— Sono nubi passeggere, orizzonti foschi che dilegueranno ben presto, quando tu sarai tornato a Roma tra tua moglie e i tuoi figli, che ti mostreranno quale sia la vera tua vita e come tu non abbia alcuna responsabilità nel dramma cui sei stato partecipe. Tu hai detto più volte che, sopra tutto e contro tutto, ognuno deve vivere la propria vita. Ebbene, quella è la tua vita e tu devi viverla, intera, senza ambascie, senza rimorsi... E poi, tu lavorerai, e nel ritorno al lavoro tu troverai il miglior conforto, poichè — e son tue parole anche queste — nel dolore il miglior farmaco è la disciplina del lavoro e dell'arte...

— Ah, ma chi sa, proruppe Farnese con un accento di strazio, chi sa se io potrò più lavorare? L'arte è stata per me il sogno sovrano e imperioso. Ebbene, questo sogno io l'ho raggiunto, io l'ho coronato. Quale fu l'ideale che mi spinse a prendere in mano una penna? Fu un ideale molto semplice, molto orgoglioso e che m'appariva allora molto bello... Creare, creare, sognare e comunicare ad altri i miei sogni, pensare e disciplinare gli altri ai miei pensieri; aver centinaia e migliaia di persone che vi leggono, che vi ammirano, che vi ascoltano, che corrono ai vostri libri come ad una fonte di gioia e di bellezza, e si commuovono per ciò che la vostra fantasia e la vostra ispirazione han creato, e aprono le loro anime, le loro intelligenze e le loro conscienze al polline fecondo che si sprigiona dalle vostre opere e che il vento della gloria, dell'entusiasmo e della bellezza porta fino a loro!

— Ma questo sogno tu l'hai realizzato! esclamò Loredano. Tu hai una folla che ti ama, che ti ammira, che attende da te un insegnamento, un esempio, una dottrina.

— Ed è appunto quello che mi atterrisce adesso, mormorò Farnese. Quando quell'ideale è divenuto realtà, quando vi trovate a metà del vostro cammino, una inquietudine, un dubbio vi angosciano, uno sgomento vi assale. Tutta la responsabilità dello scrittore vi appare, non appena un fatto tragico, un dramma al quale, come io son per quello di Claudina Rosiers, vi troviate partecipi, v'illumina quale può essere il bene ed il male compiuto da quelle opere che voi scriveste senza preoccupazioni di effetti morali e di risultati fatali. Io son giunto a questo bivio minaccioso. Io mi dico: «Sì, io ho compiuto un'opera, un'edifizio morale ed intellettuale che può essere più o meno bello, più o meno saldo, più o meno adorno, ma che esiste, è noto, è, in una parola.... Da quest'edifizio, da quest'opera la mia voce va pel mondo, raggiunge le anime e le intelligenze, è una forza, una attività, una molla per l'avvenire. Uomini, donne, giovani e vecchi s'interessano a quello ch'io dico, a quello ch'io so, subiscono la mia influenza, più o meno energica a seconda della resistenza che trova in loro. Quale sarà quest'influenza? Quale ne sarà il risultato? Claudina Rosiers, per esempio, è stata una di costoro: ella ha subito, largamente, interamente, profondamente l'influenza dell'opera mia, delle mie idee. E il risultato è stato quello che noi pur troppo sappiamo.... Credi tu che Claudina mi avrebbe amato come mi amò, credi tu che si sarebbe uccisa, se non avesse ricevuto nell'anima sua i germi della mia opera e quelli di opere simili alla mia, se dai miei libri non avesse appreso che l'amore è il fine, lo scopo, la ragione della vita, che esso è la sola cosa bella nel mondo e che il connubio di quello con la gloria è quanto di più portentoso può sognare e agognar l'uomo per avvicinarsi a Dio? Ella si fece un'idea falsa della vita, un'idea fallace, troppo lirica, non più umana dell'amore. E quando, imbevuta di quelle idee, affascinata da questi sogni e soggiogata dai miraggi dorati che i miei libri le offrivano, quando ella si è trovata al conspetto della vita qual'è, la vita vera che noi tutti viviamo e non quella fastosamente adorna e imaginosamente poetizzata dai romanzieri e dai poeti, allora ella non ha trovato più nulla intorno a sè, le è parso che la vita fosse brulla e il mondo gelido, senza la luce e la fiamma della sua chimera, e si è uccisa.... E anche nel momento in cui ella prendeva un'arma per uccidersi ella ubbidiva ai nostri insegnamenti.... Siamo stati noi i primi a insegnare che è dolce e grande morire per l'amore, e, credimi, libri come Rolla o come Werther hanno fatto più male all'umanità di quanta sia l'arte o la bellezza che dovrebbe, ma non può, giustificarli.... L'influenza dei nostri libri spinge i deboli, i sognatori, gli illusi, i poeti verso il bene o verso il male? È questo il dubbio angoscioso che ci assale a mezza via.... E quando un fatto come il suicidio di Claudina ci dice che la nostra opera può persuadere e sospingere verso il male questi deboli, questi sentimentali, questi ignoranti, allora si sente una truce condanna in quel terribile tribunale inesorabile che è la nostra conscienza e non appare più possibile il lavoro, poichè sarebbe forse altra fonte di male, altri germi cattivi per le anime degli uomini, altre piante velenose gettate noncurantemente o delittuosamente nei giardini della vita, sotto l'inganno dei più prestigiosi colori, con l'illusione dei profumi più inebrianti e degli splendori più fulgidi! No, no, io ho ben altro da fare che il lavoro di un tempo.... Devo guardare bene in faccia la mia responsabilità in questa avventura sinistra ed in tante altre che posson somigliarle e devo pentirmene ed espiarla....

Ma Leonardo non si dimostrava convinto. Aveva fatto più volte cenno di volere interrompere le parole di Giuliano e alla fine scosse le spalle e replicò:

— Tutto ciò che tu dici non mi sembra esatto, nè giusto. Prima di tutto, e poichè tu esemplifichi, io non credo che la tua opera abbia esercitata su Claudina Rosiers l'influenza fatale che tu deplori. Ma anche ammettendolo, che significa? Per una donna debole e romantica che non seppe discernere o distinguere e ciecamente credette, per una vittima, per un dolore, tu devi trascurare tutti i risultati di grande arte e di bellezza raggiunta che son nella tua opera? Mi sembra come tu dicessi che non bisogna coglier le rose perchè vi è qualche spina, che non sono belli i fiori perchè ve n'è qualcuno velenoso, che la natura non è gloriosa perchè vi è qualche insetto. E con queste tue idee tu potresti consigliare ad un generale di non fare una guerra, di non armarsi per una difesa o per una conquista, perchè qualche soldato può morire; tu potresti consigliare la soppressione delle ferrovie perchè qualche scontro può fare delle vittime umane; tu potresti giungere a dire che l'arte è cattiva e dannosa perchè qualcuno trae dai libri un suggerimento fallace e ciecamente vi adempie, come un fanatico! E poi, voglio dirti di più, voglio anche ammetterti che una responsabilità esista per lo scrittore: ma questa responsabilità comincia e finisce nè più in qua, nè più in là di quanto noi abbiamo direttamente, nettamente, ostinatamente voluto... Se qualcuno fraintende e si illude, non per questo ci dobbiamo arrestare, come tu non spengi un lume quando una farfalla, aliandovi intorno, viene a bruciarsi le ali o a trovare su la fiamma la morte!

Vi fu una pausa. Poi Farnese ribattè:

— Sarebbe molto comodo ciò che tu dici! Ma è altrettanto falso e la prova si è che nella tua propria conscienza nemmeno tu mi sgravii di un rimorso per aver indicato a quella giovinetta il miraggio dei sogni, di un'illusione di amore e di gloria e di un alloro fraterno, fraternamente diviso per uno slancio fraterno di bellezza e di genio. E tu non vorresti trovarti nelle mie condizioni e nelle mie inquietudini! Io vedo bene l'azione dei miei libri, la vedo entrar nei cuori e nelle menti, mutare, rovesciare, viziare, abbattere o minare. È inutile che tu neghi e che tu sorrida.... È vero o no che questo sogno sublime di un alloro fraterno, di un amore nella gloria, è in uno dei miei libri migliori?.... È vero o no che Claudina ha ubbidito a questo vano miraggio e che io, seguendola nel suo amore, ho favorito la sua chimera?... È vero o no che per questo miraggio la mia famiglia è stata sfasciata, è vero o no che mia moglie ha pianto lacrime roventi, che Lorenzo Gray ha sofferto, che io stesso ho attraversato inenarrabili torture?.... È vero o no che quando io ho voluto rompere l'incanto, Claudina si è uccisa perchè troppo atroce era il risveglio, perchè un sogno superbo e grande quale era il mio da Claudina cullato, non ammetteva che un epilogo tragico, data l'anima in cui il triste germoglio era caduto?... E come potrò io obliare tutto questo? La verità è che tutti abbiamo un dovere da compiere. Il mio era quello di non finger la vita nei libri quale essa non è, e di non proporre illusioni che possono abbagliare, non suscitare fiamme che possono non solamente illuminare, ma anche incendiare e distruggere. Il mio dovere era quello di ricondurre Claudina alla verità e di non profittare del suo sogno per il mio piacere, per il mio capriccio.... Io ho mancato all'uno e all'altro di questi miei doveri e a quale prezzo e con che frutto?

— E tu pensi che se tu non avessi scritto quel libro, Claudina non si sarebbe uccisa? Ma poi, concluse Leonardo, che importa veder ciò che tu avresti dovuto fare e ritrovare le cause di questo dramma, quando non sei più in tempo! A che serve?

— A non ricominciare, almeno! disse Farnese duramente.