli lontani. Un primo gruppo entrò nella piazza, parve disgregarsi, si serrò nuovamente. Le piccole e mansuete viaggiatrici procedevano serrandosi le une alle altre, quasi per sorreggersi, quasi per incitarsi o per trascinarsi a vicenda. Qualche capretto irrequieto saltellava ai lati del bianco e sonoro drappello. Ogni tanto, fra quella folla, un buttero avvolto nel nero mantello passava su un vigoroso cavallo maremmano, governando con la verga quel gregge, aizzando i cani in difesa o a tutela dell'ordine. Poi i bianchi drappelli ricominciavano. Tutte quelle nomadi esistenze ispiravano una pietà infinita. Ciecamente, esse procedevano, forse verso la morte. E tutta quell'armonia di campanelli mossi nella marcia sembrava un funebre accompagno in quella notte profonda; e i belati di tutto quel gregge sembravano gemiti. Quella folla lanosa riempiva oramai quasi tutta la piazza e i movimenti suoi la facevan sembrare come un mare convulso per la vicenda continua delle onde spumanti.

Giuliano si trovava quasi rasente a quei bianchi drappelli. A un tratto ei sentì un colpo su i suoi piedi, chinò gli occhi: una capra s'era abbattuta a terra, morta. Le altre, indifferenti, continuarono la loro marcia. Solo un capretto accorse belando, si curvò su la caduta, la carezzò con la lingua. Giuliano rimase qualche secondo con quel peso di morte su i suoi piedi, sentendo il ribrezzo correr la sua pelle in un brivido e pur non avendo la forza di togliere alla caduta quell'ultimo sostegno. Un buttero accorse. Afferrò per le quattro gambe la capra morta ai piedi di Farnese, la gettò su un carro che seguiva, portando donne, fanciulli e vecchi pastori. Il capretto seguì il carro, belando forte, guardando talvolta il buttero con occhi d'invocazione.

Finalmente la piazza si vuotò. Dalla porta del Popolo giungeva sempre più lontana l'eco di una canzone intuonata da un pastore e della quale i butteri cantavano a coro con le loro virili voci spiegate il ritornello dolente. Giuliano, afflitto ancóra da quelli spettacoli e da quegli echi di malinconia si affrettò per la breve salita del ponte Margherita, si trovò sul fiume.

L'alba non era ancóra giunta e già la notte non era più intera. Giuliano, cui la morte della capra aveva dato un brivido, quasi fosse il simbolo di un'altra fine, il richiamo ultimo di una creatura diletta, rimase sul ponte, innanzi al panorama solenne di Roma, ad attendere il giorno.

Già nel cielo striato d'onde lunari e di misteri, le ultime nuvole scomparivano cedendo il loro breve dominio all'albore grigio e freddo. Un alito sottilissimo di vento fremeva, dando brividi e susurrii alle verdi foglie degli alberi fiancheggianti i lungotevere e la Passeggiata di Ripetta. Le nebbie basse che indugiavano su le gialle acque sonnolenti del fiume si diradavano, quanto più la luce si avanzava, come pallide lame d'acciaio su l'orizzonte, quanto più si accendeva il nuovo chiarore, ancóra grigio, albale, non ancóra tale da riscaldare la nuova vita delle cose, ma così freddo invece che sembrava avrebbe dovuto gelare gli ultimi sonni, incalzare con gelide spade gli ultimi drappelli di sogni, di quei sogni che, figli delle stelle, con esse impallidiscono e scompaiono.