Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle stelle?
(Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella finestra, la notte profonda).
PIERROT
Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta magica non c'è e Banville il poeta era un fumiste. Ha vissuto settant'anni con sua moglie che lo chiamava Totò. Ha fatto il critico drammatico ascoltando ogni sera le più stupide commedie. Era commendatore della Legion d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare nelle stelle... Totò...
(L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la porta pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è mosso. Ha solo ripreso il libro delle Odes funambulesques ed ha riletto, una, due, tre, dieci volte, a voce alta, i versi di Banville. Giù, nella strada, una comitiva passa cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e gli pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino fosforescente, come i versi di Banville. Vede un clown agile come le rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto flettendosi su le ginocchia e dondolando le braccia. Prima il clown ha il viso di Banville, poi quello di Pierrot. Ancora una volta la comitiva canta per istrada. Una macchina da scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta accanto. Dal piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi esercizii scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in musica la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del trampolino fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più piano, sempre più lento):
Et, le coeur dévoré d'amour,
Alla rouler dans les étoiles...
(Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a smarrire l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco nella nebbia del sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola esce, sussurro appena, dalle sue labbra):
PIERROT
Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò...