Riassumendo dunque i fatti del Campanella in Altomonte si ha: il termine della sua lettura del libro del Telesio; la lettura di molti altri libri di filosofi e medici, datigli da alcuni suoi amici egualmente antiperipatetici che ivi conobbe o rivide: l'eccitamento da parte di costoro perchè scrivesse in difesa del Telesio contro Giacomo Antonio Marta; la composizione in sette mesi della sua Philosophia sensibus demonstrata; la presenza di un superiore invidioso che l'accusò di falsa dottrina e di troppo conversare con secolari; la difesa assunta da alcuni di costoro in tempi difficilissimi e in cose d'alta importanza per lui. — Non c'è neanche per un momento surta l'idea di dover parlare del Telesio a' nostri lettori, massime dopo l'eccellente libro pubblicato dal prof. Fiorentino[47]. Quanto a Giacomo Antonio Marta, ci limiteremo a dire che egli non era quell'ignorantissimo che il Campanella dichiara, e lo dimostrano le molte sue opere specialmente legali. Napoletano e non veronese come ha creduto il Berti, poichè filosofo napoletano e giureconsulto egli s'intitola spesso nel Pugnaculum Aristotelis ed anche altrove, si conosce che nacque il 20 febbraio 1559 e andò peregrinando come lettore per diverse parti d'Italia. In Napoli cominciò a scrivere libri di filosofia nel 1578, e quindi passato a Roma vi scrisse il Pugnaculum nel 1587; ritornato poi in Napoli vi cominciò la carriera di lettore di dritto, e in tale qualità andò successivamente a Benevento, a Roma, a Pisa, di nuovo a Roma, a Padova, a Mantova, fino alla sua morte che accadde dopo il 1628. Ma in Napoli fu lettore privato, non già pubblico come è stato detto da taluni ed anche dal Fiorentino, poichè i lettori pubblici di quell'epoca ci son noti benissimo e tra loro non figura il Marta: non ebbe quindi a scrivere il suo Pugnaculum pel pubblico studio, dove del resto mancò sempre lo spirito di collettività, e già c'erano allora in filosofia, al tempo medesimo, qual lettore ordinario Gio. Berardino Longo, Peripatetico, e qual lettore delle Domeniche Latino Tancredi, partigiano delle dottrine del Telesio come appunto il Marta ci fa sapere. — Degli amici poi del Campanella ben poco possiamo dire. Sul Gualtieri possiamo dire che egli era di Altomonte e che si fece più tardi conoscere per opere legali abbastanza pregiate, una delle quali dedicata a D. Lelio Orsini che dovrà figurare egualmente in questa narrazione[48]. Sul Brescia (non Brettio come il tipografo più volte fa dire al Berti) possiamo soltanto affermare che tale cognome si trova con estrema frequenza ne' documenti relativi a quella regione; un suo epigramma, in lode del Campanella, si legge in fronte alla Philosophia sensibus demonstrata, ed in esso si accenna anche a Mario del Tufo, presso cui dimorava il Campanella in Napoli quando l'opera si diede alle stampe. Su Muzio Campolongo abbiamo varii documenti rinvenuti nell'Archivio di Stato: uno di essi ci fa conoscere che la sua Baronia riferivasi al possesso della giurisdizione delle cause criminali e miste del piccolo paesello di Acquaformosa, in cui si contavano soli 79 fuochi per la maggior parte costituiti da Albanesi; altri documenti ci fanno conoscere che vi possedeva pure territorii feudali con bestiami, che si riteneva cittadino di Altomonte ma abitava Cosenza, e che era molto energico, anzi prepotente nel voler essere rispettato ed ubbidito a ogni modo, sicchè dovè essere un braccio forte davvero pel Campanella nelle angustie in cui il frate ebbe a ritrovarsi[49]. Quanto al medico Gio. Francesco Branca di Castrovillari il Capialbi ce ne ha già dato particolari notizie biografiche. Avrebbe avuto a quell'epoca press'a poco 32 anni, e la sua cultura è attestata dalla sua biblioteca con manoscritti proprii che finì per lasciare a' frati conventuali del suo paese; d'altronde merita una speciale menzione, perchè si trovò complicato anch'egli nella famosa congiura, e dovè salvarsi con grosso riscatto, come fu attestato dal medesimo Campanella[50]. Quanto poi al medico Plinio Rogliano di Rogiano abbiamo trovato che il nome di Plinio era veramente il suo, e non già che era chiamato da' suoi con tal nome per la sottigliezza del suo ingegno, siccome è parso al Baldacchini interpetrando meno correttamente le parole del Campanella. Aveva in quel tempo appena 24 anni, e gli fa grande onore l'affermazione del Campanella, che per la sottigliezza del suo ingegno era stimato superiore a molti; pare che possedesse terreni in Altomonte mentre aveva stanza in Rogiano[51]. Nè possiamo trattenerci dal notare che non ne' chiostri, ma fuori di questi e presso umili professionisti di piccole città, come anche presso un Barone rurale, il Campanella trovava libri e consigli; e se volessimo indagare cosa avrebbe trovato a' tempi nostri, dovremmo certamente arrossire. Veniamo al P.e Provinciale Pietro Ponzio, presso cui si cercava mettere il Campanella in mala voce. Egli era zio de' Ponzii amici di fra Tommaso, e crediamo bene che con l'opera loro fra Tommaso ne avesse acquistata la benevolenza: il P.e Fiore ci lasciò scritto che fu Provinciale di Calabria negli anni 1587 e 1588[52], ma la durata del suo ufficio si estese anche a parte del 1589 quando gli successe P.e Silvestro d'Altomonte; e vedremo che fu più tardi ucciso da alcuni frati per mandato di taluno che aspirava al Provincialato e ne temeva la concorrenza, la qual cosa fece nascere odii mortali tra i Ponzii e gl'imputati dell'omicidio, nè questi odii rimasero senza conseguenze pel Campanella che era tanto amico de' Ponzii. Non sappiamo poi chi sia stato quel superiore, il quale fece in Altomonte così aspra guerra al Campanella: potè essere appunto quel P.e Silvestro anzidetto che riuscì Provinciale, visto il continuo trovare Priori de' conventi i frati nativi del paese: ma sappiamo solo che compagno in Altomonte gli fu pure fra Gio. Battista di Pizzoni, il quale nel processo depose che là il Campanella scriveva quell'opera che poi stampò in Napoli[53]. Ma fu veramente l'invidia la cagione della guerra mossa al Campanella dal suo superiore? Fu la dottrina antiperipatetica quella che costui chiamò falsa dottrina? Come mai poterono appunto persone laiche, quali il Campolongo e i due avvocati, difendere il Campanella dall'accusa di troppo conversare con laici? Come mai sursero «tempi difficilissimi e cose d'alta importanza» che il Campanella accenna senza spiegare? Si verificò pur troppo un incidente importantissimo, che il Campanella ebbe cura di nascondere costantemente; si verificò fin dalla sua dimora in Cosenza, e per esso dovè partire da quella città d'ordine de' superiori, per esso continuò ad essere perseguitato in Altomonte, per esso, ritornato in Cosenza, si decise ad andarsene a Napoli. Di tale incidente passiamo a discorrere.
Narrò il Cyprianus, dietro una lettera diretta a Gio. Andrea Schmidt da Carlo Caffa, il quale affermava di averlo saputo da un Domenicano ottuagenario stato già condiscepolo del Campanella nel convento di Cosenza, che il Campanella nella sua gioventù era di tanto rozzo ingegno da movere a disprezzo e riso, ma che avendo conosciuto un Rabbino Ebreo, ed essendo rimasto con lui per otto giorni continui in uno studiolo, lontano dalle discipline e da' compagni, con una Cabala, per pochi e brevissimi principii, potè sorgere uomo sì grande ed ammirando[54]. Tutti hanno qui scorta una leggenda con una parte di vero ed una maggior parte di falso, riferibile allo studio delle scienze occulte iniziato dal Campanella per opera di questo Ebreo, ma possiamo dire che vi fu qualche cosa di più, o che da allora in poi si accreditò quella opinione la quale fece grande e poi misero il Campanella in mezzo a' frati ed a' laici della sua Calabria, che cioè egli conversasse con gli spiriti e che la sua scienza meravigliosa provenisse dal diavolo. Il fatto accadde non per otto giorni ma per alcuni mesi, non nella prima età ma nel periodo più inoltrato de' suoi studii, in Cosenza ed Altomonte; nè pare dubbio che sia stato il principio recondito delle sventure del Campanella, il quale non ne parlò mai, involgendo ogni cosa nel fatto delle avversioni procuratesi col combattere Aristotile. Ma ecco quanto risulta da parecchie testimonianze, alcune delle quali ben degne di fede, perocchè l'incidente venne di poi agitato con molta larghezza nel processo di eresia avuto in Napoli. — «Diece anni prima» del processo, (naturalmente in termine approssimativo), peregrinando pel mondo capitava in Cosenza un Ebreo a nome Abramo, giovane su' 30 anni, alto della persona, pienotto, di poca barba, viso pallido, occhi azzurri, in fama di conoscitore di scienze occulte, possessore di spiriti familiari, indovino del passato, del presente e del futuro, astrologo e negromante: giusta il costume antico e moderno (come si vede pur oggi per coloro i quali son creduti capaci di presagire in materia di lotto), molti in Cosenza si davano premura di stringere con lui intime relazioni e l'invitavano frequentemente a pranzo, sicchè egli viveva a spese de' suoi ammiratori de' quali aveva un gran sèguito. Venne anche nel convento di S. Domenico, vide il Campanella e si pose in relazione con lui, volendone forse far soggetto delle sue divinazioni: fra Tommaso se ne compiacque e fece amicizia con l'Ebreo, il quale gli avrebbe nientemeno profetato che un giorno sarebbe divenuto Monarca del mondo, e di ciò si parlava già pubblicamente in que' luoghi! Aggiungeremo subito che tale profezia potrebbe parere un'invenzione de' tempi del processo, per darsi una spiegazione della congiura; ma si vedrà in sèguito essere stata senza dubbio ripetuta pure qualche altra volta dal Campanella medesimo, il quale credeva di avere avuto non solamente tre ma sette pianeti ascendenti favorevoli. Oggi tutto ciò farebbe sorridere; ma bisognerebbe ignorare che l'astrologia era allora la scienza ricercata da' più forti ed audaci intelletti, e chi l'ignorasse potrebbe trovarne nel D'Ancona eruditissimi cenni, che vanno tenuti presenti per bene intendere i tempi e le cose delle quali trattiamo[55]. Il filosofo ad ogni modo si legò un po' troppo all'Ebreo, trattava con lui nella città e nel convento, insieme con altri laici ed anche da solo a solo, e tale sua condotta increbbe molto a' superiori. Fu quindi mandato in Altomonte, ma là fu pure seguito dall'Ebreo, nè si astenne dal trattare con costui per molti giorni; naturalmente ne dovè patire acerbe riprensioni e gravi accuse, e nel ritornare di poi a Cosenza, si sparse certamente la voce che, esortato dall'Ebreo, volesse deporre l'abito di religioso ed andarsene con lui a Napoli. Il Priore del convento fra Giuseppe Dattilo, avvertito di ciò da fra Domenico di Polistina Reggente, chiamò il Campanella e lo riprese; egli rispose che volea deporre l'abito perchè non avea fatto professione in età perfetta, ma poi se ne astenne, sibbene partì da Cosenza per Napoli, e rimase incerto se partisse con licenza o no; solo è certo che fu ritenuto da tutti essere partito in compagnia dell'Ebreo, aggiungendosi che costui era stato «la ruina del Campanella» e che di poi fu giustiziato, taluno diceva in Napoli come spia del Turco, qualche altro diceva in Roma come eretico[56]. Queste cose si rilevarono nel processo, e vedremo che non vi mancò nemmeno la testimonianza di fra Dionisio medesimo, niente sospetta e del tutto spontanea, atta a far intendere se non i particolari dell'incidente, per lo meno la sua gravità: poichè avendo un frate già compagno del Campanella in Cosenza (fra Vincenzo d'Amico) affermato che si era detto essere il Campanella partito di Calabria con un certo Abramo, e che egli diceva di partirsi a motivo delle persecuzioni del Provinciale M.º Pietro Ponzio, fra Dionisio, interrogato senza alcuna prevenzione, si affrettò a dichiarare, che trovandosi lui a quel tempo in Napoli nel convento di S. Caterina a Formello, suo zio, il quale era allora Provinciale di Calabria, gli scrisse che se voleva la sua benedizione ed essere tenuto per nipote, non avesse pratica col Campanella, il quale se n'era «fuggito di Calabria con un Ebreo di cattivo nome» e questa fuga avea recato grave scandalo. Non è dunque nemmeno esatto quanto il Campanella ci lasciò scritto intorno all'atteggiamento del P.e Provinciale verso di lui; e si comprende ora che si trovò davvero in tempi difficilissimi e in cose di alta importanza, sicchè dovè riuscirgli non solo utile ma estremamente necessaria la difesa, di un uomo energico qual'era il Barone di Acquaformosa coadiuvato da amici attaccatissimi quali i due avvocati, mentre la falsa dottrina non rifletteva i principii Telesiani, sibbene i principii di fede, come il conversare con laici non rifletteva laici comuni, sibbene un Ebreo il quale era per soprappiù ritenuto negromante; nè c'è bisogno di dire che a questo fatto deve riferirsi ciò che l'ignoto condiscepolo del Campanella, divenuto ottuagenario, raccontava a Carlo Caffa, naturalmente secondo le sue deboli reminiscenze e le voci che erano corse nel volgo de' frati in Cosenza. Al Berti è parso che in un brano dell'Atheismus triumphatus il Campanella avesse parlato di relazioni da lui avute con un astrologo, e bruscamente rotte, avanti che entrasse nel carcere, ma in verità, sebbene la dicitura di quel brano non sia punto chiara, è impossibile leggervi il fatto accennato dal Berti, nè poi mancano altri documenti, pe' quali riesce manifesto che il fatto esposto nell'Atheismus si verificò appunto nel carcere di Napoli, circa 15 anni dopo l'epoca della quale trattiamo[57]. Si deve pertanto conchiudere, che pure ammettendo essere state delle più semplici le relazioni del Campanella coll'Ebreo, i suoi superiori, non esclusi quelli che si ha ogni ragione di credere i meglio disposti verso di lui, le appresero malissimo, e il Campanella si trovò per esse spinto in una falsa posizione, che gli fu di gran pregiudizio pel momento e per l'avvenire; d'altra parte si deve cominciare ad intendere che per le speciali condizioni, nelle quali ebbe a trovarsi, egli non fu in grado di parlare chiaramente e manifestare tutta la verità nelle cose che riguardavano la persona sua, e però bisogna andar cauti nell'accoglierne le affermazioni. Ora vediamolo in Napoli.
II. L'epoca della venuta del Campanella a Napoli è stata dal Berti, il più preciso de' suoi biografi, riportata all'anno 1591; ma a noi sembra che debba con la maggiore probabilità riportarsi alla fine del 1589. — Cominciamo, al solito, dal vedere ciò che si legge nel Syntagma de libris propriis intorno alla sua venuta e a ciò che egli fece in questa città. Parlando della sua Filosofia vi si dice: «questo libro di polemica fu stampato in Napoli presso Orazio Salviano nell'anno del Signore 1590, nel qual tempo pure, in casa del Marchese di Lavello e col favore del figliuolo Mario del Tufo, scrissi due commentarii, uno del Senso, un altro della Investigazione delle cose, e composi molti discorsi ed orazioni, per amici che andavano a prendere la laurea. A scrivere questi libri del Senso delle cose mi spinse principalmente una disputa fatta in un pubblico Congresso, ed oltracciò Gio. Battista Della Porta, che avea scritto la Fisiognomia in cui si diceva non potersi dar ragione della simpatia ed antipatia delle cose, mentre esaminavamo insieme il suo libro già stampato..... Scrissi in sèguito un certo esordio di Nuova Metafisica, nel quale stabiliva come principii metafisici la necessità, il fato, l'armonia. Parimenti la Filosofia Pitagorica con un Carme Lucreziano, invogliato molto della lettura di Ocello Lucano e de' detti de' Platonici. Ma nell'anno del Signore 1592 me ne andai a Roma fuggendo gli emuli accusatori che dicevano: come sa di lettere costui mentre non le ha mai imparate?» Bisogna aggiungere che negli ultimi versi della prefazione alla Philosophia sensibus demonstrata, edita l'anno 1591, licenziandosi da' lettori dice: «Aspettate presto, Dio permettendo, un nostro commentario Dell'investigazione delle cose ed un altro Del senso delle cose». Al Berti è parso che il Campanella sia caduto in errore nel trattato De libris propriis, avendo detto che la sua Filosofia sia stata pubblicata l'anno 1590, e non nel 1591 come ne fa fede il frontespizio[58]: ma veramente il Campanella affermò essere stata la sua opera «stampata» nel 1590, la qual cosa non contraddice all'essere stata pubblicata nel 1591. E considerando che molto tempo s'impiegava allora per la stampa di un'opera, massime in Napoli, come pure che il Campanella ebbe a comporre ancora diverse opere nella stessa epoca; considerando d'altra parte che egli dovè partire piuttosto in fretta da Cosenza nel suo ritorno da Altomonte, come pure che dovè poi andarsene da Napoli in un periodo non inoltrato del 1591, secondochè dimostreremo con documenti; si converrà che la data da noi stabilita della sua venuta a Napoli, cioè la fine del 1589, sia la più plausibile. Se guardiamo pertanto alle informazioni che ne dà il processo del 1599, troviamo da due deposizioni accennato veramente il 1591 come l'anno in cui egli era in Napoli «in casa di Mario del Tufo»[59]: ma anche qui le deposizioni riflettono piuttosto l'ultimo periodo della dimora del Campanella in Napoli. Una deposizione poi di fra Dionisio Ponzio dice, che «la fuga» del Campanella da Calabria avvenne dopo il Capitolo celebrato in Roma, nel quale fu eletto il Generale che a quel tempo (nel 1600) presedeva all'Ordine; ora si sa che Generale a quel tempo era fra Ippolito M.a Beccarla di Mondovì e che costui fu eletto il 20 maggio del 1588, come risulta dal libro del Quétif ed Echard e meglio anche dall'iscrizione funeraria apposta alla sua tomba, ben conosciuta dagli amatori delle cose napoletane nella Chiesa di S. Domenico di Napoli[60].
Fu narrato dall'Eritreo che appena giunto il Campanella in Napoli, nel passare innanzi al monistero di S. Maria la nuova appartenente a' Francescani, veduta gran turba andare e venire e saputo che vi si faceva una disputa, essendo libero ad ognuno il prendervi parte volle provarvisi, e seppe vincere e fu portato in trionfo a casa da' frati dell'ordine suo[61]. Non abbiamo veramente alcun'altra notizia speciale intorno a questa avventura del Campanella, ma dobbiamo dire che non ne rimaniamo punto sorpresi: forse ad essa alluse egli medesimo, quando nel suo Dialogo politico contro i Luterani e Calvinisti prese le mosse da una disputa fatta sull'argomento in S. Maria la nuova di Napoli, alla quale erano intervenuti due degl'interlocutori, nè sarà sfuggito che nel brano del Syntagma riportato più sopra egli parla pure di una «disputa fatta in un pubblico Congresso», dalla quale fu spinto a scrivere sul Senso delle cose. Nel libro poi del Marta, combattuto dal Campanella, si trovano citate diverse dispute filosofiche col nome de' disputanti e le rispettive opinioni, le quali il Fiorentino ha rilevate con molta cura[62]: ma noi, nell'Archivio di Stato, abbiamo già da un pezzo trovato alcuni documenti, che dimostrano la frequenza e varietà di tali dispute, presso a poco ne' tempi de' quali trattiamo, con tutte le circostanze desiderabili. Le dispute si facevano nelle Chiese, non ne' Chiostri come ha mostrato di credere il Baldacchini, e per lo più nelle ore pomeridiane della Domenica; non ancora erasi pervenuto al punto di rendere anche materialmente la Chiesa estranea alla cultura. Annunziavano le dispute grandi manifesti o come allora si dicevano cartoni, affissi «per li luoghi pubblici et ordinarii di questa fidelissima città», sia a stampa sia manoscritti, e ce ne rimangono dell'una e dell'altra maniera, col loro dorso tuttora impiastricciato delle sostanze adoperate per farli attaccare alle mura; essi recavano, col nome di chi sosteneva la disputa, una dedica, un fervorino, l'elenco delle proposizioni o capi da disputarsi, e l'indicazione del luogo, del giorno e dell'ora. Quelli che abbiamo veduti talvolta hanno il nome di un preside, che poi certifica essere state le proposizioni sostenute «con sodisfattione et approbatione»; talvolta sono accompagnati dal certificato di un mastro d'atti, che espone le circostanze della disputa, i nomi delle persone che hanno argomentato e di quelle tra le più notevoli che sono semplicemente intervenute, inoltre l'esito finale, «che tutti hanno detto esserne state bene difese et disputate le sudette Conclusioni con darne infinite lode al detto Dottore» etc. Era un modo onorevole di farsi conoscere in qualsivoglia ramo dello scibile: difatti abbiamo cartoni di dispute in filosofia, in medicina, in materia legale, sostenute da studenti, da Dottori, Accademici Partenii, Accademici Costanti, Dottorati in Napoli che volevano essere ammessi a leggere e disputare secondo i Capitoli della Scuola di Salerno, coll'indicazione della sede della disputa, nella Chiesa del Collegio del Gesù, nella Chiesa di S. Giovanni maggiore, nella Chiesa di S. Giovanni a Carbonara[63]. E dev'essere notato che in filosofia disputavano non soltanto i frati, ma principalmente i medici, tra' quali era celebratissimo campione di dispute a quel tempo il medico Latino Tancredi di Camerota, o Latino Camerotano, che poi prestò anche i suoi consigli medici al Campanella, come vedremo a suo luogo: perocchè la facoltà di filosofia era fusa in quella di medicina, e con le letture di filosofia più basse e poi più elevate i medici cominciavano e poi chiudevano la loro carriera, così nell'insegnamento pubblico come nel privato. In verità i frati, almeno in Napoli, si sforzarono sempre di soppiantare i medici nelle letture di filosofia nel pubblico studio, ma per lunghissimo tempo non vi ebbero fortuna, malgrado il favore de' Vicerè bigotti; basta dire che scorso perfino un altro secolo, il Cappellano maggiore ancora scriveva al Vicerè doversi le letture di filosofia tenere da' medici e non da' frati, poichè gli studenti non andavano a udire i frati[64]. Bisogna quindi guardarsi pure dal credere che le controversie filosofiche si agitassero solamente tra' frati, e si può pertanto conchiudere non esser punto difficile che il Campanella, appena venuto in Napoli, si sia trovato a far parte di una disputa filosofica in una Chiesa. Ciò che ci pare piuttosto difficile si è che egli sia poi andato ad abitare il convento di S. Domenico.
Le circostanze che menarono il Campanella a Napoli, la sua così detta «fuga dal convento di Cosenza» coll'indignazione dei superiori, parrebbero un grave argomento per escludere che egli fosse andato ad abitare il convento di S. Domenico; ma per verità l'argomento non è grave, attesochè il sistema de' tempi era rappresentato da una singolare alternativa di debolezza e di violenza grandissima, ed i frati specialmente Domenicani vivevano più che in libertà, in licenza sconfinata. Invece più grave argomento è quello della difficoltà che i Domenicani calabresi avventizii incontravano ad avere una stanza ne' conventi di Napoli. Esistevano nella città non meno di 9 grandi conventi di detta Religione, quattro ordinarî e cinque riformati, ma i così detti «fuochi» di Domenicani nella città e nei borghi si elevavano a non meno di 16, con 682 «anime», la più alta cifra dopo quella de' Francescani e de' Benedettini[65]: veramente, oltre i frati del Regno e gli spagnuoli, si trovavano fra loro anche parecchi lombardi come del resto parecchi del Regno si trovavano ne' conventi di Lombardia, essendovi relazioni molto frequenti fra le due regioni dominate dalla stessa potenza spagnuola; pertanto i frati calabresi, venendo in Napoli, non potevano avere facile accesso in questi conventi, al punto che dovè più tardi pensarsi a fabbricarne uno espressamente per loro. È noto infatti che fu perciò fabbricato nel 1606 il convento di S. Maria della salute, detto poi di S. Domenico de' calabresi o di S. Domenico Soriano nella piazza fuori porta Regale (oggi piazza Dante) per opera di fra Tommaso Vesti Domenicano calabrese reduce da Algieri, co' danari ricevuti da Sara Ruffo di Misuraca sua compagna di schiavitù nello stesso posto. È verosimile dunque che il Campanella abbia dovuto fin dal suo arrivo rimanere fuori convento, e forse fin d'allora divenire ospite de' Signori del Tufo, co' quali abbiamo già notata la conoscenza probabilmente avvenuta a' tempi della sua dimora in S. Giorgio. — Non si creda pertanto che con ciò il Campanella cadesse in grave colpa, allontanandosi dall'austerità della vita religiosa e dagli obblighi della regola di S. Domenico: in Napoli, tra' Domenicani di que' tempi, non v'era nè austerità nè regola, e se mai, in conferma di quanto diciamo, non si volessero accettare i racconti e i giudizî delle cronache napoletane, si dovranno certamente accettare le relazioni e i giudizî del Nunzio Aldobrandini, che si rilevano dal suo Carteggio esistente nell'Archivio di Firenze. Egli fin da' primi mesi della sua venuta in Napoli, nel 1592, scriveva a Roma contro la vita licenziosa de' frati in generale e dimandava poteri per rimediarvi[66]; ma pe' Domenicani in ispecie non cessò mai di fare le più alte lagnanze. Si sforzò anche troppo d'introdurre la vita più austera de' Riformati in S. Domenico, ed ottenuti gli ordini del Papa, nel 1595, fece sloggiarne tutti coloro che l'abitavano ed introdurvi 60 frati Riformati presi dal convento della Sanità: ma ebbe a vedere, otto giorni dopo, i frati scacciati venire armati di pistole, coltelli e bastoni, e coll'aiuto di quelli di S. Pietro Martire prendere d'assalto il convento, scacciarne i nuovi abitatori, introdurvi munizioni per 6 mesi, fortificarsi, elevar trincee alle porte, guarnire di sassi le finestre, suonare le campane a martello, eccitando il popolo e parte della nobiltà in loro favore, destando forte commozione nel Vicerè; e durarono così tre buoni mesi in aperta ribellione, da' primi di aprile a' 22 di giugno, quando aprirono finalmente le porte vincendo la partita in barba al Nunzio ed allo stesso Papa. Il Papa concedeva che mandassero due de' loro in Roma per esporre le proprie ragioni, ma esigeva che frattanto facessero l'ubbidienza ed uscissero dal convento di S. Domenico cedendo il posto a' frati che stavano ne' conventi di S. Severo, di Gesù e Maria, di S. Caterina a formello, con l'avvertenza di farvi entrare «quelli che fossero lombardi» probabilmente credendo di disinteressare così il popolo napoletano nella quistione: ma i frati di S. Domenico non ne vollero far nulla, ed il Vicerè ebbe timore di accordare il braccio secolare per costringerli all'ubbidienza verso il Papa[67]. Abbondano poi i casi particolari di Domenicani inquisiti e processati durante tutto il periodo della Nunziatura dell'Aldobrandini, e fino al termine del suo ufficio egli se ne lagnò spesso: così scrivendo al Card.l S. Giorgio diceva, «voglio che sappia che non è Religione in questo Regno più relassata di questa, et che si sentino maggiori enormità et d'ogni sorta» (e qui registrava una lunga filza di queste enormità), come pure scrivendo al Padre Generale de' Domenicani diceva, «si sanno i molti delitti gravi che seguono nella Religione senza che pur ci si pensi»[68]. Il Campanella dunque non avrebbe nulla guadagnato se fosse rimasto tra siffatti frati: eppure ebbe poi perfino a risentire indirettamente il danno de' dissensi e de' tumulti frateschi, avvenuti quando egli era da un pezzo già partito da Napoli; poichè, come abbiamo avuta occasione di accennare più sopra, trovavasi in questa città fra Dionisio Ponzio, il quale non era uomo da stare in disparte fra quelle baruffe, e gli odii che n'ebbe a riportare ricaddero anche sull'amico suo. Venuto a stare nel convento di S. Caterina a formello, egli passò in seguito appunto a quello di S. Pietro Martire come «studente formale»: un fra Marco da Marcianise, del quale avremo ad occuparci più tardi anche troppo, ed un fra Ambrogio di Napoli, che fu poi del piccol numero di frati lettori pubblici di filosofia (1613-23) e in sèguito Vescovo di Tropea, fecero sì che gli studenti non napoletani fossero privati di voce attiva, ed ecco sdegnati questi studenti mandare un loro procuratore a Roma presso Innocenzo IX, e il procuratore prescelto fu appunto fra Dionisio, che dovè scrivere memoriali e suppliche contro fra Marco. A tempo de' tumulti poi egli trovavasi in Roma, per provocare il processo contro i frati calabresi che avevano ucciso suo zio il Provinciale Pietro Ponzio: fra Marco di Marcianise, era appunto Superiore dei frati della Sanità che si è detto sopra avere occupato il convento di S. Domenico, e fra Dionisio, prendendo le parti de' frati di S. Domenico, agì e trattò contro i Riformati e contro fra Marco[69]. È superfluo dire quanto odio ne nascesse, e fra Marco fu appunto il Commissario che istituì poi i processi in Calabria nel 1599.
Ma dunque, da principio o più tardi, il Campanella venuto in Napoli se ne andò a dimorare nella casa de' Signori del Tufo Marchesi di Lavello, e poichè essi furono lungamente protettori ed amici di fra Tommaso, al punto che taluni si trovarono poi nominati nella faccenda della congiura, ed uno ne fu carcerato contemporaneamente, un altro consecutivamente, è giusto darne notizia con qualche larghezza. Figuravano questi Signori tra le famiglie primarie nella nobiltà: vantavano la loro origine da uno de' primi Normanni venuti con Guglielmo Ferrabuc, Ercole Monoboij, che poi prese il suo cognome dalla terra del Tufo nella Provincia di Principato Ultra, avuta con altri doni in premio del suo valore; vantavano un Roberto del Tufo Signore di Montefredano presso Avellino, registrato nell'elenco de' Baroni che seguirono Goffredo di Buglione alla conquista di Terra Santa. A' tempi de' quali trattiamo, abitavano nella contrada che oggi si dice di S. M.a di Costantinopoli, nelle case appartenute già a' Castriota Scanderbeg, e poi divise fra loro e i Signori Marciani, cui faceva sèguito il palazzo del Reggente David, divenuto poi più tardi, nel 1610, la Chiesa ed il Monastero di S. Giovanniello; il palazzo de' del Tufo era quello oggi segnato col n.º 102, provisto, come gli altri contigui, di un giardino che avea per parapetto il muro della città durato fino a' giorni nostri. Quivi il Campanella trovò agio e conforto, e ben può dirsi questo il solo luogo di cui potè ricordarsi con piena soddisfazione durante tutta la sua vita. Ecco gl'individui di casa del Tufo che principalmente c'interessano per la nostra narrazione.
1.º Gio. Geronimo del Tufo, che era 2º Marchese di Lavello: già capitano di cavalli nella guerra del Tronto, poi Governatore e Commissario generale in entrambe le Calabrie, Reggente della Vicaria, Membro del supremo Consiglio Collaterale; padre di Giovanni, avuto da Isabella di Guevara sua 1.a moglie (già morto nel tempo del quale trattiamo) e di Mario, avuto da Antonia Carafa della Spina sua 2.a moglie, che sposò il 1547 e che gli diede pure molti altri figliuoli[70]. Egli rappresentava la casa al tempo in cui il Campanella venne a Napoli: ed era molto innanzi negli anni e morì nel 1591.
2.º Mario del Tufo, secondogenito di Gio. Geronimo predetto: coll'aver tolto in moglie Fulvia Persona era divenuto Barone di Matina in terra d'Otranto; più tardi comprò anche Minervino e qualche altro feudo, onde s'intitolò anche Barone di Minervino; ed ebbe dalla sua Fulvia Ascanio e diversi altri figliuoli. Egli propriamente ospitava il Campanella, come fu specificato in una deposizione che si ebbe nel processo di eresia dibattuto in Napoli, mentre nel Syntagma è accennato confusamente là dove si parla di alcune opere scritte «in casa del Marchese di Lavello, e col favore del figliuolo Mario del Tufo»[71]. Vedremo che a lui il Campanella dedicò la sua filosofia, con lui rimase sempre in corrispondenza dirigendogli pure altre opere scritte altrove più tardi, ed egli propriamente si trovò poi nominato qual complice nella congiura.
3.º Gio. Geronimo del Tufo, che fu 4º Marchese di Lavello, e Signore di Montemilone, nipote di Mario predetto, figlio di Giovanni del Tufo 3º Marchese di Lavello e di Caterina Caracciolo sorella del Duca d'Airola: costui fu Doganiere della Dogana di Puglia e poi scrivano di razione, ma molto più tardi; aveva già nel 1588 sposato Beatrice di Sangro figlia di Fabrizio Duca di Vietri[72]. Di questo Fabrizio di Sangro avremo ancora a parlare ulteriormente, giacchè egli pure fu creduto aderente alla congiura, come il Marchese Gio. Geronimo, che vedremo anche carcerato più tardi, sempre perchè amico e protettore del Campanella. E si avverta che costui propriamente era il Marchese di Lavello di cui si faceva parola a' tempi della congiura, essendo successo all'avo nel 1591, come si scorge da' Registri delle Significatorie de' Relevii, che mostrano quella a lui spedita il 18 9bre di detto anno.
4.º Francesco o Ciccio del Tufo 5º Marchese di Lavello, figlio di Gio. Geronimo: al tempo nel quale ci troviamo era giovanetto; successe al padre nel 1607, come si scorge parimenti da' Registri delle Significatorie de' Relevii, che mostrano quella a lui spedita il 28 9bre di tale anno. Avendo sposata Costanza Pappacoda figlia del Marchese di Capurso, ne ebbe Giovanni 6º Marchese di Lavello; ma la sua salute si alterò presto, e finì per essere dichiarato inabile ad amministrare, mentre la sua moglie se ne viveva ritirata nel monastero di Regina coeli «more nobilium» (14 genn.º 1629). Lo vedremo menzionato in qualcuna delle lettere e delle opere del Campanella, implicato anche in una circostanza della vita del filosofo non priva d'interesse, onde tutte le date suddette, da noi laboriosamente raccolte, non debbono punto credersi un vano lusso di erudizione.