5.º Geronimo del Tufo. Era figlio di Fabrizio del Tufo e Porzia Muscettola, e sposò Costanza del Tufo sorella di Gio. Geronimo sopranotato; non deve quindi confondersi con Gio. Geronimo. Fabrizio suo padre discendeva da Paolo secondogenito di Giovanni Signore di Lavello (non ancora era sorto il Marchesato), e tenne l'ufficio di Governatore della provincia di Bari nel 1587-88, poi della provincia di Calabria ultra con lettere patenti di Capitano a guerra nel 1595-96[73]. Vedremo Geronimo in carriera di Capitano di città precisamente nelle Calabrie, e non solo nominato, ma carcerato qual complice della congiura.

6.º Marcantonio del Tufo Vescovo di Mileto. Era figlio di Alfonso del ramo de' Baroni di Frignano maggiore, e di Aurelia del Tufo sorella di Fabrizio predetto, zio quindi di Geronimo del Tufo per parte di madre. Fu creato Vescovo di S. Marco il 5 aprile 1585, e poi passò a Mileto, in Calabria, il 21 8bre dello stesso anno: morì nel 1606. Al Campanella non dovè riuscir difficile far la conoscenza di questo Vescovo, che nella Narrazione pubblicata dal Capialbi chiamò suo «patrono». Egli era superlativamente battagliero nelle quistioni giurisdizionali, e naturalmente anche per tale motivo si trovò nominato nella congiura[74].

Questi Signori del Tufo, come generalmente tutti i Signori di un tempo, senza essere persone distinte per cultura aveano tuttavia in molto pregio i buoni studii. Nella dedica della sua Filosofia a Mario del Tufo il Campanella ci lasciò scritta questa circostanza degna di menzione, che Bernardino Telesio fu «devotissimo» di Mario e dell'inclito padre di lui; attestò inoltre l'ingegno fecondo del Marchese Gio. Geronimo nella filosofia e nella poesia. Non può quindi far meraviglia l'ottima accoglienza incontrata presso costoro dal Campanella, il quale aveva già scritto in difesa del Telesio con un ardore e una baldanza giovanile notevolissima, imprendeva allora a compiere o a comporre altre opere filosofiche, e palesava la sua dottrina già matura nelle dispute pubbliche e private. Per altro abbiamo motivo di ritenere che in casa Del Tufo egli avesse l'ufficio di precettore di qualche figliuolo di Mario, oltrechè del giovanetto Francesco futuro Marchese. Mario era già sposo da un pezzo e più volte padre in questo tempo: attendeva alla coltivazione delle difese di Montemilone e di altri territorii; si portava frequentemente fuori Napoli, anche per vegliare alla sua razza di cavalli, i quali avremo occasione di vedere che molto spesso si godeva il Gran Duca di Toscana[75]. Nel corso di questa narrazione c'imbatteremo in un caso in cui il Campanella erroneamente si dolse di «un Marchese discepolo ingrato», che fu senza dubbio Francesco del Tufo figlio di Gio. Geronimo, e tutto induce a far credere che appunto in questo tempo l'abbia avuto a discepolo.

Frattanto, per l'estesa parentela de' Del Tufo, il Campanella venne a procurarsi ben presto la conoscenza anche di altri nobili molto reputati. Abbiamo già avuta occasione di menzionare Fabrizio di Sangro Duca di Vietri: non pare dubbio che egualmente in questo tempo egli abbia conosciuto D. Lelio Orsini fratello di Ferdinando Duca di Gravina, il quale D. Lelio divenne amico e protettore del Campanella non meno de' Signori Del Tufo suoi parenti. Questa parentela era abbastanza stretta, poichè lo zio di D. Lelio a nome Flaminio Orsini, Signore di Solofra e Sorbo e Conte di Muro, avea sposato Lucrezia del Tufo, e l'altro zio a nome Ostilio Orsini, il quale fu poi Signore di Pomarico e Montescaglioso, sposò in seconde nozze Diana del Tufo, entrambe figlie di Paolo del Tufo fratello del vecchio Marchese di Lavello Gio. Geronimo, e lo stesso D. Lelio sposò Beatrice Orsini figliuola del detto zio Flaminio e Lucrezia del Tufo. Avremo campo di discorrere partitamente di ciascun di questi Signori: ma per ora interessa piuttosto di fermarci sopra un'altra conoscenza non meno importante fatta in questo tempo dal Campanella, vogliamo dire quella del celebre Gio. Battista Della Porta, che influì abbastanza sull'animo del filosofo, ispirandogli anche l'opera De Sensu rerum et Magia; nella quale occasione ci conviene dir qualche cosa egualmente del fratello di lui Gio. Vincenzo Della Porta, giacchè tutto induce a far ritenere che il Campanella abbia conosciuto anche costui, e che costui abbia avuta la sua parte d'influenza sul Campanella. Profitteremo qui di diverse notizie rilevate da qualche scrittore meno consultato ed anche da scritti rimasti finoggi inediti, massime intorno a Gio. Vincenzo, poichè intorno a Gio. Battista abbiamo oramai una monografia del prof. Fiorentino che ci dispensa dall'occuparcene a lungo[76].

Erano tre i fratelli Della Porta, di antico e distinto lignaggio e di cultura ed erudizione maravigliose, Gio. Vincenzo, Gio. Battista e Gio. Ferrante; parrebbe che un altro loro fratello a nome Francesco, primogenito, fosse morto giovanotto. Figli di Nard'Antonio, dal 1541 Regio Scrivano degli atti delle cause civili della Vicaria, creati tutt'insieme, unitamente al padre ed agli zii Francesco, Bartolomeo e Gonnisalvo, familiari e domestici del Re di Spagna nel 1548, abitavano alla piazza della Carità, in quella casa posta a sinistra della Chiesa, dove da lungo tempo oramai si vede un albergo[77]. Tutti e tre i fratelli erano amantissimi di lettere, e forse perchè Pitagorici pregiavano grandemente la musica, fino ad aver tenuto a lungo in casa loro Filippo di Monte, a que' tempi celebrato scrittore di musica; ma gli amici notavano maliziosamente che nessuno di loro avea potuto mai acquistare una buona intonazione nel canto. La loro casa fu sempre il luogo di ritrovo dei letterati napoletani e forestieri, e mano mano che ciascun fratello v'istituì qualche collezione, può dirsi che dall'intera Italia, come dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Germania, dalla Polonia, non venivano uomini culti che non si dessero premura di visitare Pozzuoli e di essere ricevuti in casa Della Porta, non solo per le collezioni che vi si ammiravano, ma principalmente per l'erudizione che vi si apprendeva; giacchè possedevano una Biblioteca molto ricca, e non per semplice lusso, non essendovi volume che non avessero percorso, ritenendone ogni parte con una prontezza che facea stordire, sicchè erano gli arbitri di ogni quistione erudita. Gio. Ferrante non visse a lungo: tra le cose curiose, che lasciò, vi fu una notevole collezione di cristalli antichi, che passò in altre mani, giacchè in fondo i Della Porta non erano molto ricchi, e nelle curiosità, ne' libri e nelle ricerche, spendevano moltissimo. Gio. Vincenzo, primo de' fratelli, additato per la sua magrezza, era scrivano di mandamento, di una integrità del tutto eccezionale a que' tempi, aborrendo da' così detti «guanti e paraguanti», parole che esprimevano in modo civile un basso profitto: infaticabile nello studio, dottissimo nelle lettere greche e latine, nella filosofia e matematica, nella botanica, alchimia e medicina, era passionato cultore in ispecie dell'antiquaria e dell'astrologia. Nell'antiquaria aveva sceltissime collezioni di marmi e di medaglie, ed a questo titolo teneva corrispondenza principalmente con Fulvio Orsini di Roma, avea continue richieste di pareri e consigli, e riceveva frequentissime visite dagli amatori, segnatamente dal Reggente Marthos di Gorostiola che se ne dilettava moltissimo. Nell'astrologia era stato discepolo di Giovanni da Bagnolo, pregiava assai Matteo de Solizio, ed era amicissimo di Gio. Paolo Vernalione che lo visitava frequentemente: la sua riputazione in tal genere di cose era colossale, molto superiore a quella del fratello Gio. Battista, avendo composte infinite natività di uomini illustri, e fatte predizioni che formavano la meraviglia universale; il Principe di Stigliano, Vincenzo Luigi Carafa, che lo stimava e lo ricercava sempre, onorandolo pure con molti donativi, conservava nella sua Biblioteca un grosso volume delle natività da lui scritte. Del rimanente era uomo modestissimo quanto religiosissimo, e motteggiava suo fratello Gio. Battista, perchè era così facile a comporre libri e a stamparli. Egli scrisse sulle antichità di Pozzuoli e vicinanze, e si vuole che di questo scritto si sia servito Scipione Mazzella nella composizione del libro suo: scrisse pure Commentarii sopra l'Almagesto e il Quadripartito di Tolomeo che non si sa qual sorte abbiano avuta, un libro De emendatione temporum che essendosi trovato conforme a quanto avea detto lo Scaligero fu da lui disfatto, un altro libro della Emendazione del Calendario che non fu finito in tempo per essere inviato a Roma e quindi fu condannato alla stessa sorte. Morì nel 1606. — È del tutto verosimile che il Campanella abbia frequentato le conversazioni di Gio. Vincenzo, non meno che quelle di Gio. Battista, e con Gio. Vincenzo siasi più direttamente inteso circa l'astrologia pratica, le predizioni, le compilazioni delle genesi e natività allora tanto ricercate, e tanto dal Campanella amate. Oramai le lettere sue scoperte dal Berti ci hanno insegnato che perfino nel carcere di Napoli, e poi in quello del S.to Officio di Roma, il Campanella siasi occupato di genesi e natività, e i documenti da noi scoperti mostreranno che ne era richiesto perfino nel periodo della sua pazzia; nè sarà mai approfondito abbastanza siffatto suo gusto, che fu tanta cagione delle sue sventure. Forse anche presso Gio. Vincenzo egli conobbe il Marthos Gorostiola, dal quale poi affermò essere stato eccitato a scrivere intorno alla Monarchia spagnuola, come pure Gio. Paolo Vernalione, col quale vedremo che conferì poco prima del tempo della congiura.

Quanto a Gio. Battista Della Porta, tutti sanno che egli si spinse assai più in alto. Studiò presso Gio. Antonio Pisano medico e filosofo riputatissimo, e gli si mostrò grato dedicando una delle sue opere al figliuolo di lui: fu ricercatore infaticabile, e all'amore per le buone lettere e per la drammaturgia unì la cultura della matematica, della fisica, dell'alchimia, di tutte le scienze naturali; fu anche vaghissimo della medicina, ed amante oltremodo della magia, dell'astrologia, delle scienze divinatorie in genere, ma combattendo la magia demoniaca e fondando la così detta da lui magia naturale[78]. Tutti sanno che per lo meno contribuì potentemente all'invenzione del cannocchiale e della camera oscura, notando anche varii fenomeni fisici di alta importanza, che investigò e raccolse da ogni lato, percorrendo anche tutta l'Italia, la Francia, la Spagna, ma sempre con una tendenza verso il maraviglioso e lo strano, che veramente fa gran torto a lui e gran pena a chi si fa a leggere i suoi numerosi libri. Eppure è indubitato che precisamente per questo richiamò sulla persona sua l'attenzione e la stima universale de' contemporanei, rimanendone pregiudicata quella de' posteri. Così il Card.l Luigi d'Este lo volle presso di sè per qualche tempo; il Gran Duca di Toscana gli mandò il suo medico Punta per averne secreti; il Duca di Mantova Vincenzo Gonzaga si trattenne un pezzo in Napoli e ne frequentò sempre la casa; infine Rodolfo II Imperatore (nel 1604) gli scrisse e gli mandò il suo cappellano Cristiano Harmio per sollecitarlo che gli spedisse qualche suo discepolo pratico dell'arte. Ed egli allora, dopo di avere pubblicate tante opere ed avendone pure altre fra mano, si decise ancora a scrivere quel libro della Taumatologia etc. rimasto incompiuto e inedito, ora esistente in Montpellier, nel quale, in grazia certamente dell'Imperatore, diè prova di una grande smania pe' segreti comunque mostruosi, mentre già da molti anni se ne era abbastanza corretto. Ci asteniamo dal parlare delle sue opere, della sua Accademia de' Segreti, della sua partecipazione all'Accademia de' Lincei di Roma. Appena menzioneremo che egli ebbe un processo di S.to Ufficio, procuratogli certamente dall'astrologia giudiziaria ed esercizio de' pronostici: un documento autentico capitato nelle nostre mani ci rivela essere state fatte per lui le «ripetizioni» de' testimoni avanti il 1580, reggendo il S.to Officio in Napoli Mons.r Carlo Baldini Arcivescovo di Sorrento, e trovandosi Maestro d'atti Francesco Joele; il processo quindi è di data diversa dalla proibizione di stampare, che gli venne inflitta nel 1592, che durò fino al 1598, ma che pure impedì consecutivamente la pubblicazione della Taumatologia e della Chiromanzia[79].

Il Campanella, giovane ed infiammato scrittore di una nuova filosofia che accennava ad essere sperimentale, oltracciò venuto da Calabria con la mente già eccitata verso la magia e le arti divinatorie, non poteva non frequentare la casa de' Della Porta e non avervi lieta accoglienza. Verosimilmente le arti divinatorie e i pronostici furono il soggetto di molte conversazioni, trovandosi il Campanella sotto l'impressione dell'altissimo pronostico fattogli dall'Ebreo; ma a noi è pervenuto solamente il ricordo della conversazione (non disputa pubblica) avuta con Gio. Battista intorno al non potersi dar ragione della simpatia ed antipatia delle cose, come Gio. Battista aveva scritto nella Fisognomia, «mentre esaminavano insieme il libro già stampato», la quale conversazione, oltre a una disputa pubblica avuta altrove precedentemente, diede occasione al Campanella di scrivere l'opera De sensu rerum; in quest'opera c'è talvolta il ricordo di qualche altro discorso passato tra lui e Gio. Battista, come p. es. a proposito delle formazioni dendritiche dell'argento[80]. Ebbe inoltre il Campanella a profittare egli pure de' consigli e de' rimedii, che Gio. Battista dispensava ed amministrava personalmente a coloro i quali andavano a consultarlo; ne diremo or ora qualche cosa. Presso i Della Porta anche dovè conoscere Giulio Cortese, Colantonio Stigliola, Gio. Paolo Vernalione. Sicuramente conobbe il Cortese in questa sua prima venuta in Napoli, poichè lo vedremo da lui posto come interlocutore nel suo Dialogo contro i Luterani che scrisse in Roma nel 1595; ma lo vedremo del pari citato insieme allo Stigliola e al Vernalione a proposito di un discorso passato tra loro intorno alla vicina fine del mondo, allorchè tornò per la prima volta in Napoli poco avanti la congiura; avremo quindi campo di parlare di tutti costoro a tempo e luogo più opportuni.

Dicemmo che il Campanella ebbe a profittare de' consigli e rimedii di Gio. Battista Della Porta. Egli medesimo infatti, nella sua opera Medicinalium, ci lasciò scritto che guarì subito da una infiammazione di occhio mediante un collirio meraviglioso che il Della Porta usava, e che gl'instillò con le sue mani in presenza di molte persone. Veramente potè forse questo accadere nella sua seconda venuta in Napoli; ma senza dubbio nella sua prima venuta gli accadde di soffrire una doppia sciatica, che lo tenne per più mesi a letto «essendo giovane di 23 anni», come ci lasciò scritto nella medesima opera; la quale notizia della sua età non deve indurre in un errore di data, riferendo la cosa all'anno 1591 anzichè all'anno 1590, perchè avremo altre volte occasione di vedere essere stato il Campanella solito di fare i suoi còmputi calcolando anche la cifra dell'anno da cui il còmputo cominciava. Egli intraprese la cura de' bagni e delle stufe di Pozzuoli e di Agnano, naturalmente nell'està del 1590, e se ne trovò bene; ma la malattia non l'abbandonò del tutto che due anni dopo, succedendole una terzana. E deve essere notata la cagione che assegnò alla comparsa della malattia, alla sua durata, al suo miglioramento: aveva fatta, egli scrisse, una lunga e forte cavalcata, beveva col ghiaccio e desinava lautamente presso un nobile uomo; cessate tutte queste comodità, dimagrato nelle successive peregrinazioni, si avviò a guarire. Da ciò si vede l'ottimo trattamento che godeva presso Mario del Tufo, e la ben diversa vita che ebbe a menare in sèguito[81]. — Ma egli pure, quantunque si riconoscesse «poco erudito ne' medicinali», curò dal letargo il P.e M.º Mattia Aquario, e tale cura deve riferirsi egualmente al tempo della sua prima venuta in Napoli. Abbiamo infatti rinvenuto nell'Arch. di Stato, che questo Mattia Aquario, Domenicano, era pubblico lettore di Metafisica, successo a Colanello Pacca il 12 marzo 1588, e morì poi nel 1592, succedendogli il 20 giugno di detto anno D. Jacobo Marotta[82]. Da ciò già si rileva che il Campanella non mancava di frequentare il convento di S. Domenico, e ne avremo ancora altre prove in sèguito. Naturalmente ebbe così occasione di conoscere il P.e Fra Serafino da Nocera (Serafino Rinaldi), il quale era allora, o fu poco dopo, Reggente lo studio de' frati di quel convento e divenne grande amico del Campanella, suo instancabile fautore negli anni delle sventure. Entrato in Religione nel 1586, già vi godeva moltissima stima, e al tempo de' tumulti de' frati di S. Domenico, benchè si fosse tenuto lontano ritirandosi fra' Certosini nel convento di S. Martino, fu ritenuto dal Nunzio qual promotore principale della ribellione; fu quindi per ordine di lui carcerato più tardi, e tenuto sotto processo per parecchi anni: ma giunto a liberarsi, divenne presto superiore di S. Domenico, in sèguito anche Provinciale, non che lettore di S. Tommaso nello studio pubblico, e infine chiuse la sua carriera coll'Episcopato. Vedremo a tempo e luogo i beneficii grandissimi e l'assistenza paterna che quest'uomo benemerito prodigò al Campanella[83].

Dobbiamo ora dir qualche cosa delle opere composte dal Campanella durante la sua permanenza in Napoli, e gioverà anzi cominciare ad occuparci del Catalogo delle sue opere: bisogna una volta sforzarsi di avere questo catalogo nelle migliori condizioni possibili, quantunque esso riesca malagevole a farsi perchè tra le sventure sofferte dall'autore diverse sue opere furono composte e ricomposte anche con diversi titoli successivamente; è indispensabile conoscere con esattezza tra quali circostanze ciascun'opera fu composta o ricomposta, mentre le fortunose circostanze della vita dell'autore doverono certamente influire di molto sopra le idee in esse sviluppate. Senza curarci delle cose minori, delle versificazioni dell'adolescenza, de' sunti delle lezioni compilati su' banchi della scuola etc. abbiamo finquì per ordine di data le opere seguenti. In primo luogo il trattato De investigatione rerum: esso fu composto certamente prima della Filosofia, come appunto si rileva dalla prefazione di quest'opera, fonte incomparabilmente preferibile a quello del Syntagma, che fu redatto quarant'anni dopo e in modo tale da dover offrire di necessità molte inesattezze; si può tutt'al più dire che in Napoli vi fu posta l'ultima mano. Con ogni probabilità il trattato fu scritto in Nicastro, dove il Campanella si emancipò totalmente dalle dottrine Aristoteliche, il 1586-87, prima dell'andata a Cosenza, dove egli rimase ben poco tempo per avere agio di scriverlo[84]. Esso costava di due libri, come risulta da varii documenti[85]; risulta poi dal Syntagma che vi si contemplavano nove generi di cose sensibili, con le quali si poteva giungere a ragionare e vi si dimostrava la definizione esser fine non principio di scienza. Vedremo più in là come e dove andò perduto insieme ad altri trattati, e dove si dovrebbe ancora trovare. Segue la Philosophia sensibus demonstrata, composta in Altomonte in 7 mesi, dal 1º gennaio all'agosto 1589, stampata in Napoli durante il 1590, pubblicata il 1591, dedicata a Mario del Tufo, il quale sostenne forse le spese della stampa, come traspare dalla dedica. I molti errori tipografici incorsi «propter absentiam auctoris» e in parte corretti nell'ultima pagina dell'opera, si spiegano con la malattia sofferta e con l'andata a Pozzuoli ed Agnano. Segue l'opera De sensitiva rerum facultate, o De sensu rerum, composta dopo la disputa pubblica e la conversazione col Porta già dette. Essa era già composta quando si stampava la prefazione della Filosofia, come si legge appunto in termine di questa prefazione; può dirsi quindi scritta nell'inverno del 1590. E fu scritta in latino, come risulta da ciò che se ne dice nell'opera stessa rifatta più tardi in italiano e successivamente tradotta, dopochè andò perduta insieme col trattato «De investigatione» e con altre opere[86]. Verosimilmente ebbe dapprima per titolo «De sensitiva rerum facultate», e così la troveremo difatti ancora nominata in un documento del tempo in cui l'autore passò a Firenze; ma ben presto egli dovè nella sua mente sostituirgli il titolo «De sensu rerum» che adottò in sèguito, e così difatti si trova già annunziata nella prefazione della Filosofia. Vedremo come e dove l'autore l'abbia rifatta, e metteremo in vista parecchie cose appartenenti agli anni posteriori a quelli de' quali ci stiamo occupando: ma si sa che il Campanella aveva una memoria tale, da essere in grado di tornare a scrivere un'opera perduta, anche dopo varii anni, pressochè con le medesime parole con le quali l'aveva dapprima scritta; c'imbatteremo poi in qualche esempio notevole del suo sistema di serbare fedelmente le cose come già stavano quando ebbe a rivedere e compiere qualche sua opera, e generalmente anche quando ebbe a tradurla dall'italiano in latino per darla alle stampe. Non dubitiamo quindi di affermare che questa prima composizione dell'opera De sensu rerum sia stata essenzialmente quella medesima che oggi possediamo ricomposta. E dobbiamo notare che l'influenza del Della Porta riesce evidente in essa anche così ricomposta come ci è pervenuta, vedendovisi abbondare lo strano e il maraviglioso ad esuberanza; ma pure, in ispecie nel 4º libro che rappresenta la Magia, dove naturalmente il nome del Della Porta figura più volte, il Campanella comincia col fargli l'appunto che ha trattato quella scienza «solo historicamente senza rendere causa», e soggiunge che «lo studio d'Imperato può esser base in parte di retrovarla»[87]. D'onde si vede che egli voleva la Magìa fondata sulle nozioni positive della storia naturale, e dava la più grande importanza al celebre Museo, che Ferrante Imperato teneva in sua casa, presso l'attuale palazzo delle Poste già de' Duchi di Gravina, e che egli avea dovuto visitare come del resto lo visitavano tutte le persone non ignoranti che venivano a Napoli. Succede all'opera De sensu rerum il Carme Lucreziano De Philosophia Pithagoreorum, ispiratogli dalla lettura di Ocello Lucano e de' detti di Platone: intorno ad esso sappiamo che non era di poco rilievo, poichè costava di tre libri; così difatti trovasi registrato ne' documenti sopra citati, vale a dire negli elenchi delle opere del Campanella da lui medesimo formati ed annessi ad alcune sue lettere e ad un memoriale al Papa. Viene infine l'Esordio di una Nuova Metafisica co' tre principii della necessità, fato ed armonia, che riteniamo avere avuto propriamente per titolo De rerum universitate; giacchè di un'opera appunto con questo titolo vedremo fatta menzione nel documento già citato del tempo in cui il Campanella passò a Firenze[88], e poi ancora in tutti gli altri elenchi delle sue opere che diè fuori durante la sua prigionia di Napoli, senza che nel Syntagma apparisca mai. L'opera in Napoli fu solamente iniziata, e però ci è sembrato doverla porre in ultimo luogo; vedremo che nel tempo dell'andata a Firenze (1592) trovavasi tuttora incompiuta, ed era stimata l'opera maggiore che egli avesse tra mano; negli elenchi sopra mentovati dicesi composta di due libri, la qual cosa non implicherebbe che fosse stata condotta a termine. Ben si vede che il Campanella in Napoli spese gran parte del suo tempo nel comporre opere; e vogliamo tener conto anche della notizia dataci dal Syntagma, che compose «molti discorsi ed orazioni per amici che andavano a prendere la laurea», solo per dire che realmente dal «Liber juramentorum» rimastoci nell'Arch. di Stato si rileva essersi dalla fine del 1589 al principio del 1591 laureati parecchi amici suoi ed anche un suo parente. Si laurearono Fulvio Vua de Marulla, Paolo Campanella, Gio. Paolo Carnevale, tutti di Stilo, e Ferrante Ponzio di Nicastro, leggisti: per alcuni di costoro, fra gli altri, il Campanella verosimilmente prestò l'opera sua, e pur troppo vedremo tutti costoro figurare più o meno nel processo della congiura, insieme con taluni altri come Giulio Contestabile e Tiberio Carnevale, che dalle «Matricole» si rileva essersi trovati del pari in Napoli studenti[89].

Ci rimane a dire di un ultimo incidente avvenuto al Campanella in Napoli, del tutto ignorato finora e frattanto importantissimo, vale a dire un processo non lieve d'Inquisizione, che lo strappò a' suoi ospiti ed a' suoi amici, e lo fece andare suo malgrado a Roma.