L'ironista risorgeva in lui. Venne allora la terza maniera di Farnese, che fu quella che ebbe più successo di critica e di vendita. La sua vita mondana a Roma, a Cannes, a Montecarlo o ad Aix-les-Bains, lo indusse a riprodurre quella futile esistenza noncurante e nella serietà medesima con cui il romanziere descriveva le eleganze più deliziose e le etichette più infrangibili, si scandalizzava per la minima scorrettezza, si entusiasmava a freddo per una marsina di taglio inappuntabile o per l'impassibilità di un giocatore elegante al tavolo verde, era un feroce fondo d'ironia, che sfuggiva agli interessati ed ai colpiti, e divertiva tutti gli altri. Quei primi due romanzi della sua terza maniera, Catene d'Oro e Sirene furono sui tabourets di tutte le principesse, nei gabinetti da fumo di tutti gli elegantissimi. Intanto altre sue commedie trionfavano: Una parabola, Flavia, I tramonti. Pubblicò anche sul giornale di Torrero, un piccolo capolavoro di satira una serie di note intitolata Giornale di uno snob, dove si risolvevano con la più esilarante compunzione questi ardui problemi: se fossero migliori le cravatte di Boivin o di Kent, quale ne fosse il nodo più acconcio, quale il più inglese taglio per le giacchette; e sopra tutto una Teoria dello smoking, rimasta indimenticabile, dove dieci uomini alla moda discutevano quattro ore se fosse lecito o no indossare lo smoking per teatro nelle sere d'inverno.

Nel frattempo, egli aveva avuto due bimbi, uno maschio, Luca, che presentemente aveva circa sei anni, ed una femmina di un anno minore, Anna Maria. La moglie si era stancata della vita mondana, si era tutta consacrata ai suoi bambini ed al marito e questi aveva continuato, ma per poco tempo ancóra a correr solo i saloni, le sale d'armi, i circoli e gli alberghi internazionali, poichè come un articolo di Claudio Sanna, l'aveva lanciato nella bolgia letteraria, un altro articolo, anche a firma di Claudio Sanna, lo salvò da una rovina verso cui egli precipitava nell'incoscienza della sua nuova ebrietà. In quell'articolo severo il vecchio maestro avvertiva Farnese delle cattive tendenze che egli lasciava prendere alla sua opera, lo metteva in guardia contro le sorprese dei successi troppo repentini; gli consigliava e augurava un sano periodo di lavoro ed una nuova opera fortissima che potesse accoppiarsi a quell'Aurora, rimasta fino allora il suo capolavoro.

Questo libro venne, frutto di un anno di raccoglimento e spoglio di mondanità, e s'intitolò I merletti. Erano i merletti posti dalle belle dame su le ferite sanguinolenti e turpi, l'inganno del ricamo, la maschera di trina messa su la vergogna e sul peccato, l'eleganza che giustifica, la massoneria morale dell'alta società: libro fecondo ed inquieto, vera opera della maturità dell'artista. Pubblicati prima su la Nuova Antologia e poi in volume, I merletti ebbero un successo nel quale nè Farnese nè alcun altro avrebbe mai potuto sperare. In una con tutte le sue virtù di narratore facile, elegante e drammatico, con quelle delicatezze che pure solleticavano il gusto di qualcuno, la sua spietata analisi psicologica, Farnese era in quel romanzo filosofo e moralista; l'opera assurgeva a commento di un'idea, una morale vi trionfava oramai.

Il romanziere aveva scritto questo romanzo in una villa presso Siena, tra le tenerezze di sua moglie e le primavere gioconde dei suoi bambini. Qualche raro amico rompeva per pochi giorni la monotonia di quell'eremitaggio affettuoso e pensoso: Farnese serbava di quell'anno un ricordo profumato, come del periodo più felice e più squisito della sua vita. L'amore di Beatrice l'aveva sostenuto in questa opera di maturità, spronandolo nelle ore di sconforto e di sfiducia, quando pare che tutto crolli intorno all'artista in una notte densa e che il pensiero vacilli; confortandolo nelle ore di tristezza, distraendolo quando la sera, seduto per terra, egli chinava la fronte stanca sul grembo di lei, al lume roseo della lampada, mentre dalle stanze contigue giungevano i gridi spensierati del piccolo Luca e della fragile e bionda Anna Maria. Ella era stata la guida e la mèta, lo sprone e il riposo, collaboratrice e compagna, amante ed amata.

Giuliano Farnese aveva allora trentacinque anni. Finito il romanzo I merletti, mentre questo correva trionfalmente l'Europa nel testo autentico ed in quattro traduzioni, lo scrittore condusse la piccola famiglia al mare, a San Remo, dove egli aveva una villa e dove Loredano li raggiunse da Vichy; Farnese vi si riposò per due mesi senza toccare la penna. Al loro ritorno in Roma, dopo un'assenza di più di un anno, Farnese si era dedicato a una nuova commedia: La chimera. Ultimatala nel febbraio, aveva ricevuto un bigliettino da Savarese, direttore del Teatro Nazionale, che gliela domandava a ottime condizioni. Egli aveva volentieri acconsentito, stabilendo col Savarese un convegno. Questi si era ben guardato dal mancarvi e si era presentato nell'appartamento che Farnese abitava in un villino del Macao, (accompagnato da Claudina Rosiers che il commediografo non conosceva), avendo già nella tasca del soprabito il contratto da firmare.

Claudina Rosiers aveva ascoltato nervosamente la lettura della commedia. In certi momenti aveva pianto, mentre Farnese ironicamente sorrideva. Poi, andandosene con Savarese, ella aveva guardato lo scrittore con gli occhi ancóra pieni di lacrime, convulsa. Questi era rimasto un momento a guardare la porta donde i due erano usciti. Poi, scosse le spalle, aveva acceso una sigaretta e si era rimesso al lavoro.

Una settimana dopo le prove erano incominciate.

III.

Egli aveva lasciato Claudina Rosiers dopo quell'invito lanciatogli non ostante la severità di poco prima, ciò che affermava il vivo desiderio dell'attrice di rivederlo ancòra. Egli aveva schivato, durante tutto il pomeriggio di entrare in discorsi troppo intimi con la signorina Rosiers e invece, in quella carrozza e per quelle scale, era stato debole ed irriflessivo come un fanciullo. Era uscito dal teatro con l'intenzione di andar subito a prendere il piccolo Luca, appena riaccompagnata Claudina ed invece le sette e mezza suonavano all'orologio della Trinità dei Monti, quando egli traversava la piazza di Spagna, col bavero di lontra del suo soprabito freddolosamente rialzato. Fermò una carrozza che passava vuota e diede al cocchiere il suo indirizzo, raccomandandogli di far presto. Però appena chiuso nella carrozza, quell'ombra e quel tepore gli ricordarono Claudina; e passando sotto le finestre dell'attrice, lo scrittore non seppe trattenersi dall'accostare il viso al cristallo dello sportello per intravedere, come intravide, la fine figurina di Claudina Rosiers disegnata bruna sul rettangolo luminoso della finestra. Certamente non era amore quel desiderio della compagnia dell'attrice, che l'aveva preso da poche ore. Poteva meglio esser considerato come il fascino di quella giovinezza, come l'attrattiva prepotente di quella verginità ch'ella gli aveva esaltato così orgogliosamente. D'altra parte, egli poteva considerarsi ancòra come un marito amante della moglie, poichè qualche rapida corsa su la pista fallace dei facili amori non poteva considerarsi come un alto tradimento o come la conseguenza di un disamore.... Egli aveva quasi degli obblighi sensuali di rappresentanza. Per la sua fama, per la sua posizione influente, le carezze femminili gli erano esibite continuamente, per brama di scandalo o per curiosità o per guadagno o per desiderio di renderselo amico e favorevole. Pure avendo schivate quante più poteva di quelle voluttuose esibizioni, lo scrittore non poteva sottrarsi ad ogni profferta nè poteva ringraziare e rimandare, semplicemente, ognuna di quelle generose. Gli uomini invidiosi vigilavano poco lontano e Farnese non voleva assumere l'aspetto ridicolo ed umiliante di casto Giuseppe o di marito irragionevolmente fedelissimo. Aveva così conquistato quella abilità, ch'egli chiamava diplomazia amorosa, consistente nel limitarsi al minor numero possibile d'imbarcamenti per Citera, e nel compiere quei pochi innanzi ad una fitta folla di spettatori rabbiosi. Le donne di teatro volevano essere compromesse da lui per avere il vanto di essere sue amanti; nè Farnese chiedeva di meglio; e, se doveva baciarne una, coglieva il momento, tra una quinta e l'altra, in cui i soliti spettatori potessero vedere. Per questa ragione, egli pensava nel tepore di quella carrozza che gli ricordava l'attrice, come le parole e i sospiri di costei potessero non essere altro che una ancòra di quelle voluttuose esibizioni che lo perseguitavano su le tavole dei palcoscenici ed in qualche salotto di donna elegante. Tuttavia Claudina Rosiers non era una donna vana e leggera, nè poteva ammettersi in lei una venalità qualsiasi, poichè i suoi guadagni del teatro erano più che sufficienti alle necessità della sua vita modesta. Inoltre quella verginità ch'ella aveva saputo conservare pur passando per tanti ambienti diversi e corrotti, quella verginità intatta malgrado tante traversie e tante miserie, doveva essere per l'attrice un così prezioso patrimonio da non gettarlo e disperderlo per un trionfo della vanità o per il desiderio di un momento. Se ella, dunque, avesse concesso quel fiore a Farnese, egli avrebbe potuto essere sicuro dell'amore di lei, della passione che la inebriava. Ma egli non voleva quella concessione, intendeva di schivare quella sicurezza su una passione che sarebbe stata o dolorosa o delittuosa. Il ricordo di sua moglie gli attraversò il pensiero e ripensò la devozione di lei, la sua tenerezza, la sua immacolata fedeltà. Ella si sacrificava in silenzio, paga del solo amore dei suoi bambini, cullando l'unico sogno dolcissimo del loro avvenire e della loro felicità. Tuttavia l'assistenza e l'appoggio dell'uomo ch'ella amava non dovevano venire a mancarle, poichè solamente in quelli la buona creatura riponeva il suo conforto ed il suo compenso. L'idea di un più affettuoso riavvicinamento alla moglie attraversava con insistenza il pensiero dello scrittore e gli appariva possibile, poichè, le prove del La Chimera terminando tra pochissimi giorni, egli non avrebbe avuto più occasione di tornare su le scene del Teatro Nazionale e di incontrarvisi nuovamente con Claudina Rosiers. Questi saggi propositi erano a volte spezzati da lampi di desiderio suscitati dal ricordo della bellezza dell'attrice; ma, spento il pallido lampo, i buoni proponimenti tornavano, ed in uno di questi ritorni, al momento che la carrozza si fermava d'innanzi al cancello della sua casa ed il cocchiere discendeva ad aprire lo sportello, lo scrittore aveva deciso di non andare quella sera al Teatro Nazionale e di mandare un biglietto di scusa con un pretesto a Claudina Rosiers, subito, prima che avesse avuto il tempo di mutar parere.

Nel frattempo egli aveva salito le scale e subito i bambini erano accorsi al rumore del suo ingresso nell'anticamera che una lampada sospesa, coperta da un globo di cristallo azzurro, rischiarava dolcemente. I bambini, che si erano aggrappati a lui anche prima che egli avesse potuto sbarazzarsi del soprabito, gridavano festosamente.