E, ad un tratto, in vicinanza, nel silenzio ancóra profondo dell'alba, un campanile sparpagliò i lenti rintocchi argentini delle sue campane. Altri, più lontani, risposero come ad un mistico appello musicale ed il canto di quelle campane giunse grigio, come fosse ovattato. Altri campanili più lontani ancóra sgranarono nell'aria albale una fievole sinfonia d'armonie d'argento. Il canto delle campane si rafforzò, si attrasse, si fuse, squillò come un inno al dì sopravveniente. Poi di nuovo quelle voci d'argento si disgregarono, diminuirono, s'affievolirono. Le armonie più lontane divennero fievoli e pallide, quasi fossero echi delle più vicine. E mentre l'ultimo campanile batteva a rintocchi le ultime note, un orologio suonò le ore, lentamente, a grandi pause, durante le quali il suono si propagava nelle lontananze.
A quella danza di note argentine, che a volte era divenuta sottile e delicata, come un ricamo che si disegnasse nell'aria trasparente, Giuliano Farnese rimase estatico, dimenticando ogni dolorosa preoccupazione del suo cuore o della sua conscienza, come sempre gli accadeva in presenza d'uno spettacolo di bellezza.
I rosei riflessi si diffondevano all'orizzonte. Si sgranavano nel cielo, sempre più dolci e maliose, come sublime armonia ai merletti musicali dei campanili salutanti l'alba, le melodie sottili della sinfonia in rosa maggiore che l'aurora canta. Qualche cupola, lasciando vedere il cielo dai finestroni contrapposti, prendeva l'apparenza leggera e squisita di una trina enorme. Qualche riflesso s'accendeva nel fiume, qualche voce lontana sorgeva. E la luce, intanto, avanzava sempre più a lame più fitte, più rapide, più taglienti, insinuandosi nel cielo, sgombro fin delle ultime nubecole lievi come fiocchi di bambagia, e già disposto, tra le rose e gli ori dell'aurora serena, al connubio solenne col nuovo giorno.
A quello spettacolo di serenità e di vita una speranza fiorì nel cuore di Farnese. In quel momento, dall'alto del ponte, vide il portone di Andrea di Vele spalancarsi. Allora, senza indugio, tornando alla vita dopo l'agonia di quella notte di profondo dolore, scese a precipizio verso la casa.
II.
Ai ripetuti squilli del campanello elettrico un domestico, ancóra in pantofole e con una giacchetta abbottonata alla meglio, venne ad aprirgli. Senza riconoscerlo gli disse subito:
— Mi dispiace, il padrone riposa ancóra.
Giuliano non gli badò. Entrò nell'appartamento, voltò per un corridoio a destra che sapeva esser quello che guidava alla camera da letto di Andrea. La sua ansia e la sua febbre non gli consentivano la pazienza di mandare ambasciate, di parlamentar col domestico. Prima che questi avesse potuto raggiungerlo, egli già era entrato nella camera dell'amico ancóra immersa in una fitta penombra. La voce di Andrea, assonnata, gridò:
— Chi è là?
— Son io, rispose Giuliano e, poichè Andrea non aveva riconosciuto la voce, aggiunse mentre spalancava le imposte su quel cielo oramai chiaro di sereno mattino autunnale: — Son io, Giuliano Farnese.....