Luce cruda e sfacciata delle stanze d'albergo, luce senza veli, senza penombre, luce fatta per chi non ha dolore da nascondere, per chi non ha nell'anima oscurità che chiedan l'ombra anche fuori... Fiorvante ha chiamato Pierotto:
— Spegni.
E Pierotto ha spento ed è rimasto lì, nella penombra, a guardare il suo padrone illuminato nel viso da quella sola lampadina ch'è su la tavola, piccolo fiore cupo, sotto il paralumino viola. E ode Fiorvante aggiungere con la voce grave e profonda che vien su dal fondo più profondo dell'anima:
— Ed è giusto che sia così... Non può essere che così...
C'è un silenzio. E Fiorvante dice ancora parlando più a sè stesso che al suo amico taciturno:
— Il cuore dimentica... La vita cammina...
Il suo padrone soffre. Come soffre il suo padrone!... Lo sente dalla sua voce, Pierotto, dalla sua voce che squilla, giovane e forte, nell'ora lieta, che si fa cupa, velata di lacrime, quando il cuore fa male. E Pierotto s'è accucciato a terra, s'è trascinato fino al padrone, cane fedele che non si stacca dal capezzale quando il padrone è malato...
E ancora una volta la voce di Fiorvante ripete:
— Il cuore dimentica... La vita cammina...
Di sotto in su Pierotto lo guarda: ha gli occhi pieni di lacrime, ma un sorriso appare agli angoli della bocca, su le labbra dolorose: un sorriso che è una smorfia.