Egli frequentava il convento di S. Domenico, dove trovavasi allora lo studio pubblico ed inoltre una biblioteca molto accreditata. Nello studio i frati non avevano alcuna ingerenza: essi davano in fitto o come allora dicevasi «in alloghiero», ricevendone 50 ducati l'anno, tre sale a pian terreno su' due lati del cortile che serve di atrio alla Chiesa, ancor'oggi visibili ma convertite in Oratorii, eccetto l'ultima nella quale aveva già insegnato S. Tommaso: e sappiamo dal Lasena (Dell'antico Ginnasio napoletano, Rom. 1641 pag. 3), che delle due poste di rimpetto alla porta della Chiesa, la prima era addetta alle letture del dritto canonico, e poi lo fu anche a quelle del greco, la seconda era addetta alle letture del dritto civile, l'ultima posta in fondo del cortile era addetta alle letture della filosofia e medicina, e però dicevasi la sala degli Artisti (artium et medicinae doctorum). A questo si limitava il «generale studio di Napoli», là trasportato dall'antico posto delle scuole detto originariamente «lo scogliuso» divenuto poi il monastero di Donna Romita presso la Chiesa di S. Andrea: dell'antico posto si mantenea veramente sempre vivo il ricordo con una processione nella vigilia del Santo, prescritta puntualmente ogni anno per un editto del Cappellano maggiore, che ordinava e comandava «alli magnifici lettori et studenti di l'una et l'altra professione secondo l'antiqua et laudabile consuetudine di congregarsi in li studii di sandomenico, et dallà partirne con devotione et silentio processionalmente, con intorcie et candele in mano, et recto tramite visitare la detta ecclesia de Santo Andrea et pregare Iddio per la salute et felice stato di sua Santità come di S. M. Cattolica et extirpatione d'heretici». Alla quale consuetudine, nella stessa circostanza, più anticamente aggiungevasi l'altra dell'uccisione di un maiale per darne un pezzo a ciascuno delli magnifici lettori! Il Campanella, autore di un libro di filosofia, dovè con ogni probabilità tenersi in relazione con la maggior parte de' lettori segnatamente di filosofia, che appunto nell'anno 1590-91 erano: 1.º il medico Gio. Berardino Longo per la lettura della mattina, con d.ti 300 l'anno oltre gli straordinarii; 2.º il medico Gio. Geronimo Provenzale, che fu poi Vescovo ed Archiatro di Clemente VIII (giacchè Napoli ed anche le Provincie napoletane fornivano allora molto spesso gli Archiatri Pontificii) per la lettura della sera con d.ti 80 l'anno; 3.º il medico Francesco Ant.º Vivolo per le posteriora et topica con d.ti 60, successo al Sarnese parimente medico e maestro di Giordano Bruno[90]; 4.º il P.e fra Mattia Aquario per la metafisica con d.ti 80, successo da poco tempo al medico Colanello Pacca. Abbiamo veduto che il Campanella curò questo P.e Aquario, sicchè almeno con costui ebbe certamente stretta relazione; d'altronde doveva invogliarlo a mostrarsi nello studio la presenza in esso de' parecchi amici suoi di Stilo, che abbiamo avuto più sopra occasione di nominare. Ma indubitatamente, essendo occupato a comporre le sue diverse opere, egli ebbe a frequentare la Biblioteca di S. Domenico, e tutto mena a far ritenere essergli là precisamente toccata quell'avventura che andiamo a narrare. La Biblioteca trovavasi nel corridoio che guarda il gran chiostro, presso la cella abitata già da S. Tommaso d'Aquino, dove in questo momento risiede l'Accademia Pontaniana: vi si accedeva non solo dal lato del cortile in cui era posto lo studio, ma anche da un ingresso più diretto aperto verso la via di S. Sebastiano, presso il locale che ancor'oggi è adibito ad uso di Farmacia. Entrando da questa parte e percorrendo il lato settentrionale del gran chiostro, si passava sulle antiche carceri del S.to Officio, carceri del tempo in cui attendevano al S.to Officio i frati di S. Domenico con un Inquisitore speciale del loro Ordine: se ne veggono ancora a fior di terra le piccole finestre, ed esse servivano di argomento a' sostenitori di un tribunale speciale di S.to Officio diverso da' tribunali Diocesani, quando la città di Napoli affermava di non averlo mai avuto. In quel gran chiostro, se deve credersi al Poggio Bracciolini seguìto dal Gravina e dal Paramo, nel 1447 il celebre Lorenzo Valla, condannato a morte dal S.to Officio e poi risparmiato nella vita, dovè fare una pubblica abiura e soffrire niente meno che la frusta. Giungendo alla Biblioteca, nel piccolo vestibolo innanzi alla porta di essa vedevasi e vedesi ancor'oggi sul muro di destra una lapide, che reca tutto un Breve di Pio V, nel quale è decretata la scomunica maggiore a coloro i quali senza licenza del Papa o almeno del P.e M.º Generale tolgano ed estraggano libri «dalla Libraria seu Biblioteca»[91]. È probabilissimo che appunto in quel posto, nell'attendere l'ora dell'apertura della Biblioteca, leggendosi quel Breve e rilevandosi la pena della scomunica, con quel suo modo burlesco che vedremo ancora da lui usato altre volte, il Campanella abbia detto, «com'è questa scomunica? si mangia?» Certo è che queste parole furono da lui profferite «parlando di extrahere libri dalla libraria di S. Domenico sotto pena di scomunica», e nei giorni seguenti «in S. Domenico fu preso carcerato e condotto nelle carceri di Mons.r Nunzio». Nel processo di eresia che fu più tardi dibattuto in Napoli, pe' fatti del 1599, tutto ciò venne deposto da un fra Francesco Merlino, il quale avea conosciuto il Campanella fin dal primo anno che entrò nel sodalizio di S. Domenico in Placanica, era suo familiare, e nel tempo al quale siamo pervenuti trovavasi studente in S. Domenico. Egli, parlando nel 1600, disse che ciò accadde «nove anni prima», vale a dire nel 1591, quando il Campanella «era a Napoli in casa di Mario del Tufo»; la stessa data trovasi poi registrata dal Card.l di S.ta Severina in una sua lettera, nella quale rammenta le risultanze del processo che ne seguì, cioè la condanna avuta dal Campanella in Roma. Soggiunse fra Francesco che si disse la carcerazione essere avvenuta perchè il Campanella «avea spiriti sopra», ma poi si trovò che era stato carcerato per quelle parole profferite intorno alla scomunica nelle circostanze suddette; ed interrogato affermò di avere udito che il Campanella aveva avuto pratica con un certo Abramo, e che molti volevano che quanto sapeva lo sapeva non per suo studio ma per arte diabolica, io però, egli disse, «non credo questo, perchè ho conosciuto che ha bello ingegno ed ha studiato assai». Abbiamo voluto specificatamente riportare tutte queste circostanze, per mostrare che il fatto non venne deposto da qualcuno poco bene affetto verso il Campanella.

Vi fu dunque un processo, primo per tempo, motivato dall'avere emesso proposizioni ereticali in dispregio della scomunica e dal possedere spiriti familiari: la prima accusa, molto grave, fu sempre taciuta dal Campanella; invece la seconda, piuttosto ridevole ma non già a que' tempi, fu da lui ricordata in parecchie occasioni, e una volta anche con la circostanza che per essa venne «citatus in judicium»[92]. Questa circostanza della chiamata in giudizio è rimasta poco avvertita da' suoi biografi, i quali hanno ritenuto che l'accusa, limitata al possedere spiriti, fosse rimasta vaga, non propriamente articolata con un processo in piena regola. Del resto il Campanella medesimo ricinse di nubi questo suo processo e ne fece perdere le tracce: basta infatti ricordare le parole del Syntagma, «Nell'anno 1592 (e qui o la memoria non l'assiste bene, o più veramente egli ebbe premura di saltare sull'infausto 1591) me n'andai a Roma fuggendo gli emuli accusatori che dicevano, come sa di lettere costui mentre non le ha mai imparate?» Vedremo che pure in sèguito, perfino co' suoi amici intimi, quando veniva interrogato su' travagli patiti dal S.to Officio, egli avea cura di confondere questo processo con un altro fattogli più tardi e finito con un'assolutoria, negando addirittura di avere avuta una condanna, mentre si sapeva che era stato condannato una volta all'abiura. — Un denso velo fu sempre disteso su questo processo. Alla carcerazione avvenuta entro il convento di S. Domenico deve riferirsi senza dubbio ciò che scrisse l'Agente di Toscana in Napoli Giulio Battaglino in quella lettera del 1599 trovata e pubblicata da Francesco Palermo, là dove lo disse «ricoverato da una furia di birri, eccitatili contra per conto che avea scritto in difesa del Tilesio»[93]; e vedremo più in là un'altra lettera dello stesso Battaglino da noi trovata, più vicina al tempo di cui qui trattiamo, dove lo disse chiaramente carcerato per causa di religione, menzionando la sola accusa «facilmente superata» dell'avere spiriti familiari, e mostrandosi male informato dello svolgimento vero del processo[94]. La qual cosa non deve far maraviglia. Secondo lo stile de' processi ecclesiastici in materia di fede, guardavasi il più rigoroso silenzio su tutto, ed anche a ciascun testimone era ingiunto il silenzio su quanto avea deposto, sebbene poi il testimone non sempre badasse a mantenerlo: d'altra parte la semplice carcerazione per causa di fede rendeva il carcerato notatus infamia, e però gli amici suoi aveano premura di attenuare o di nascondere il vero. Ma nel convento di S. Domenico, se dapprima si parlò dell'accusa di «avere spiriti sopra», ciò che mostra tale opinione molto diffusa, più tardi, verosimilmente per le rivelazioni di qualche testimone chiamato a deporre, si giunse a conoscere un po' meglio ogni cosa e si ebbe cura di tenerla celata. Forse fra Serafino da Nocera cominciò dal rendere questo primo servigio al Campanella; forse anche il Battaglino medesimo, in tale circostanza, volle esser pietoso verso il povero filosofo.

Nulla possiamo dire de' particolari di questo processo. Anche pel fatto dell'avere spiriti, si deve ritenere fino a un certo punto ciò che il Campanella scrisse poi allo Scioppio, che cioè si era discolpato rispondendo aver lui consumato olio più che gli accusatori vino etc. etc.; potè questa essere la sostanza, non la forma della sua risposta. Ma se non conosciamo i particolari del processo, ne conosciamo tuttavia la specie, la sede ed anche l'esito, le imputazioni fatte, il tribunale che giudicò, la condanna che ne seguì; e ciò può bastare alla nostra narrazione. Gioverà intanto dir qualche cosa del tribunale, della Corte, delle carceri del Nunzio, della maniera di condurvi i processi e di trattare i carcerati, secondo le notizie raccolte da qualche processo che abbiamo potuto vedere, e specialmente dal Carteggio del Nunzio Aldobrandini, che abbiamo avuto cura di percorrere in tutti i suoi molti volumi esistenti nell'Arch. di Firenze. Queste notizie serviranno a chiarire le cose del Campanella tanto nel processo attuale quanto ne' processi posteriori, e non poche circostanze di diversi travagli da lui patiti; nè si credano un lusso di erudizione, mentre invece il non averle rilevate ha fatto cadere i biografi del Campanella in diverse e non lievi inesattezze. Alla giurisdizione propriamente del Nunzio appartenevano i processi di qualche importanza contro i frati; ma in materia di fede non mancavano di occuparsene ancora, quando glie ne capitava l'occasione, da una parte il Vicario Arcivescovile che menava innanzi il servizio del tribunale Diocesano, e d'altra parte il Commissario della S.ta Inquisizione universale, che Roma non cessò mai di tenere in Napoli malgrado l'opposizione vivissima più volte manifestata dalla città, e che in quel tempo era Monsignor Carlo Baldini di Nocera, Arcivescovo di Sorrento ed insieme, dal 1567 in poi, lettore di jus canonico nel pubblico studio. Appartenevano egualmente alla giurisdizione del Nunzio e davano moltissimo da fare, oltre le materie di fede, anche i costumi, e non solo quelli de' frati ma altresì quelli de' numerosi Cavalieri Gerosolimitani che si chiamavano parimente frati; poco di poi, per uno speciale ordine del Papa, furono assegnate al Nunzio anche le cause de' clerici in relazioni co' fuorusciti, de' clerici, come oggi si direbbe, manutengoli de' briganti, e che allora si dicevano clerici in «negoziazioni illecite»; a tutto ciò si aggiungevano le non poche cause relative all'esazione de' parecchi redditi spettanti alla Camera Apostolica, essendo il Nunzio anche Collettore degli spogli de' Vescovi, preti e clerici beneficiati, che venivano a morire. Non mancavano poi, di tempo in tempo, cause di ogni genere concernenti clerici di ogni maniera, regolari e secolari, che il Papa per ragioni speciali commetteva al Nunzio. La sua Corte si componeva di un Auditore, di un Avvocato fiscale, di un Fiscale, di un Mastro d'atti, con 4 altri Notari o Scrivani a costui sottoposti oltre parecchi Cursori, e finalmente di un computista: aveva quindi un tribunale completo secondo l'usanza di quell'età, e i membri di esso dipendevano tutti dall'autorità del Card.l Camerlengo, eccetto l'Auditore, che al pari del Segretario della Nunziatura era persona di fiducia del Nunzio; la misura del lavoro di questo tribunale può valutarsi dal fatto, che in quel tempo la sua Mastrodattia, la quale assegnavasi al maggiore offerente, rendeva tanto da poter dare, oltre il mantenimento proprio e de' 4 Notari, un'entrata alla Camera Apostolica di duc.ti 600 l'anno, ben presto elevati a duc.ti 700 senza peso di cambio, pur non essendovi tasse stabilite ma «certe usanze»[95]. Aveva inoltre il Nunzio una «famiglia armata», vale a dire alcuni birri in abito di clerici, con ferraiolo nero sulle spalle e armati di un piccolo schioppo, onde il popolino, come abbiamo rilevato da qualche processo venutoci tra mano, soleva chiamarli «le scoppettelle del Nunzio», chiamando anche le scoppettelle del Vicario i birri della Corte Arcivescovile. Le carceri stavano a pian terreno del palazzo del Nunzio, che a' tempi de' quali trattiamo era quello medesimo destinato a tale uso fino a' giorni nostri presso la piazza della Carità, comprato nel 1585 da Mons.r Rosino Vescovo d'Amalfi sotto il Pontificato di Sisto V, di poi restaurato ed ampliato col danaro proveniente da quella parte della gabella del grano a rotolo, che si pagava in duc.ti 4,000 alla Curia, come restituzione di ciò che indebitamente si contribuiva da' clerici, godendo costoro l'esenzione da ogni tassa. Aggiungiamo che queste carceri non potevano contenere più di 15 persone, ed erano anche mal sicure; laonde molto spesso il Nunzio era obbligato a chiedere al Vicerè, che volesse far tenere carcerati «in nome del Nunzio di S. S.» gl'imputati di maggior polso, ed erano ordinariamente prescelte in tale circostanza le carceri del Castel nuovo, come si rileva diverse volte dal Carteggio del Nunzio Aldobrandini[96]. Aggiungiamo che il carceriere di que' tempi era un laico coniugato a nome Tommaso Manat, mentre in qualche altro processo, posteriore di diversi anni, abbiamo trovato per guardiano delle carceri del Nunzio un frate Domenicano. Nelle dette carceri dunque, una parte delle quali avea piccole finestre aperte nel vicolo pur oggi denominato del Nunzio, mentre un'altra parte dicevasi «segreta» e non avea finestre, dovè essere rinchiuso il Campanella, e il suo carceriere dovè essere appunto Tommaso Manat: il Nunzio poi, al cospetto del quale dovè comparire, fu Mons.r Germanico Malaspina Vescovo di Sansevero, entrato in ufficio appunto il 17 maggio 1591, cui successe Mons.r Astorgio Sampietro il 22 febbraio 1592, e poco dopo l'Aldobrandini, l'8 aprile 1592, onde nel Carteggio di costui, che conservasi in Firenze, non c'è notizia di questa prima sventura del Campanella. — Come da tutti i tribunali ecclesiastici, così anche dal tribunale del Nunzio dovea mandarsi a Roma una copia del processo, mano mano che se ne compivano le diverse parti: e in materia di fede, per poco che la causa avesse qualche importanza, la Sacra Congregazione Cardinalizia del S.to Officio in Roma se ne ingeriva minutamente; faceva compilare dal proprio Fiscale il Sommario del processo e poi gli Articoli o capi di accusa su' quali si dovea procedere agli esami ripetitivi de' testimoni, intimava nuove diligenze e nuovi esami informativi, da ultimo, con o senza un voto spedito dal tribunale a richiesta di essa, statuiva sotto il nome del Papa le sentenze da pronunziarsi. Così nella conclusione della causa il tribunale locale era quasi una comparsa, e nel pronunziare la sentenza dichiarava di farlo «visti e considerati i meriti della causa ed in vigore delle lettere venute da Roma» sotto la tale data. Ma spessissimo pure la Sacra Congregazione richiamava a sè la causa, ed allora, compiuta la prima parte del processo, il prigioniero era inviato alle carceri del S.to Officio di Roma, dopo che n'era stato già inviato il processo: del resto anche la Nunziatura con lo stesso metodo si sbrigava volentieri de' suoi prigioni, per evitare l'ingombro delle carceri insufficienti al bisogno. Una feluca privata soleva fare questo commercio di trasporto mediante un compenso di sei scudi per capo, ma quando c'erano prigioni di polso da dover mandare, vi s'impiegava una così detta fregata armata col compenso di scudi dieci per capo: ed a quel tempo il padrone della feluca, la quale conoscevasi anche col nome di barca del S.to Officio, era un Vincenzo Sguella ossia Sgueglia, essendo venuto più tardi in campo quel Geronimo della Briola ossia de Labriola, che Francesco Palermo ci fece conoscere con un documento da lui pubblicato[97]. Si trovano con molta frequenza per ciascun anno gli esempî di siffatti invii, sì da parte del Nunzio come da parte del Vicario Arcivescovile e di Mons.r Baldini, e può ritenersi per certo che pel Campanella le cose non andarono diversamente. Formato il processo e mandatolo a Roma, egli dovè essere consegnato in catene a Vincenzo Sgueglia sulla feluca del S.to Officio, ed in tale condizione ben trista dovè fare il suo viaggio all'alma città. Ad ogni modo non vi andò di certo spontaneamente, fuggendo gli emuli accusatori, come nel Syntagma fu scritto.

III. Le vicende del Campanella in questa sua prima andata a Roma non ci son note ne' loro particolari; ma possiamo dire con certezza che il suo processo si chiuse con una condanna all'abiura de vehementi (int. de vehementi haeresis suspicione), che ciò accadde nel 1591, e che dopo di essere rimasto quasi un altro anno in Roma, verosimilmente con la relegazione in uno de' conventi del suo Ordine secondo la giurisprudenza del tempo, egli finì per andarsene in Toscana. Possiamo aggiungere che dovè essere giudicato trovandosi Commissario generale del S.to Officio fra Vincenzo da Montesanto, Piceno, al quale, fatto poi Vescovo aprutino di Teramo nel 23 ottobre 1592, successe fra Alberto Tragagliolo da Firenzuola che ci darà molto da dire più tardi. Non potremmo affermare che in questo primo processo il Campanella abbia avuto il tormento, come era solito a verificarsi quando si finiva coll'abiura de vehementi: egli non ne fece mai parola, ma veramente non fece mai parola chiara ed aperta del processo medesimo, appunto perchè finito così male; una volta sola non potè non ricordare la sua posizione passata di veementemente sospetto senza dir altro, e vedremo che l'essere stato «sette volte tormentato», giusta le sue ripetute affermazioni, deve riferirsi interamente al processo ultimo fattogli in Napoli. È certissimo intanto che quella condanna gli sia stata inflitta, e non è arrischiato il ritenere che gli sia stata inflitta per le proposizioni ereticali in dispregio della scomunica: lo attestano da un lato due lettere del Nunzio esistenti nel suo Carteggio, da un altro lato la lettera del Card.l di S.ta Severina sopra menzionata[98]. In una delle due lettere del Nunzio diretta al Card.l di S.ta Severina si legge, «scuopro che altra volta quel fra Tommaso è stato fatto costà abiurare»; nell'altra diretta al Card.l S. Giorgio si legge, «per haver abiurato altra volta com'egli stesso dice, vorrà forse in questo dar che fare di nuovo»: nella lettera poi del Card.l di S.ta Severina, diretta appunto a fra Alberto Tragagliolo da Firenzuola, fatto Vescovo di Termoli e deputato giudice del Campanella in Napoli unitamente con altri, si legge, «essendo V. Sig.ria molto ben pratica delle cose del Santo Officio, et anco informato delle altre cause conosciute in questa Santa Inquisitione contra il Campanella, ove abiurò come sospetto vehementemente di heresia l'anno 1591, non le dirò altro»; le quali parole, provenienti da chi teneva a que' tempi il suggello delle cose dell'Inquisizione, affermano esplicitamente il fatto e la data di esso. Queste testimonianze ci dispensano dal recarne altre minori, le quali risulterebbero da deposizioni d'individui esaminati nel processo di Napoli del 1599 (p. es. una deposizione di fra Dionisio Ponzio), tanto maggiormente che esse sono appena l'eco di voci più o meno fondate e non recano una precisa determinazione di data: menzioneremo solo la testimonianza del Campanella medesimo, il quale, nella Difesa che ebbe a scrivere in tale occasione, disse che di eresia «non fu mai confesso o convinto, comunque sia stato veementemente sospetto»[99]. Tale fu l'esito ben grave del primo processo fatto al Campanella, processo che, ripetiamo, è rimasto finora sconosciuto a' suoi biografi. Il Berti è giunto fino a dire, che essendosi portato in Roma «non fu allora chiamato davanti al S.to Uffizio e questo non tenne conto delle accuse che erano state mosse contro di lui da Napoli»[100]; ma la cosa andò in modo affatto diverso, e la posizione del Campanella a fronte del S.to Officio rimase grandemente pregiudicata.

Nulla sappiamo intorno al luogo in cui il Campanella ebbe a prendere stanza in Roma, dopo di essere uscito dal carcere. Il Berti afferma che alloggiò nel convento di S.ta Sabina, e la cosa è probabile: afferma inoltre che scrisse e presentò il suo scritto a' Commissarii del S.to Officio, esponendo una riforma universale ne' costumi e nelle abitudini del clero sul migliore andamento della Chiesa; ma temiamo che possa esservi qui una confusione di due tempi diversi. Bisogna considerare che egli aveva pur allora abiurato, e in tale condizione il voler discorrere di riforme necessarie alle persone ecclesiastiche sarebbe stata un'esorbitanza; d'altronde il S.to Officio allora appunto, nel 1592, esaminava e poi faceva mettere all'indice, al 1º indice emanato sotto gli auspicii di Clemente VIII, tre libri del Telesio, e il Campanella, Telesiano conosciuto, aveva ancora qualche cosa a temere da questo lato[101]. Ma certamente egli scrisse alcune opere, benchè nel Syntagma non si trovi alcuna notizia di opere composte in tal tempo, ed invece si trovi immediatamente registrata la partenza di lui per la Toscana. Come vedremo tra poco, tutto induce a far ritenere che egli abbia potuto partire per la Toscana soltanto verso la fine dell'està del 1592, naturalmente dopo che ottenne di essere sciolto dall'obbligo della permanenza nel convento assegnatogli: così, avendo dimorato in questo convento press'a poco un anno, riuscirebbe impossibile ammettere che non vi abbia scritto nulla, mentre è notissimo che egli non sapeva rimanere inoperoso. E poichè in un documento riferibile al tempo del suo arrivo in Firenze (la lettera di Baccio Valori del 15 8bre 1592 pubblicata dal D'Ancona) troviamo fatta menzione di alcune opere le quali certamente sappiamo non essere state composte in Napoli, bisogna di necessità ammettere ch'esse siano state composte in Roma. Ecco dunque il sèguito del Catalogo delle opere del Campanella già iniziato precedentemente (ved. pag. 39-40). Durante la prima permanenza in Roma, vale a dire dalla fine del 1591 a buona parte del 1592, si ebbero; Un Carme Della filosofia di Empedocle; un trattato De insomniis, l'unico di questo gruppo che il Campanella abbia registrato negli elenchi delle opere proprie più volte citati, dicendolo costituito da un sol libro; un trattato De sphera Aristarchi; il sèguito dell'opera De rerum universitate, ma non al di là de' due primi libri; inoltre un primo libro di Phisiologia. Quest'opera col titolo di «Fisiologia» non si rinviene citata tra quelle delle quali parlò Baccio Valori, sibbene insieme con quelle delle quali nel Syntagma si vede deplorata la perdita avvenuta in Bologna, poco dopo l'escursione fatta a Firenze; è dichiarata «un libro compiuto..... con dispute contro tutte le sètte, al quale doveano seguire 19 altri libri già meditati», onde non pare che possa dirsi sicuramente l'opera medesima «De rerum universitate» con altro titolo, e la composizione di essa deve sempre riferirsi al tempo della permanenza in Roma[102].

Aggiungiamo che durante questa permanenza in Roma, il Campanella dovè anche stringersi in intima relazione con D. Lelio Orsini, il quale ritiratosi allora appunto in Roma ospitava in sua casa il filosofo Telesiano Abate Antonio Persio. Il Campanella medesimo ci ricordò questa circostanza, facendoci trovare registrato nel Syntagma che quando fu a Padova, mandò un libro ad Antonio Persio abitante in Roma presso Lelio Orsini; e non è dubbio che nel 1592 D. Lelio si sia già trovato in Roma, bastando citare una lettera a lui diretta dal Nunzio Aldobrandini, in data del 1º maggio 1592 da Napoli, la quale fa parte del Carteggio di esso Nunzio esistente in Firenze. Abbiamo già avuta occasione di nominare questo D. Lelio, parente de' Signori del Tufo, ed abbiamo detto che egli divenne non meno de' Signori Del Tufo amico e patrono del Campanella. Infatti da una parte D. Lelio spinse talora il filosofo a scrivere, fornendogli qualche argomento, d'altra parte lo protesse ne' suoi travagli patiti in Roma e vi ebbe continua corrispondenza, come risultò dalle deposizioni di più testimoni che furono poi esaminati nel processo del 1599, tanto che vedremo pure D. Lelio largamente nominato tra coloro i quali avrebbero aiutata l'insurrezione di Calabria disegnata dal Campanella. Sicuramente egli ebbe cura del Campanella ne' travagli di questo primo processo: forse per opera di lui fra Tommaso ottenne di poter partire da Roma ed andare a Firenze, dove già erano state avviate pratiche per fargli avere una cattedra di filosofia in Pisa; così ci pare giunto il tempo di dare notizie più minute intorno a questo D. Lelio spesso citato dal Campanella, e nell'opera De sensu rerum citato due volte[103]. — Discendeva D. Lelio dalla nobilissima casa Orsini di Roma, ma apparteneva al ramo de' Duchi di Gravina trapiantato nel Regno. Era secondogenito di Antonio Orsini, Duca di Gravina, e di Felicia Sanseverino, sorella del Principe di Bisignano Nicola Berardino Sanseverino: non ebbe titoli, e neanche feudi per lunghissimo tempo; nè ebbe figliuoli con la sua Signora Beatrice. Risedeva, naturalmente, nel Regno, e molti documenti dell'Archivio di Napoli, come anche di quelli di Firenze e di Urbino, ce lo mostrano talora in Gravina, più spesso in Barletta, da ultimo in Basilicata, ordinariamente per affari relativi ad industrie agricole; in Basilicata ebbe interessi, dopochè la sua sorella Maria, sposa a D. Giovanni D'Avalos, nel 1596 lo fece erede degli erbaggi di Pomarico e Montescaglioso, terre appartenute temporaneamente allo zio Ostilio, e così, molto tardi, fu detto Barone di Pomarico e Montescaglioso. In qualche documento più antico trovasi dichiarato «clerico e cameriere segreto di S. S.», in qualche altro «Domicello Romano»; ma non manca nemmeno qualche documento in cui è dichiarato «cittadino napoletano nato in Napoli»; quivi si conciliò molta stima qual cavaliere savio e facoltoso, e fu anche Eletto del Seggio di Nido. Era molto attaccato al suo zio Principe di Bisignano, che dovrà figurare egualmente in questa nostra narrazione: vedremo che con ogni probabilità, durante le traversìe del Principe strettamente carcerato allora nel Castello di Gaeta, dopo un ordine rigorosissimo che niuno de' parenti potesse avvicinarlo, D. Lelio si ritirò provvisoriamente a Roma, essendo stato in Napoli sino alla fine del 1591; ma ne tornò nel 10bre 1594, e scorso un altro anno, dopo la morte dell'unico figlio del Principe, egli si ritenne successore di costui in pheudalibus, essendo già trapassato fin dal 1583 il Duca di Gravina suo fratello, onde ebbe a trovarsi in gravissima lite con altri pretendenti[104]. Così egli dimorava in Roma nel 1592, e stava in ottima relazione con la Curia e col Papa, il quale, essendo stato invocato dal Gran Duca di Toscana arbitro nelle quistioni surte tra lui e suo fratello D. Pietro, nel 1593 delegò D. Lelio a questa non lieve missione: ed ecco perchè ci è sembrato del tutto naturale che egli abbia avuta qualche influenza nel far concedere al Campanella di poter partire da Roma, forse anche raccomandandolo in Toscana per la cattedra. — Non è arrischiato il ritenere che la dimora di Antonio Persio presso D. Lelio Orsini in Roma abbia contribuito a recar favore al Campanella. Il Persio è oramai abbastanza conosciuto segnatamente per opera del Fiorentino[105]. Abate e dottore, nativo di Matera in Basilicata, figlio di Altobello o Adoberto buono scultore di que' tempi rimanendone tuttavia alcuni lavori nella Cattedrale di Matera, fu discepolo del Telesio e Telesiano accanito, avendone sostenuti i principii con dispute in più luoghi, raccolti e pubblicati diversi opuscoli, assunte le difese in ispecie contro Francesco Patrizzi. Fu a Venezia e prese poi stanza in Roma; l'elenco delle sue opere rimaste inedite può leggersi in una lettera di Giovanni Bartolini Bolognese riportata dall'Odescalchi nelle Memorie de' Lincei, essendo stato il Persio uno de' primi ascritti a quell'insigne Accademia; il Fiorentino ne ha fatto conoscere qualcuna che se ne trova ancora. Fu costante amico del Campanella; sappiamo da documenti che si tenne in continua corrispondenza con lui anche in gravissimi momenti della prigionia sofferta dal filosofo in Napoli, ed egli medesimo un anno prima della sua morte, il 1611, gli mandò da Roma l'opera di Ticho-Brahe[106]. Naturalmente il Persio dovè ricordare sovente a D. Lelio Orsini il povero Campanella e sollecitarne con vigore i buoni ufficii.

Da Roma dunque il Campanella se ne andò a Firenze. Nel Syntagma questa sua gita si trova registrata con pochissime parole: «andai a Firenze, nè però incontrai miglior sorte, e dedicai il libro De sensu rerum al Gran Duca Ferdinando primo». Ma già da un pezzo era stata pubblicata dal Fabroni una lettera del Campanella che spargeva sufficiente luce su questa gita: in sèguito, mercè le indicazioni del Baldacchini per notizie avutene dal Trucchi, Francesco Palermo ne rinvenne e pubblicò un'altra, e il D'Ancona 4 altre di diversa provenienza, tutte esistenti nell'Archivio Mediceo; ancora il Berti ne ha pubblicata non ha guari un'altra del Campanella al Galilei, raccolta nella Bibl. naz. di Firenze e contenente qualche altra notizia intorno al fatto che dobbiamo narrare; infine noi medesimi, del pari nell'Archivio Mediceo, ne abbiamo rinvenuta un'altra dell'Agente di Toscana in Napoli che oggi pubblichiamo, ed oramai si può dire che la gita del Campanella a Firenze sia chiarita appieno nella sua data, nel suo scopo, nel suo risultamento, in tutte le sue fasi[107]. Il Campanella era stato proposto al Gran Duca e si era mostrato con lui desideroso di dedicarsi al suo servizio; si trattava di dargli una lettura di filosofia nello studio di Pisa, e il documento da noi trovato mostra che la proposta era stata fatta già da un pezzo, sin dal 1591, durante la dimora di lui in Napoli. Forse l'aveva proposto Mario del Tufo, giacchè le nostre ricerche nell'Archivio Mediceo ci hanno rivelato una stretta corrispondenza col Gran Duca da parte di questo Signore, che avendo una buona razza di cavalli in Minervino (o, come allora si diceva, Mondorvino) ne faceva continui regali al Gran Duca, il quale mostrava di pregiarli grandemente, e si disobbligava regalandogli quasi sempre marzolini e due volte anche «due schiavi sani e belli»[108]. Il Gran Duca avea sin dal 1591 dimandato informazioni sul Campanella al suo Agente in Napoli, Giulio Battaglino, napoletano e prete, stato già al suo servizio in Roma quando il Gran Duca era Cardinale ed egli emigrato, come ci risulta dal suo Carteggio e da quello del Residente Veneto: noi avremo a parlare ancora in sèguito del Battaglino e de' suoi dispacci intorno al Campanella, e quindi è tutt'altro che inutile avere notizie precise delle sue condizioni[109]. Al Battaglino giunse l'incarico d'informarsi del Campanella mentre costui trovavasi già carcerato in Napoli, e rispose «che per trovarsi lui prigione per causa di religione, nè haveva potuto trattar seco nè conveniva intrigarsi in tal genere di imbarazzi». Ma in sèguito, forse dopo nuove sollecitazioni, in data del 14 7bre 1592 ne diede migliori informazioni, dicendo che fra Tommaso aveva facilmente superato il travaglio in cui era stato posto per invidia; che l'indomani sarebbe partito per Roma a procurare il gastigo del calunniatore; che era uno de' più rari ingegni, come poteva giudicarsi dagli scritti che egli aveva visti e dalla voce che ne correva, e di qua gli era nata l'accusa che avesse alcuno spirito familiare; con lo scudo di alcun principe se ne poteva sperare gran cose. Ben si vede che egli rispondeva nel modo più favorevole, ma non si mostrava bene informato del vero andamento de' travagli del Campanella; nè abbiamo mancato d'indicarne a suo tempo tutte le possibili ragioni.

Giungeva intanto il Campanella a Firenze, verosimilmente dopo le novelle commendatizie avute da D. Lelio Orsini. Egli vi si dovè trovare per lo meno verso la fine di 7bre 1592, rilevandosi da' documenti illustrativi di questo periodo che il 2 8bre di tale anno era stato già dall'Usimbardi introdotto presso il Gran Duca, il quale l'accolse molto bene, gli consigliò di lasciare i frati che perseguitavano i virtuosi e gli diede anche un po' di danaro: al tempo medesimo ordinò all'Usimbardi di scrivere a Baccio Valori, che facesse vedere la Biblioteca Palatina al Campanella e con tale occasione ne conoscerebbe il merito, come anche al Generale de' Domenicani, che si compiacesse dar licenza al Campanella di poter assumere il servizio al quale intendeva chiamarlo e di poter dare alle stampe i suoi lavori; in tal guisa egli mostrava il suo buon animo e veniva a procurarsi intorno a lui informazioni novelle. Durante l'udienza il Campanella dovè offrire al Gran Duca la dedica del suo libro che fu poi intitolato De sensu rerum, e che allora avea per titolo De sensitiva rerum facultate, dedica che vedremo poi come e perchè non ebbe effetto. La lettera a Baccio Valori fu presentata dal Campanella medesimo il 13 8bre, ed il 15 egli rispose all'Usimbardi aver visto il Campanella, «giovane di senno maturo, e di varia dottrina e recondita come si trae da' suoi dotti ragionamenti, non meno che dall'opera per lui stampata con titolo de philosophia sensibus demonstrata, dov'è seme dell'altra ch'egli dedica a S. A. de sensitiva rerum facultate»; ma notò, che «procurandosi oggi in Roma per alcuni proibire la Filosofia del Telesio con colore che la pregiudichi alla Teologia scolastica fondata in Aristotile da lui così riprovato, corre qualche risico conseguente ancor esso, e per ventura il più terribile per eccellenza de' suoi concetti, che veramente sono e alti e nuovi». Aggiunse che avea saputo da lui avere scritto del dogma di Pitagora e così pure di Empedocle in versi eroici, aver fatto un trattato De insomniis e un altro De sphera Aristarchi, avere per le mani un'opera maggiore De rerum universitate, «un'intera filosofia da sè, al quale studio potrà rimettersi a primavera, che arà stampato quello a Venezia per dove parte domattina». Da ultimo fece conoscere che il Campanella avea veduta la Libreria a sua soddisfazione, ed anche discusso a lungo con due letterati sopra varie materie ben ardue, riuscendo a far «maravigliare, se non credere a modo suo» poichè stimava ben poco Aristotile. — Come si vede, nello splendido elogio non mancavano macchie di tinta molto oscura, d'onde emergeva che sarebbe stato meglio per lo meno non aver fretta a legarsi con questo giovane, il quale sprezzava troppo Aristotile, oltrechè poteva trovarsi compromesso con Roma essendo Telesiano: e resti chiarito che non solo da quegl'infelici frati di Calabria, ma anche da questo pezzo grosso di Toscana, dove pure si era menato tanto scalpore pel Platonismo, il Campanella venne avversato, e furbescamente avversato, per le sue dottrine antiaristoteliche. Essendo stato sempre sagacissimo, dai discorsi tenuti il Campanella dovè capire la posizione e decidersi ad andar via senza ritardo; tanto più che conosceva pure essersi scritto al P.e Generale, e naturalmente aveva da attendersi poco di bene da quest'altra parte. Non lasceremo di dire che i due letterati, co' quali il Campanella ebbe a discorrere nella Biblioteca in presenza del Valori, furono con ogni probabilità Ferrante de' Rossi e il P.e Medici, da lui ricordati tanti anni dopo nella lettera che pubblicò il Fabroni: il P.e Medici specialmente dovè essere quel Teologo fiorentino col quale egli disputò intorno alle anime de' bruti ed alla vita futura di esse, avendo il fiorentino sostenuto che quelle anime nella fine del mondo sarebbero risuscitate ed avrebbero avuto premio o pena, secondochè il Campanella medesimo ci lasciò scritto nella nuova composizione che ebbe a fare della sua opera De sensu rerum[110].

Nella stessa data del 15 ottobre il Campanella scriveva una lettera al Gran Duca ed un'altra all'Usimbardi. Verso il Gran Duca si mostrò consapevole di non essere stato «accettato per servitore di subito», si augurò che lo sarebbe in sèguito, lo ringraziò dei favori ricevuti, espresse il suo stupore per la magnifica Libreria veduta, annunziò che se ne andava a Padova, come ne avea manifestato il disegno, e che là sarebbe rimasto pronto ad ogni menomo cenno di S. A. Verso l'Usimbardi si mostrò grato ed obbligato, si augurò che lo appoggerebbe ancora in sèguito presso il Gran Duca, ripetè il suo stupore per la Libreria di S. A., annunziò che sarebbe partito l'indomani o al più l'altro domani. Adunque il 16 o 17 8bre il Campanella mosse da Firenze per Padova, ma si fermò in Bologna, dove ricominciarono i suoi malanni. Aggiungiamo intanto che venne poi la risposta del P.e Generale al Gran Duca, in data del 13 9bre ed in termini punto rassicuranti, ciò che non può far meraviglia oggi che abbiamo posti in luce i fatti avvenuti al Campanella in Napoli e in Roma. «Alquanto differente relazione tengo io del Padre Fra Tomaso Campanella, di quella è stata fatta a V. A. S. per quanto posso comprendere dalla sua amorevolissima scrittami. Con tutto ciò volendosi lei servire dell'opera sua, acciò non resti defraudato del suo buon desiderio, io farò prova del valore e sufficienza sua, e trovandolo atto per servire un tanto Principe qual è V. A. S., gli comandarò ubbidisca a' suoi cenni, che mi sarà sempre singolar favore si degni prevalersi della mia religione, come io indegno capo di essa desidero tanto servirla. Farò insieme rivedere quell'opere che egli ha preparato per dare alla stampa, come comanda il sacro Concilio di Trento e gli ordini della Religione, ed essendo trovate tali che meritino uscire in luce, molto volontieri gli comandarò che le faccia stampare e che serva V. A. S. in tutto e per tutto» etc. Tale fu la risposta del P.e Generale, fra Ippolito M.a Beccaria, di cui abbiamo già avuta occasione di dare qualche cenno altrove. Sollecito della distinzione che ridondava in beneficio dell'Ordine, premuroso di mostrarsi ossequente al Gran Duca, egli trovavasi in imbarazzo: non voleva dire che il Campanella fosse stato veementemente sospetto di eresia, ma non poteva non tenerne conto: con ogni probabilità si preoccupava anche di qualche altra possibile eresia nelle opere che il Campanella intendeva di stampare, e quindi vedeva indispensabile farle esaminare scrupolosamente. Possiamo con ciò spiegarci pure molto bene quanto accadeva in sèguito.

Come abbiamo detto, andando a Padova il Campanella si fermò in Bologna: non sappiamo quanto tempo vi sia rimasto, ma verosimilmente vi rimase ben poco, ed ecco ciò che nel Syntagma si legge essergli avvenuto. «Mentre stava in Bologna mi furono portati via di soppiatto tutti i sopradetti libri e certe Poesie latine non dispregevoli, come pure il primo libro della Fisiologia composto di dispute contro tutte le sette, al quale doveano far sèguito altri 19 libri già meditati». E più oltre: «di poi tutti i libri perduti in Bologna li trovai (a Roma) nel S.to Offizio, ove interrogato li difesi, nè pertanto li richiesi, essendo sul punto di rifarli migliori». Ecco una prima perdita completa delle opere sin allora scritte dal Campanella, all'infuori della Philosophia sensibus demonstrata già data alle stampe, e rifacendone l'elenco abbiamo: 1º l'opera De investigatione rerum; 2º quella De sensitiva rerum facultate o De sensu rerum; 3º il Carme De Philosophia Pithagoreorum; 4º il Carme De Philosophia Empedoclis; 5º il trattato De insomniis; 6º il trattato De Sphera Aristarchi; 7º i due primi libri De rerum universitate o De Metaphysica; 8º il primo libro della Physiologia, come il Campanella si compiacque denominare la Filosofia naturale. Facciamo avvertire che quando il Campanella ricompose l'opera De sensu rerum, definì un furto la perdita di questa sua opera con le altre, e l'attribuì a «falsi frati»; notiamo inoltre che potrebbero un giorno tutte queste opere tornare alla luce del sole, poichè dovrebbero tuttora trovarsi nell'Archivio del S.to Officio, e sarebbe ad ogni modo curioso il vedere se e quali modificazioni successive di sostanza sieno state dall'autore introdotte nell'opera che ebbe speciale premura di ricomporre, vogliamo dire nell'opera De sensu rerum. — Non è difficile frattanto interpetrare come abbiano dovuto veramente passare le cose in Bologna. Mettendo il fatto in riscontro con la lettera del P.e Generale al Gran Duca, sembra ben chiaro questo, che il P.e Generale si attendeva dal Campanella l'invio de' manoscritti per la revisione, la quale egli non poteva ignorare esser necessaria; il Campanella non se ne dovè curare, e il P.e Generale, nell'impegno di compiacere il Gran Duca con la maggior sollecitudine, comandò che i manoscritti fossero presi ed inviati immediatamente al S.to Officio. Vedremo pure che il Campanella trovò poi il P.e Generale in Padova nel suo arrivo in quella città, mentre la lettera di lui al Gran Duca fu spedita da Milano: si potrebbe quindi affermare che il P.e Generale medesimo sia andato a Padova per affrettare la presa de' manoscritti, e che il Campanella, conosciuta questa circostanza in Bologna, vi si sia trattenuto, ma il P.e Generale ebbe facilmente modo di colpirlo anche in Bologna, ed egli, cessato il motivo di trattenervisi e naturalmente disgustato, se ne partì in fretta, sicchè nello stesso mese di 9bre dovè trovarsi in Padova. Ad ogni modo i frati di Bologna, che certamente non avevano alcun motivo di portargli odio, furono falsi verso di lui sol perchè presero i manoscritti a sua insaputa, ma la loro condotta non fu spontanea, e lo dimostra l'invio che ne fecero al S.to Officio. D'altro lato nulla autorizza veramente a credere che egli abbia in Bologna trattato di avere una cattedra, secondochè il Berti ha creduto di vedere.