Ecco ora il Campanella in Padova, verosimilmente nel 9bre 1592, e certamente nel convento di S. Agostino, come egli medesimo ricordò poi nella sua lettera al Galilei che è stata pubblicata dal Berti. Poniamo qui la notizia che si fece assegnare nello studio di Padova come spagnuolo, e non come calabrese: egli rammentò più tardi tale circostanza, allorchè si trovò carcerato in Napoli fra le mani degli spagnuoli, e l'addusse in prova della sua devozione alla Spagna[111]. Questa «assegnazione nello studio» conduce naturalmente a credere che si tratti della iscrizione nell'Albo della nazione spagnuola come si usava da coloro i quali accorrevano allo studio pubblico mantenuto con tanto lustro dal Governo Veneto; essi aveano cura di dare il loro nome alla Nazione rispettiva. Se non che l'assegnazione è veramente un termine fratesco sinonimo di destinazione, trovandosi anche non di rado denominato Studio tra' frati quel convento o parte di convento in cui si raccoglievano i frati studenti; e i Domenicani, almeno a quei tempi, si dicevano «studenti formali» persino varii anni dopo di essere stati ordinati sacerdoti; ne incontreremo qualche esempio tra' frati calabresi che figureranno più tardi ne' processi della congiura ed eresia del Campanella. Tuttavia non ci ripugna menomamente ritenere che il Campanella si sia iscritto nell'Albo degli spagnuoli, conoscendosi che mediante una piccola moneta da pagarsi nell'atto dell'iscrizione si venivano ad acquistare alcuni vantaggi, diversi secondo gli statuti e i diritti consuetudinarii appartenenti alle diverse Nazioni, e che s'iscrivevano nell'Albo, con la menzione delle rispettive qualità e della moneta pagata, non solo gli studenti, ma anche i visitatori dello Studio, che si trattenevano qualche tempo in Padova non propriamente per seguire i corsi delle lezioni. Come si vede, la cosa è ben diversa dall'«iscrizione nelle matricole dello Studio di Padova»: e dobbiamo dire che in una delle nostre escursioni in quella città abbiamo avuto cura di ricercare nell'Archivio dello Studio se vi fosse rimasta traccia del Campanella; ma degli Atti delle Nazioni non abbiamo trovato che sei volumi della Nazione alemanna, due della Nazione polacca, uno solo della Nazione ultramarina e contenente appena la serie e gli scudi de' consiglieri, sindaci, esattori ed altri officiali della Nazione.

Pertanto fin da' primi giorni della dimora in Padova, il Campanella si trovò involto in un brutto processo, che non intendiamo come sia stato confuso con gli altri venuti in sèguito[112]. «Quasi tre giorni» dopo il suo arrivo, secondochè egli scrisse in una delle sue lettere, trovandosi il P.e Generale nel convento di Padova, accadde di notte uno di que' fatti scandalosi, proprii di giovani scostumati ed immorali, come ve n'erano tanto spesso tra' frati di quel tempo: il P.e Generale patì una violenza che non occorre specificare; il Campanella, di recente venuto, ne fu incolpato da certi suoi compagni, e si noti che egli dormiva con un altro in un letto comune, la qual cosa era allora ammessa per l'abbondanza degli ospiti nei conventi, come ne vedremo più oltre esempi diversi. Tanto per la data, quanto pel genere d'imputazione, il Campanella fu chiamato in giudizio insieme con altri frati. Questo risulta dalle sue stesse lettere, e risulta del pari essersi difeso adducendo, che l'altro compagno il quale dormiva con lui avrebbe dovuto rispondere egualmente della imputazione, e poi egli non avea la vista buona e non avrebbe potuto facilmente accedere presso il P.e Generale. «Ma l'iniquità, egli dice, non cercava il delitto, bensì cercava di farmi delinquente»; e ciò indurrebbe a credere che dovè rimanere carcerato e maltrattato per qualche tempo. Giunse tuttavia a riacquistare la libertà, naturalmente per insufficienza d'indizii, o per avere «purgato gl'indizii» con qualche tormento; ma rimase la memoria di questo processo, e forse ad esso mette capo l'affermazione del Parrino e del Giannone, che il Campanella era stato già prima carcerato anche «per la sua vita poco esemplare e pe' suoi difformi costumi».

Venuto in libertà, probabilmente con la clausola di dover essere pronto a rispondere novis supervenientibus inditiis giusta la procedura del tempo, egli ricominciò a scrivere ed anche ad insegnare e a disputare. Le notizie di ciò che egli scrisse in Padova trovansi al solito nel Syntagma, bensì in molto disordine, vedendosi stranamente intralciato il ricordo di ciò che scrisse in Padova e di ciò che scrisse in Roma allorchè ebbe a fermarsi per la 2.a volta in questa città; ecco quanto se ne può cavare di più sicuro, e preghiamo di tenerlo presente poichè costituisce il sèguito del Catalogo delle opere del Campanella. «Niente sconfortato da queste perdite (le perdite fatte in Bologna) cominciai di poi in Padova ad instaurare la Filosofia di Empedocle, e scrissi una nuova Fisiologia secondo i proprii principii indirizzandola a Lelio Orsini. Similmente, per ordine dello stesso Orsini, un Apologetico dell'origine delle vene de' nervi e delle arterie e della pulsazione, per commentario del Telesio sul tema, che l'Animal universo etc., contro Andrea Chioco medico Veronese che avea scritto contro Telesio, e mandai questo opuscolo ad Antonio Persio Telesiano, dimorante in Roma presso Lelio Orsini. Dettai anche una nuova Rettorica ad alcuni nobili scolari Veneti. Di poi tradotto a Roma perdei tutti questi libri». Fermandoci a questo punto per ora, notiamo che il Campanella cominciò dal rifare non l'opera «De sensu rerum», ma il suo lavoro sulla Filosofia d'Empedocle che avea già scritto altra volta in versi latini; inoltre scrisse una Fisiologia, che probabilmente fu un trattato destinato a servire per dettare lezioni; nè deve sfuggire la dedica fattane a D. Lelio, e la composizione dell'Apologetico per ordine dello stesso D. Lelio, ciò che mostra una corrispondenza continua con lui, come non deve sfuggire la scrittura della Rettorica per uso accertato di un privato insegnamento. Aggiungeremo poi qualche notizia intorno a quell'Andrea Chiocco medico Veronese, contro cui ebbe a scrivere l'Apologetico per Telesio. Il Chiocco, o Chioco, è ben noto a' cultori della letteratura medica, come medico, filosofo, poeta, naturalista, istorico: l'opera nella quale parlò de' polsi, e rimbeccò il Telesio, fu quella intitolata «Quaestionum philosophicarum et medicarum libri tres, Veron. 1593», ed essa è divenuta estremamente rara come la più gran parte delle opere sue. Qualche altra notizia più intima intorno a lui ci è accaduto di trovare nell'Archivio di Urbino oggi trasportato a Firenze, essendovi stata occasione di parlare del Chiocco quando il Duca di Urbino, nel 1600, commise al suo Agente di Roma di cercargli un medico: il Card.l di Verona propose in primo luogo il Chiocco, e lo disse molto giovane (avrebbe nel 1593 avuto circa 29 anni), non molto agiato, ma molto dotto, con buon fondamento di lettere greche e di filosofia; era dunque una persona distinta, ed è superfluo dire che non fu prescelto[113]. — Continuando la notizia delle opere composte dal Campanella in Padova, per quanto possiamo decifrarla dal Syntagma, ecco un altro brano di questo libro che ne compie la serie. «Dippiù, richiestone scrissi in lingua volgare una Consultazione, se convenga alla Repubblica Veneta permettere che gli Oratori degli altri Principi parlino nella propria lingua in Senato, e la diedi ad Angelo Correo Patrizio Veneto. Avea pure scritto un Commentario sulla Monarchia de' Cristiani, tale da non avermene a dolere, dove mostrava con quali arti la potenza Cristiana crebbe e crescerà, con quali suole decrescere, con quali sia da recuperarsi, politicamente parlando, ed istituiva un parallelo tra il Regno e i Re degli Ebrei, e il Regno i Re e gl'Imperatori de' Cristiani. Parimente scrissi al Pontefice Sul Reggimento della Chiesa, con quali modi, non soggetti alla contraddizione dei Principi, il Pontefice massimo mediante le sole armi ecclesiastiche può di tutto il mondo fare un solo ovile sotto un solo Pastore, i quali ultimi libri diedi a Lelio Orsini e Mario Tufo, ma l'autografo lo rubarono in Calabria amici infedeli». Queste furono le numerose opere composte in Padova, cioè a dire durante tutto il 1593 e buona parte del 1594, in mezzo a molte angustie come vedremo tra poco. Indubitatamente il Campanella in tale periodo diè buona prova di quella grandissima operosità, che si può dire essere stata sempre la sua gloria maggiore, e si può dire anche essere stata la salvezza sua: non avrebbe potuto reggere a tanti colpi avversi, ma l'occupazione continua glie li fece sentire meno vivamente, e forse impedì che ne rimanesse schiacciato. Una sola osservazione intanto vogliamo fare sulle opere anzidette, ed essa è che le due ultime, quelle Della Monarchia de' Cristiani e Del Regime della Chiesa, entrambe di ordine politico-religioso, trovandosi in coda all'elenco debbono rannodarsi all'ultimo periodo della permanenza del Campanella in Padova, al periodo de' nuovi e gravi travagli che vi soffrì; e bisogna tener conto di questa circostanza, per intendere non tanto lo spirito, quanto la misura delle dottrine che vi si fece a sostenere.

Con ogni probabilità il Campanella, non ostante il suo privato insegnamento, dovea menare in Padova una vita molto misera, e sospettiamo che i frequenti invii di opere a D. Lelio Orsini e a Mario del Tufo, tra gli altri significati, aveano anche quello di un certo modo di chiedere sussidii usato ed abusato in ogni tempo da' letterati poveri; oltracciò il processo già sofferto dovea farlo tenere sotto una sorveglianza speciale ed anche puntigliosa, come si argomenta dal vederlo continuamente oppresso da imputazioni diverse, talune insulse e talune serie, piene di grave pericolo sempre. Così ci spieghiamo in pari tempo una sua nuova e curiosa pratica presso il Gran Duca di Toscana, per sollecitare la concessione della cattedra, mentre l'opera De sensu rerum con la dedica già fatta non avea potuto più stamparsi, e le informazioni ulteriori del P.e Generale non avrebbero potuto riuscire altrimenti che pessime: era un tentativo disperato, che solo uno stringente bisogno poteva suggerire. Ad ogni modo il tentativo fu fatto con una lettera al Gran Duca in data del 13 agosto 1593, che è quella pubblicata dal Palermo. Il Campanella vi dice essergli stata proposta in Padova una lezione di Metafisica da alcuni gentiluomini, ma egli si riteneva impegnato con S. A., cui rammenta la parola data, e dichiara non poter mai immaginare che S. A. abbia mutato parere, «non essendo proprio di Signori». Si mostra per altro informato di ciò che accadde negli ultimi giorni della sua dimora in Firenze: «mi si scrive che alcuni, gonfi di quella vana sorte che suole apportar la ipocrisia, abbian proposto a V. A., per la mutazione che avverrà da le nuove mie dottrine, che non doveva ricevermi, e questo il medesimo dì che io mi partii da lei» (allusione evidente a Baccio Valori, che avea scritto appunto in tal senso e in tale data con molta ipocrisia). Del resto afferma che saprebbe anche meglio degli altri dettare le dottrine Aristoteliche (la qual cosa conferma quanto fosse stringente il suo bisogno), e supplica che faccia scrivere se egli debba avere quella lezione o aspettare ancora. — Non è dubbio che S. A. gli abbia scritto o fatto scrivere in suo nome evasivamente; tale risposta dovè essere portata al Campanella nel convento di S. Agostino dal Galilei lettore in Padova, come si può argomentare da' ricordi che poi ne fece il Campanella medesimo al Galilei ed anche a Ferdinando più tardi, quali si leggono nelle lettere pubblicate dal Berti e dal Fabroni. Aggiungiamo che per colmo di dolore il Campanella, 4 anni dopo, potè forse conoscere che ad insegnare in Pisa era chiamato quel dot.r Marta, contro cui egli avea fatto le prime armi combattendo Aristotile[114]; bensì era chiamato ad insegnare jus Cesareo, non già filosofia[115].

Vennero intanto successivamente istituiti in Padova nuovi processi contro il Campanella, e per verità non sapremmo affermare che al tempo in cui mandò la lettera al Gran Duca non ne avesse già avuto ancora un altro dopo quello relativo all'insulto gravissimo patito dal P.e Generale: poichè conosciamo molti capi di accusa a' quali fu chiamato a rispondere, e certamente ve ne furono anche altri, mentre egli sempre costumò non propalarli o non specificarli appieno; ma non conosciamo in che modo que' capi di accusa sieno stati aggruppati per aversi i «cinque processi», che nella lettera allo Scioppio pubblicata dallo Struvio chiaramente affermò avere avuti. A quanto pare, due nuovi processi egli dovè avere in Padova, venendo poi l'ultimo, assai più grave dell'altro, compiuto in Roma, con la giunta di ulteriori capi di accusa sorti in sèguito, e dell'esame delle opinioni sospette consegnate nel libro De sensu rerum; ciò nel corso del 1593 e 1594, poichè vedremo da un documento irrecusabile trovarsi nella fine del 1595 già esaurito in Roma l'ultimo processo sorto in Padova, ed esaurito anzi da qualche tempo. — Meditando sulla lettera allo Scioppio pubblicata dallo Struvio, la quale offre in modo più ordinato i capi di accusa, ed aggiungendovi ciò che si rileva dalla lettera al Papa, apparirebbe plausibile il dire che in uno di questi nuovi processi (3º per data) gli siano state fatte due imputazioni, aver composto il libro De tribus impostoribus, ed essere seguace delle dottrine di Democrito; nell'altro poi (4º per data) dovè rispondere ancora a due imputazioni, divenute non si sa quante per via, professare dottrine eretiche, e non aver denunziato un giudaizzante col quale avea disputato de Fide; nè occorre dire che l'ultimo suo processo (il 5º) fu quello sostenuto in Napoli, con le accuse di tentata ribellione ed eresia.

Alle imputazioni dell'avere scritto il libro De tribus impostoribus, e dell'essere seguace delle dottrine di Democrito, il Campanella potè rispondere, che aveva appunto scritto contro Democrito e che il libro attribuitogli era stato già stampato 30 anni prima che egli nascesse. Vede ognuno quanto sarebbe importante possedere gli atti di tale processo, mentre a tutt'oggi nulla è stato posto ancora in sodo circa il libro in quistione, e si dubita perfino che esso sia mai esistito[116]. Con la sua immensa erudizione il Campanella potea fare meglio di chicchessia la storia di questo libro: per lo meno egli dovè fornire tutte le particolarità dell'edizione, che ci lasciò appena accennata e ci riesce affatto ignota. Noi siamo convinti che dandosi agli eruditi l'accesso all'Archivio del S.to Officio, la Chiesa medesima vi guadagnerebbe da tutti i lati, e vorremmo avere tanta autorità da meritarci credito: per lo meno non si vedrebbero più malamente confuse l'Inquisizione di Spagna e quella di Roma, che funzionarono con una misura ben diversa, e senza dubbio si modificherebbe radicalmente l'opinione tanto sparsa de' procedimenti iniqui usati dall'Inquisizione Romana. Nel caso presente, si vedrebbe anche come il Campanella abbia avuto tutto l'agio di difendersi e guadagnarsi l'assoluzione.

Più malagevole dovè riuscire il discolparsi del non aver rivelato il giudaizzante col quale avea disputato de Fide, e di essersi reso colpevole di eretica pravità come allora si diceva. La denunzia era di obbligo assoluto, e la mancanza di essa nelle circostanze indicate bastava a far nascere il sospetto di eresia. Forse il Campanella potè dapprima addurre essersi l'opponente dichiarato vinto nella disputa, e quindi a lui rimanere il merito di averlo convertito; ma ciò non lo disobbligava dal farne parola al S.to Officio, e d'altronde il giudaizzante dovè mostrarsi pervicace: nè diciamo ciò a caso, ma dopo la matura considerazione di quanto il Campanella ne lasciò scritto, e dopo il fatto di un giudaizzante da noi rinvenuto nelle scritture di questo periodo, da potersi riferire appunto a' travagli del Campanella. Cominciamo dal notare che questi travagli avuti pel giudaizzante son citati dal Campanella non solo nella lettera al Papa, dove son posti in primo luogo (mentre nella lettera allo Scioppio pubblicata dallo Struvio mancano affatto), ma son citati anche nella Narrazione pubblicata dal Capialbi, dove figurano quasi come i soli travagli avuti dal S.to Officio, prima de' travagli di Napoli. Le parole testuali della lettera sono, «primo ex dicto unius Judaizantis molestatus»; quelle della Narrazione (pag. 52) sono, «fu travagliato.... nel S. Officio perchè non rivelò un fugitivo hebraizante con cui esso Campanella disputò de Fide in Padova, e quello fu poi carcerato a Verona». La parola «fuggitivo» nella terminologia del S.to Officio significa uno che è scappato dal carcere od anche si è sottratto alla forza mandata a catturarlo, ciò che bastava a costituirlo in una certa convinzione della colpa appostagli; invece nella terminologia fratesca significa un frate che ha abbandonato l'ordine monastico, e nella terminologia de' disputanti significa uno che usa un ripiego per cessare dalla disputa sentendosi vinto; non ci pare dubbio che in uno di questi due ultimi sensi la parola «fuggitivo» abbia dovuto essere adoperata dal Campanella. Questo frate dunque, mostratosi ebraizzante nella disputa avuta col Campanella in Padova, fu poi carcerato in Verona, e pel detto di lui solo il Campanella venne travagliato. Ora ricercando le scritture di questo periodo noi abbiamo trovato il ricordo di un frate Antonio da Verona coll'abito di cappuccino, il quale per avere sostenuto che Cristo non avea redento il genere umano, come eretico pervicace finì per essere bruciato vivo in Campo di Fiori il 26 7bre 1599, dopo di essere stato varii anni nelle carceri del S.to Officio. Veggano i discreti se non sia plausibile mettere questo fatto in rapporto con le cose del Campanella, e metterlo nel modo da noi tenuto[117].

Merita intanto di essere considerata l'importanza di questo processo pel povero Campanella, e ciò che andiamo a dire valga anche pel successivo ed ultimo processo di Napoli. L'essere stato già una volta condannato ad abiurare come veementemente sospetto di eresia lo costituiva nella terribile condizione di «relapso», e qualora fosse stata provata in tutta regola la sua colpa, il destino suo non poteva esser dubbio: per la nota massima della giurisprudenza del S.to Officio «lapso non relapso parcitur», egli avrebbe dovuto essere degradato e consegnato alla Curia secolare, con la solita raccomandazione rutinaria di punirlo senza pericolo di morte e senza effusione di sangue e mutilazione di membra, della quale raccomandazione era bene inteso che la Curia secolare non tenesse conto, o ne tenesse conto adoperando un genere di supplizio tale da non recare nè effusione di sangue nè mutilazione di membra. Così il condannato era bruciato vivo, quando si mostrava impenitente, od era invece prima appiccato vicino al fuoco e poi bruciato, quando era penitente, giusta la massima che tale ultimo supplizio «et humanius est, et viam desperationis claudit, et ad poenitentiam provocat». Nè si pensi che trattandosi di un'eresia diversa dalla precedente, non fosse il caso vero del relapso: l'essere ricaduto nell'identica eresia costituiva uno de' casi, e propriamente de' casi estremi del relapso, ne' quali non doveva neanche accordarsi la difesa, e il colpevole era «sine ulla penitus audientia brachio saeculari tradendus, ultimo supplicio feriendus». Ma i casi del relapso erano varii, c'era perfino quello di aver fatto semplicemente qualche favore ad un eretico dopo di avere già una volta abiurato; e la conseguenza era sempre la stessa, consegna al braccio secolare per l'amministrazione dell'ultimo supplizio, previa la degradazione quando trattavasi di un ecclesiastico. Solo si voleva che il colpevole fosse «legitime convictus»; e parrebbe che il Campanella abbia avuto ricorso pure a quest'àncora di salvezza sostenendo l'insufficienza del teste unico, secondo la massima generalmente valevole in S.to Officio «vox unius vox nullius», come si può fino ad un certo punto argomentare da quelle sue parole che implicano anche una discolpa, «ex dicto unius Judaizantis molestatus»[118].

Dopo tutto ciò risulterà senza dubbio naturalissimo che il Campanella, nell'ultimo periodo della sua dimora in Padova, e verosimilmente durante la sua prigionia, non si sia tanto occupato di filosofia quanto di politica e di religione, procurandosi buoni pezzi di appoggio per la tempesta che minacciava sommergerlo. Così nacque l'opera della Monarchia de' Cristiani, e subito dopo anche l'altra Del Regime della Chiesa indirizzata al Pontefice, sfoggio di dottrine ultra-teocratiche e di fervore religioso; e ci pare che debba tenersi conto delle circostanze nelle quali furono scritte queste opere, semprechè si voglia portare sopra di esse un equanime giudizio. Vedremo pure in sèguito il nostro filosofo, in determinati momenti molto critici della sua vita, assumere un atteggiamento che per lo meno deve dirsi di esagerazione, una volta anche verso i Principi, un'altra volta di nuovo verso il Papa; ed egualmente di questo ci pare che debba tenersi conto. Nè diremo già che in fondo egli non credesse alla teocrazia come sistema di governo, che non amasse l'estirpazione perfino violenta delle sètte religiose per vedere almeno tutta la parte civile dell'umanità stretta in un fascio solo, che non ritenesse la religione fortemente disciplinata indispensabile anche come strumento di civiltà; ma ci periteremmo assaissimo di affermare che nel fondo dell'animo suo egli volesse davvero la teocrazia rappresentata dal Papa e da' Cardinali, la religione rappresentata da tutto il complesso delle dottrine cattoliche etc.; tutti sanno che uomini non volgari, e di eccellente odorato, dalle medesime sue opere politico-religiose trassero già il convincimento che esse esprimessero ben altro di quello che facevano le mostre di esprimere. Ma non possiamo nè dobbiamo entrare in simili discussioni, e solo vogliamo giustificare il nostro proposito di crederci nello strettissimo dovere di far sempre rilevare in quali condizioni le sue diverse opere furono scritte; segnatamente poi per quella Del Regime della Chiesa notiamo anche in anticipazione, che mentre chiaramente trovasi registrato nel Syntagma essere stata scritta in Padova senza che apparisca alcun motivo per dubitarne, il filosofo medesimo, nella Difesa che presentò ad occasione del 5º processo di eresia avuto in Napoli, la annunziò siccome scritta in Stilo ne' tempi immediatamente anteriori a quelli di tale processo, naturalmente pe' nuovi bisogni di quest'altra sua gravissima causa[119]. Aggiungiamo inoltre che egli ebbe una cura speciale della conservazione di entrambe queste opere, Monarchia e Regime, facendone l'invio a D. Lelio Orsini e a Mario del Tufo, sicchè non ebbe a perderle con le altre al momento in cui fu tradotto a Roma, e ciò naturalmente perchè doveano servirgli allo scopo suddetto. Nè vogliamo tacere che non ci apparisce realmente derivata da queste opere, ossia dalle dottrine consegnate in queste opere, la persecuzione continua sofferta dal Campanella in Padova, come lascerebbe sospettare una proposizione emessa dal Naudeo tanti anni dopo[120]: il Naudeo, amicissimo del filosofo, e durante la vita e dopo la morte di lui fu solito d'ingarbugliare il ricordo delle cause, per le quali egli era stato perseguitato; d'altra parte il Governo Veneto era solito di perseguitare esso medesimo e di non lasciare impuniti i fautori della supremazia Papale.

IV. Eccoci ora al trasferimento del Campanella da Padova a Roma. Abbiamo già accennato che questo dovè accadere verso la fine del 1594, poichè il processo iniziato in Padova, certamente assai grave ed aggravatosi sempre più per via, era già esaurito in Roma prima della fine del 1595; e ci parrebbe superfluo dire che egli dovè essere tradotto a Roma qual prigioniero, se non ci obbligasse a dichiararlo il fatto che i biografi hanno tutti ammesso un'andata spontanea da Padova a Roma. Il Berti è stato il solo ad avvedersi che l'andata del Campanella a Roma segna il tempo di un suo processo da tutti sconosciuto; se non che egli lo crede il 1º processo, avvenuto non più tardi del 1595 o 96, ed ammette sempre un'andata spontanea del filosofo a Roma, «o fosse irrequietezza sua, o timore di molestia per parte de' frati od anche de' magistrati per causa delle dottrine teocratiche, e più probabilmente per dare ragione di sè al S. Uffizio». Ma sebbene il filosofo non abbia mai parlato molto chiaramente delle sue maniere di andare a Roma, ed anche ad occasione del suo primo trasferimento da Napoli ci abbia fatto leggere nel Syntagma «Romam perrexi», questa volta ci fa leggere il trasferimento da Padova con le parole «Romam perductus»: il D'Ancona, nel recarle in italiano, ha adoperata la frase «portandomi a Roma», ma noi vi abbiamo scorto un senso passivo e non attivo, ed abbiamo perciò adoperata la frase «tradotto a Roma». D'altronde bisogna tener presenti le circostanze di tale andata a Roma, la perdita che vi fece di diverse opere scritte in Padova (la Filosofia di Empedocle, la nuova Fisiologia, l'Apologetico del Telesio contro il Chiocco e la Rettorica, le sole opere che, o in originale o in copia, esistevano presso di lui) e il rinvenimento nel S.to Officio di tutte le altre opere che avea già precedentemente perdute in Bologna (ved. qui pag. 62): questo ci pare che indichi senz'altro essere stato il Campanella strappato bruscamente dal luogo della sua dimora in Padova, poi tradotto a Roma e consegnato nelle carceri del S.to Officio, dove ebbe anche a trovarsi in presenza delle opere toltegli in Bologna, e a doverne rispondere.