— No. Ho detto no.
Così è, Filippo. E non c'è che fare. Ha già girato sui tacchi, del resto, ed è già entrato di corsa nell'atrio dell'albergo mentre, levato il debraio, l'automobile riparte...
Ed ha una pena, Mimì, una così gran pena che le vien voglia di piangere... E Fiorvante la guarda. Sente, Mimì, lo sguardo dell'ufficiale... Leva gli occhi su lui in un sorriso che non sorride... E Fiorvante vede gli occhi di lei pieni di lacrime che non sono un pianto, ma che sono un infinito amore e un po' di melanconia...
9.
Come strepitano i «ragazzi» — gli amici di Mimì e di Ardea — per gridar che hanno fame e che bisogna cominciare a mangiare senza far complimenti... E Ardea, Ardea che non viene... È snervata, Mimì, irosa contro sè, contro Ardea, contro tutti, anche contro quel povero Fiorvante che conosce appena da mezz'ora e che per un'improvvisa simpatia ha voluto farsi seder vicino... Mezz'ora che l'hanno lasciato alla Croce di Malta e Ardea non viene ancora...
Gelosa? No, snervata, irritata... Gelosa non può essere. Flora Fleurette è lì, proprio lì, a due passi da lei, al tavolinetto accanto alla grande tavola ch'ella presiede, alla sua gran tavolata di begli ufficiali. Flora Fleurette è intenta a pranzare, accanto a quel signore pacifico e calvo che mangia un piatto di patate soufflées, alto come una piramide. Chi è? Il nuovo amante? L'impresario? Non sa... A dir la verità, non si guardano, non si parlano. Mangiano, estranei. A vederlo così parrebbe proprio un marito. Ma è forse donna da mariti una Flora Fleurette?
Mimì non l'ha vista entrare. In mezzo alla folla del grande restaurant a mare dove è enorme il fragore delle stoviglie dominante anche il tumulto delle voci e dell'orchestra, in mezzo allo stordimento delle parole degli amici suonanti vuote di senso attorno a lei tutta assorta nel pensiero dell'assente, Mimì non ha veduto entrare Flora Fleurette, cercare una tavola e sedersi lì accanto a lei, alla medesima tavola del signore delle patate soufflées. A un tratto, voltandosi per la centesima volta a cercar con gli occhi Filippo verso le porte d'entrata, se l'è vista lì accanto, in atto di rosicchiar tranquilla la polpa d'un roseo gamberetto. S'è sentita stringere il cuore. Proprio lì, quella detestabile donna... Che direbbe «lupo di mare» se gliela vedesse lì accanto, a portata di mano, a portata d'un solenne ceffone?...
Cerca, Mimì, di non pensarci, di distrarsi... Ma ecco, si volge e Ardea è lì, che entra, tutto elegante — come e quanto elegante! — nel suo smoking perfetto, adorno all'occhiello d'una bella cardenia. Come gli sorride. Mimì, da lontano, e come lo aspetta, vicino... Ma, ahi... Deve passar tra le tavole, deve ora passare accanto a Flora Fleurette... e vederla... Ah, se potesse prendere il passaggio di destra, in modo da evitarla, da non vederla... Come batte il cuore di Mimì!... Ma — che dolore! — Ardea prende invece il passaggio di sinistra (forse l'ha vista! certo l'ha vista!) ed eccolo vicino alla tavola di Fleurette, eccolo davanti, e peggio, peggio, ecco che si ferma, le dà la mano, le sorride, s'indugia, a parlare con lei, con l'odiatissima donna, una mano poggiata su la tavola, l'altra su la spalliera della sedia di lei, così in dentro, così in dentro che quasi ne sfiora — ah! l'aborre... — il décolleté... Ardea parla tranquillo e galante con Fleurette. Mimì guarda e freme. Fiorvante ha visto, ha capito e ride. Prende affettuosamente una delle piccole mani agitate che stritolan mollica di pane a tutto andare, sventrando in due colpi un panino.
— Siete gelosa? le chiede Fiorvante. Avete torto. È un modo sicuro di soffrire inutilmente...
Ma sì... Belle prediche! Invece di parole inutili Mimì vuol da Fiorvante qualche cosa di necessario, d'urgente: vuole un foglio di taccuino, un lapis... E scrive. Scrive così: «La buona educazione ti dovrebbe consigliare di non farti aspettare quando tutti sono a tavola. E, se la tua amica così ossigenatamente bionda ha tante cose da dirti, potevi fare a meno di venire con noi. Siediti lì. Al suo tavolino. C'è posto anche per te».