In silenzio seguitarono il loro cammino. Scendevano dal ponte alla Carraia, diretti verso piazza della Signoria.
— Preferisci che pranziamo all'albergo o da Doney? dimandò Loredano.
— Andiamo da Doney, se vuoi; mi è indifferente.
I lungarni erano quasi deserti in quell'ora del tramonto in cui di solito erano affollati di equipaggi, di donne eleganti, di uomini mondani, di forestieri, per il ritorno dalla passeggiata alle Cascine. Farnese e Loredano stupirono per quella solitudine; non s'udiva il trotto d'un cavallo ed i rari passanti erano frettolosi e sfuggivano lungo i muri dei palazzi. Eppure tutta la bellezza di Firenze raggiungeva in quell'ora, fra breve crepuscolare, il suo più portentoso splendore. Il fiume si tingeva di roseo pei riflessi delicati del cielo, ch'era chiaro e venato di rosa come una perla lucentissima. Dai colli toscani giungeva un argentino tintinnìo di campane, la salutazione angelica dei campanili fiorentini. Tra il verde delle ville, dei viali e dei giardini qualche lume si accendeva e splendeva, or sì or no, misteriosamente. L'aria era leggera e soave come una carezza. Un vago profumo floreale era diffuso, impalpabile, come fosse il respiro di una primavera. Era l'ora della grazia e del mistero e Firenze non avrebbe mai potuto essere più suggestiva e più soave. L'orizzonte, mentre ad occidente si tingeva ancóra di roseo, di arancione, di violetto e di verde pallido, ad oriente già palpitava delle prime stelle che si intravedevano tra le schiere brune e misteriose dei cipressi toscani.
Un rumore confuso ma violento giunse ai due scrittori, come l'eco d'un torrente gonfio che straripa. Affrettarono il passo verso piazza della Signorìa. Il rumore diveniva più forte e più distinto, dominato più volte dallo squillo stridulo di una tromba. Loredano e Farnese compresero. In seguito ad un rincaro del pane molte città italiane si agitavano durante quei giorni e a Firenze, quel giorno, il disordine era risolutamente disceso in piazza. La Signorìa era piena di popolo, non tutto lacero e miserrimo, poichè molte giacchette accurate e molte cravatte pretensiose si scorgevan tra quei tumultuanti. La truppa aveva ostruito tutti gli sbocchi della piazza e tra la folla enorme, compatta, soffocante, i carabinieri e le guardie andavano e venivano, volontà insufficienti, per domare i ribelli, per diminuire la ressa. La tromba intimava invano coi suoi lunghi acuti squilli che si ripetevano ogni cinque minuti. Le finestre e i balconi delle case eran gremiti di una folla non indifferente, che s'appassionava in prò o contro i dimostranti. La piazza nera d'uomini ondeggiava e riondeggiava come un mare in tempesta. I gridi rivoluzionarii ne salivano come muggiti di onde immani.
D'improvviso l'impeto cieco della folla travolse gli argini. Una pietra lanciata da un braccio poderoso s'alzò nell'aria, fischiò passando sopra la folla, andò a colpire in pieno volto sotto la Loggia dell'Orcagna il Perseo bronzeo di Benvenuto Cellini. Fu quello il segno della barbarie. Dieci pietre, venti, fischiarono nell'aria, colpirono le statue perfette e i monumenti gloriosi. Alcuni della folla colpivano per colpire, per brutale istinto di distruzione. Le pietre cadevano con tonfi sordi nell'antico corpo di guardia dei lanzichenecchi, dopo aver oltraggiato le serene bellezze delle statue di Benvenuto e di Gian Bologna. La sassaiola si prolungava fitta e violenta, come una grandinata.
— Ma è barbaro, è bestiale ciò che fanno costoro! esclamò Giuliano non appena la prima pietra ebbe colpito il Perseo.
— È uno spettacolo ignominioso! aggiunse Leonardo.
Veramente ignominioso e barbaro era lo spettacolo offerto da pochi facinorosi nella città che più d'ogni altra in tutto il mondo ha dell'arte il culto e della bellezza il fervore. Firenze e la sua grazia e la sua nobiltà e la sua gentilezza sembravan da quei pochi dimenticate!
La sassaiuola continuava. In parte mutò direzione e si rivolse contro le guardie e i carabinieri che tentavano di arrestare i pochi dimostranti selvaggi che attentavano ai capolavori dell'arte. Ad un tratto un colpo di rivoltella sparata in aria echeggiò e la folla si diede ad una fuga sgomenta e atterrita. Ma dei colpi risposero dalla folla a quel colpo, la sassaiuola si moltiplicò per violenza, un carabiniere cadde a terra con la fronte spaccata dalla quale a fiotti il sangue sgorgava. Una compagnia di soldati giunse di corsa, con la baionetta in canna. L'ufficiale abbassò la sciabola ed il crepitìo dei moschetti echeggiò, rintronò nella piazza austera, stupì le mura gloriose e solenni dei monumenti illustri. Altre scariche seguirono, ininterrotte, tutte sparate a polvere poichè fin quando fosse possibile era nell'animo di coloro che dovevan reprimere l'intento di risparmiare che del sangue fosse versato. Ma nella convulsione veemente che aveva preso la folla nel terrore e nell'impossibilità di muoversi e di fuggire, la barbarie non si dava per vinta. Ed il fosco spettacolo di paura s'ebbe poco più tardi quando da via Calzaioli sopraggiunse la cavalleria. Gli squadroni si lanciarono nella piazza, contro la folla, la dispersero in pochi minuti.