Le principali imputazioni, dalle quali dovè difendersi, furono certamente sempre il non aver denunziato l'ebraizzante e l'essersi reso colpevole di eretica pravità. Ma a queste se ne aggiunsero ancora altre, alcune delle quali vennero senza dubbio messe innanzi nel tempo in cui il processo si svolgeva in Padova: esse furono, l'aver composto un empio Sonetto contro Cristo, l'aver manifestato eresie in Calabria, come risultava dalla deposizione di un suo conterraneo accusato egualmente di eresia nel tribunale del Vescovo di Squillace, l'essere stato trovato in possesso di un libro di Geomanzia senza il debito permesso, l'avere enunciate proposizioni censurabili nell'opera De sensu rerum toltagli in Bologna. La 1a e 2a di tali imputazioni aggiunte trovansi registrate nella lettera al Papa ed a' Cardinali pubblicata dal Centofanti, ma vedremo anche nel 5º processo sostenuto in Napoli la deposizione di un suo intimo amico (fra Dionisio Ponzio), nella quale è detto che il Campanella medesimo gli aveva parlato di un Sonetto bruttissimo contro Cristo, e glie lo aveva anche recitato, per lo quale era stato innocentemente inquisito in Roma[121]. La 3a imputazione, quella di essere stato trovato in possesso di un libro di Geomanzia, ciò che ci sembra aver dovuto accadere in Padova nel momento della cattura, trovasi registrata nella Informazione pubblicata dal Capialbi[122]. L'ultima, quella delle opinioni censurabili emesse nell'opera De sensu rerum, trovasi registrata con varie particolarità nell'opera medesima rifatta dall'autore in italiano più tardi e poi pubblicata in latino nel 1620, come anche nella Difesa dell'opera premessa alla 2a edizione di Parigi 1637: in quest'ultimo documento è detto che la risposta agli argomenti degl'Inquisitori fu data nel 1598, e son citati gli Atti del 1598, ma abbiamo ragione di credere che vi sia incorso un errore di data, dovendosi leggere 1595, tanto più che a pochi versi di distanza si ha un altro errore di data manifestissimo, trovandosi detto che la 1a edizione dell'opera fu fatta nel 1617, mentre si sa che fu fatta nel 1620. — Non conosciamo la serie degli argomenti addotti dal Campanella contro ciascuna imputazione, ma non ci manca per taluna di esse qualche indizio e per le altre qualche notizia positiva, che il Campanella medesimo ha avuto cura di fornire. Abbiamo già detto che per la faccenda dell'ebraizzante ci sarebbe qualche indizio dell'essersi il Campanella difeso adducendo che si trattava di un teste unico; ma doverono esservi ancora altri argomenti che non conosciamo. Quanto al Sonetto, egli giunse a dimostrare che apparteneva all'Aretino; quanto all'eresia che si pretendeva aver manifestata in Calabria, lo stesso denunziante si ritrattò, confessando avere inventato il fatto per salvarsi da' pericoli che correva; quanto al libro di Geomanzia, affermò che gli fu preso mentre intendeva portarlo all'Inquisitore per la licenza; quanto alle proposizioni censurabili emesse nell'opera De sensu rerum, ecco in quali termini il Campanella ce ne lasciò il ricordo nell'opera rifatta, e poi anche nella Difesa di essa allegata all'edizione di Parigi. Nell'opera (ms. napoletano) al lib. 2.º cap. 32 scrisse: «L'argomento che mi fece l'Inquisitione contra, et poi restò da me sodisfatto fu questo. Che sequirebbe, che pure i Vermi, et le bestie di questa beata mente fossero informati, et capaci di beatitudine humana; io risposi che non sequita, poichè veggiamo tanti pidocchi et vermi generarsi nella testa dell'huomo, et tanti altri vermi dentro il ventre, et in varii membri et visceri, ne per questo tali bestiole hanno la mente rationale dell'huomo, ma solo il senso breve, et corto dell'altre Belve, cossì dentro al mondo senza quell'anima beata ma non (int. con) sensi partiali, et questa risposta per contrario e certo essempio provata non hanno potuto impugnare gli contradittori». Nella Difesa poi del libro, allegata all'edizione fattane in Parigi nel 1637 (pag. 90) la cosa medesima è espressa ne' seguenti termini; ne diamo tradotto il brano relativo. «Esaminando i Padri i 4 libri nostri manoscritti De sensu rerum non apposero nulla contro il senso naturale delle cose, nè che abbia ammesso l'anima del mondo assistente con Agostino, Basilio, il Niceno, il Ficino, e Platone, ma solamente questo: se c'è un'anima del mondo, essa di conseguenza è beatificabile o beata, e però lo sono anche le anime de' bruti e tutte le parti del mondo. Risposi, come si vede negli Atti dell'anno 1598 (ciò che narrai pure nel mio libro De Sensu rerum stampato nell'anno 1617) che se si ammetta un'anima del mondo assistente e reggente con intelligenza beata, che può essere una delle Dominazioni, non per questo le anime de' bruti e le cose naturali senzienti sarebbero del pari beatificabili, poichè non sono della sostanza e derivazioni di quell'anima partecipanti del comune senso naturale; come non vi sarebbero nè potenze nè appetito delle cose, se non per partecipazione innata delle primalità. Poichè così pure i vermi nati nel ventre e i pidocchi nati nel capo dell'uomo non sono razionali a causa dell'anima razionale dell'uomo, ma solo sensuali a causa del loro partecipare del comune senso, nascendo similmente dalle fecce dell'uomo e da' cadaveri; nè conoscono l'anima dell'uomo, come neanche noi conosciamo l'anima del mondo pel senso ma dopo lunghi sillogismi. La risposta medesima dànno S. Gregorio Niceno e S. Agostino sopra citati, che accordano al mondo una virtù razionale quasi anima, poichè ammettono in ciascun ente un'anima propria, emanante o da Dio, come nell'uomo, o dagli elementi, come ne' bruti, nelle piante ecc., o dalla luce sensuale comune a tutti secondochè si è detto nella serie 3a e 4a; ed avendo così risposto, pregai i Governatori del S.to Officio che mi legassero o con ragioni o con precetto, se non dovessi tenere tale opinione; e non vollero, ma concessero la facoltà di tenerla, e i Sig.ri Cardinali Ascolano, Santorio e Sarnano, dottissimi Inquisitori, dissero che io combatteva bene con questa opinione contro gli Atei e in difesa de' Padri».

Così il Campanella giunse a liberarsi da questo processo che poteva riuscirgli fatale, segnatamente per la 1.a e 2.a imputazione, per le quali non conosciamo veramente il suo sistema di difesa, mentre per esse non c'era altro esito possibile che o la liberazione o l'estremo supplizio. Vedremo che quando poi se ne andò in Calabria, parlando col suo amico fra Dionisio del Sonetto malamente attribuitogli, disse che il denunziante era stato condannato alla galera in vita: ma questo riesce poco credibile, poichè uno de' lati deboli del S.to Officio era il non dar travagli a' testimoni o denunzianti, quando le colpe da essi poste innanzi si trovassero insussistenti, e ciò per non intiepidire nel pubblico l'accorrere al suo tribunale; bisognava che vi fosse indizio d'insigne mala fede per deciderlo a colpire i testimoni falsi, ed allora li colpiva con vigore secondo il suo costume. Ad un altro amico (fra Domenico Petrolo) egli disse che era stato rilasciato ac si non fuisset captus: questo ci riesce veramente credibile, ma nemmeno al punto da non ammettere che sia stato obbligato a rimanere in un convento determinato, e propriamente in quello di S.ta Sabina come se n'ha qualche indizio; il foro ecclesiastico, egualmente che il laico, non soleva facilmente abbandonare del tutto chi avea dato motivo di far trattare qualche sua causa, ma lo voleva sotto la mano per qualche tempo. Da ultimo dobbiamo ricordare che parlandosi delle opere presegli in Bologna e trovate presso il S.to Officio, nel Syntagma si legge che non le richiese, essendo sul punto di rifarle migliori: e dobbiamo dire che questo non si comprende agevolmente, poichè quelle opere si trovavano come allegate ad un processo, e in simili condizioni il riaverle non era consentito.

Certo è che molto dovè costare al Campanella il liberarsi da questo processo, e vi fu bisogno di potenti raccomandazioni. Anche per esso, e principalmente per esso, dovè trovare un potente aiuto in D. Lelio Orsini, il quale, come abbiamo già detto, era in buonissimi termini con la Curia Romana e con lo stesso Papa. Un altro aiuto valevolissimo dovè trovare nel Commissario generale del S.to Officio fra Alberto Tragagliolo, che secondo l'uso attendeva alla redazione degli Atti, e poi, sedendo pro Tribunali, emetteva la sentenza data dalla Sacra Congregazione Cardinalizia, alla quale era devoluta la trattazione della causa e la sua decisione: avremo tra poco a parlare di una lettera del Campanella al Tragagliolo, nella quale si vede che il filosofo rimase in corrispondenza col degno frate, e si trova menzionata «la misericordiosa giustizia» di lui, «il grand'obbligo» che il filosofo gli ha, «l'ufficio di pietosa madre» che avea fatto, l'essersi «promesso di conformarsi al senno di lui», il volere «da lui dipendere meritamente»; le quali espressioni verso il Tragagliolo, e l'interesse da costui spiegato di poi anche in Napoli verso il Campanella, mostrano che il Commissario del S.to Officio dovè sentire una grande simpatia pel povero prigioniero, così giovane, così dotto e così disgraziato. Forse egli conobbe le opere della Monarchia de' Cristiani e Del Regime della Chiesa, che certamente non furono presentate in giudizio e non è difficile intenderne le ragioni: così anche conobbe forse il Compendio di Fisiologia e i Discorsi politici, in particolare quelli a' Principi d'Italia, che al pari di talune poesie vedremo essere stati composti nel carcere. Infine il Campanella potè avere l'aiuto anche di personaggi altissimi, dell'Arciduca Massimiliano e dell'Imperatore, i quali scrissero in favore di lui e di Gio. Battista Clario egualmente carcerato, pel cui mezzo egli fece pervenire all'Imperatore una copia de' suoi Discorsi a' Principi d'Italia: questo fatto venne da lui affermato nelle Difese che scrisse ad occasione del processo della congiura avuto in Napoli, nè v'è ragione di dubitarne[123]. Ed ecco dove mette capo una certa relazione del Campanella con gli Arciduchi e con l'Imperatore, onde vedremo che egli si rivolse anche a costoro durante il lungo martirio di Napoli. Nello stesso documento è detto avere inoltre inviato all'Arciduca Massimiliano il Dialogo contro i Luterani; ma tale invio potè verificarsi dopo l'uscita dal carcere, giacchè il Dialogo non fu composto prima, e ben si vede che il Campanella ebbe cura di farsi conoscere dall'Arciduca anche posteriormente.

Questo intanto ci conduce a parlare delle opere composte dal Campanella in Roma, de' suoi compagni di carcere, delle poesie che quivi dettò. Nel Syntagma, a proposito de' libri perduti in Padova, si legge: «In Roma dunque dettai di nuovo un piccolo Compendio di Fisiologia, nè di esso mi avea dato mai più alcun pensiero, ma l'anno 1611 Tobia Adami l'ebbe da non so chi in Padova e lo pubblicò sotto il titolo di Prodromo di tutta la filosofia del Campanella. Inoltre cominciai un Compendio di Fisiologia, sperando di risarcire la perdita di un grosso volume; ed in esso proponeva le opinioni di tutti gli antichi e le comparava con le nostre, il quale libro mandai poi a Mario Tufo. Al medesimo Mario scrissi un trattato Della prestanza dell'arte cavalleresca». Poi, venendosi a parlare non più per incidente delle opere scritte in Roma, si legge ancora: «In Roma avea parimente scritto in versi toscani Sul modo di sapere e su cose fisiologiche, e perdei l'uno e l'altro libro in Napoli; scrissi anche in Roma una Poetica secondo i proprii principii, la quale diedi a Cinzio Albobrandini Card.l S. Giorgio, e trovasi nelle mani di molti, benchè uno spagnuolo l'abbia tradotta nella lingua sua e vi abbia apposto il suo nome: la qual cosa, allorchè ebbi a vederla in Napoli nel Regio Castello, l'anno 1618, mi mosse ad un riso veramente grandissimo; ma dovunque i nostri esemplari testificano contro il plagiario, e lo stesso ladro, allo scopo di covrire un po' meglio il furto, in fine si scusa perchè, quantunque sia spagnuolo, sovente cita poeti italiani come l'Ariosto, il Tasso, il Guarini. Scrissi pure in Roma un Dialogo in lingua volgare, del modo di convincere gli eretici del nostro tempo e tutti i settarii insorgenti contro la Chiesa Romana, buono per qualunque mediocre ingegno, e alla sola prima disputa; lo diedi prima a Michele Bonello Card.le Alessandrino e ad Antonio Persio, ed anche a te non così per tempo io lo concessi, o amicissimo Naudeo, comunque non perchè abbi a darlo in luce, mentre da lunga pezza oramai avea trasfuso questo dialogo nella Lettera anti-Luterana a' filosofi e principi oltramontani per instaurare la religione. Inoltre egualmente trovandomi in Roma, diedi agli amici Orazioni, parecchi Discorsi politici, molte Poesie toscane e latine anche da diffondersi col nome loro. Qui pure cominciai a comporre Versi toscani con metro latino, come si veggono nelle nostre Cantiche, e l'Arte metrica della lingua volgare in tutto simile alla latina, con regole sicure onde poter conoscere ed osservare la quantità di ciascuna sillaba, e diedi questa a Gio. Battista Clario medico dell'Arciduca Carlo in Roma e a due giovani Ascolani»[124]. Tale è la serie delle opere composte in Roma nella fine del 1594, nel 1595, 1596 e quasi tutto il 1597, nuovo gruppo che viene ad aggiungersi a quelli delle opere precedenti e ad ingrossare di molto il Catalogo: ma gioverebbe conoscere quali di esse siano state scritte nel carcere e quali fuori, come pure con quale ordine di successione; e il Syntagma non ci dà lumi sufficienti per conoscerlo, che anzi ci apparisce sempre più un'esposizione non solo disordinata ma anche assai oscura in qualche punto di molta importanza. Trovando registrato in primo luogo il piccolo Compendio di Fisiologia, che venne pubblicato poi dall'Adami in Frankfort nel 1617 col titolo di Prodromus Philosophiae instaurandae, si sarebbe autorizzati a classificarlo prima di ogni altra opera di questo gruppo; tuttavia, guardando bene al Syntagma, si rileva che esso trovasi registrato in primo luogo per incidente. D'altro lato abbiamo nella Bibl. Magliabechiana (XII, 5) un Codice intitolato Compendium Ph.iae (sic) Campanellae ad Paulum Attilium, Romae 1595, e, come il prof.r Fiorentino ha fatto notare, esso corrisponde esattamente al Prodromus[125]; possediamo quindi una data certa, la quale autorizza ad ammettere che la detta opera abbia dovuto essere composta nel carcere, ma non necessariamente in primo luogo. E bisogna aggiungere che non manca un fortissimo indizio, da noi trovato in un'opera appartenente ad un compagno di carcere del Campanella di cui si discorrerà tra poco, per lo quale si è autorizzati a dire che questo libro fu «il secondo» tra' libri da lui composti nel carcere; nè abbiamo bisogno di far notare, che avendo esso la data certa del 1595, e non essendo stato il primo tra' libri composti in Roma, si può tanto meglio affermare che il trasferimento del Campanella alle carceri di questa città sia avvenuto nella fine del 1594. Ciò posto, deve dirsi che in tale periodo egli abbia «cominciato» a scrivere l'altro Compendio di Fisiologia, diverso da quello ora contemplato, in risarcimento di un grosso volume perduto che comparava le opinioni degli antichi alle proprie, la quale circostanza autorizzerebbe a dire che egli avesse avuta l'intenzione di risarcire la perdita del libro di Fisiologia sottrattogli a Bologna, composto di «dispute contro tutte le sètte» o veramente del libro De Rerum universitate (confr. pag. 53 in nota). Di certo ne venne fuori l'inizio di ciò che fu poi detto l'«Epilogo» o «Epilogo magno di Filosofia», essendo state le dispute contro le sètte riserbate per un'appendice che fu composta più tardi col titolo di Quistioni; e vedremo che l'opera fu cominciata e poi proseguita in italiano, la quale novità, imitata in sèguito per lungo tempo, merita di essere additata. Ma il lavoro fu presto interrotto per comporre il Compendium Phisiologiae in latino, verosimilmente anche questa volta per dettarne lezioni, e forse a quel Paolo Attilio, che potè essere uno de' due giovani Ascolani sopra menzionati. Seguì poi, con ogni probabilità egualmente nel carcere, la composizione così del trattato della Prestanza dell'arte cavalleresca, come de' Versi toscani sul modo di sapere o su cose fisiologiche, primi tentativi delle poesie filosofiche alle quali il Campanella attese di poi, alcuni anni più tardi: ma dobbiamo assolutamente rimandare all'ultimo luogo la composizione della Poetica, al periodo in cui il Campanella già stava fuori carcere, e si agitava presso il Card.l S. Giorgio per poter tornare in Calabria, cioè nel 1596, come egli stesso dice in un'altra opera analoga[126]; dobbiamo inoltre rimandare egualmente al periodo in cui già stava fuori carcere, ma a' primi tempi di questo periodo, la composizione del Dialogo del modo di convincere gli eretici, pel quale vedremo esservi una data e una dimora certa, lo scorcio del 1595 nel convento di S.ta Sabina. Invece gl'importanti Discorsi politici, che il Syntagma non specifica e che sappiamo essere stati inviati all'Arciduca Massimiliano e all'Imperatore, come anche molte Poesie italiane e latine, i Versi toscani con metro latino, e l'Arte metrica corrispondente che fu donata al Clario, si debbono assegnare al periodo trascorso nel carcere, visto che ne fu fatto dono al Clario il quale fu compagno di carcere del Campanella, come diremo tra poco. Tutto considerato, bisogna riconoscere che il Campanella in Roma, lavorando assai più nel carcere che fuori, abbia atteso massimamente a procurarsi distrazioni, dapprima con la filosofia e di poi con la poesia; che abbia posto da parte gli sfoggi di teocrazia e di fervore religioso, mentre non gli era stato possibile utilizzare la Monarchia de' Cristiani e il Regime della Chiesa, ripigliando di poi il fervore pel cattolicismo nel suo Dialogo, quando gli fu necessario conciliarsi la benevolenza della Curia, per essere liberato dall'obbligo di risedere nel convento di S.ta Sabina e di non allontanarsi da Roma; che invece abbia posto mano alla politica e ad una specie notevole di politica ne' suoi Discorsi, quando gli fu necessario conciliarsi la benevolenza de' potenti del Nord ed averne lettere commendatizie. — Ci corre intanto l'obbligo di fermarci ancora un poco su questi Discorsi politici composti in Roma. Essi sarebbero i seguenti, e il titolo li qualifica abbastanza: Discorsi a' Principi d'Italia che per bene loro e del cristianesimo non debbono contradire alla Monarchia di Spagna ma favorirla, e come dal sospetto di quella si ponno guardare nel Papato e per quella contra infedeli, con modi veri e mirabili; ad essi venne forse aggiunto pure l'altro assai più brutto, che conservasi ms. nella Biblioteca naz. di Parigi e che 7 anni dopo, se non siamo male informati, venne tradotto in latino e dato alle stampe dal Mylius, Discorso circa il modo col quale i Paesi Bassi, volgarmente di Fiandra, si possino ridurre sotto l'obbedienza del Re Cattolico[127]. Possiamo dire con certezza che i «Discorsi a' Principi d'Italia» non doverono essere scritti in quella forma che ce n'è rimasta: il Campanella ebbe in sèguito a ritoccarli ed anche ad accrescerli notevolmente, come si rileva dalla maniera che tenne nel farne menzione in varie circostanze, ed oltracciò dalle opere che vi si veggono citate e che furono certamente composte più tardi; così ne avremo ancora a parlare nel corso di questa narrazione, e ci riserbiamo di dirne qualche cosa di più a miglior tempo. Ma avendo qui riferite le parole del Syntagma che ad essi alludono, vogliamo richiamare l'attenzione sul fatto singolare, che mentre nel Syntagma si trova registrato sempre il titolo di ogni più umile lavoro, non si trovano invece i titoli de' detti Discorsi e specialmente di quelli a' Principi, che per moltissimi anni, insieme co' Discorsi sulla Monarchia di Spagna dei quali avremo a parlare più in là, furono tra le più stimate opere del Campanella, tanto che se ne trovano ancora molto sparse le copie manoscritte. Siamo nondimeno in grado di spiegarci il fatto, considerando che al Syntagma fu posto mano dal Campanella e dal Naudeo il 1631 in Roma, quando il filosofo godeva la protezione di Papa Urbano VIII, nemicissimo degli spagnuoli ed affettato protettore del Campanella principalmente per fare una dimostrazione di dispetto agli spagnuoli, da' quali il Campanella era stato tenuto tanti anni in carcere e da' quali era in ultima analisi fuggito. La comparsa nel Syntagma di quel titolo de' Discorsi a' Principi, che abbiamo sopra riportato, sarebbe stata una dissonanza enorme coi tempi, co' luoghi, con le circostanze, ciò che non avveniva pe' Discorsi sulla Monarchia di Spagna, dal quale semplice titolo non traspariva se se ne fosse detto bene o male. Dobbiamo poi anche notare, che nell'Informazione pubblicata dal Capialbi lo stesso Campanella fa intendere di avere scritti i Discorsi a' Principi in Padova, «mosso dall'opposizion che li facean li Venetiani»: ma forse, così dicendo, ebbe allora in animo di mascherare il ricordo delle peripezie di Roma; e poichè nel Syntagma non si trovano menzionati Discorsi politici composti in Padova, ma se ne trova invece fatta menzione al tempo della dimora in Roma, mentre d'altra parte qui veramente si offrì una buona occasione per comporli, noi ci siamo attenuti alla notizia comunque vaga del Syntagma, accettando quella dell'Informazione nel senso di stabilire, che i Discorsi a' Principi furono scritti prima di quelli sulla Monarchia di Spagna e in un periodo che del resto sarebbe circoscitto tra il 1593 e il 1595[128].

Ci faremo ora a vedere i compagni di carcere del Campanella, e le Poesie da lui composte nel carcere per quanto sarà possibile rinvenirne le tracce. Sicuramente fu con lui carcerato Gio. Battista Clario, che nel Syntagma è detto medico dell'Arciduca Carlo; verosimilmente lo furono anche i due giovani Ascolani, de' quali si ha notizia contemporaneamente al Clario, e forse uno di loro ha potuto essere il Paolo Attilio cui venne indirizzato il Compendio di Fisiologia. Non diremo essere stato compagno di carcere anche Giordano Bruno, comunque sia noto che nel tempo medesimo egli penava nel carcere dell'Inquisizione: tutto induce a credere che la sorte del Bruno fosse stata già definita, ed essendo destinato all'estremo supplizio, e dovendo esser tenuto in un carcere più sicuro giusta le regole del S.to Officio, egli si trovava forse nelle carceri di Tor di Nona, come ci è accaduto di rilevare per taluno colpito da gravissime imputazioni, la cui storia si legge nella Raccolta di scritture di S.to Officio esistente nel Trinity-College di Dublino. Ma con ogni probabilità, negli ultimi mesi della sua dimora nel carcere, il Campanella vide entrarvi anche un dotto napoletano, Colantonio Stigliola, che senza dubbio avea già conosciuto presso Gio. Battista Della Porta: ci è infatti venuto tra mano un processo di S.to Officio sinora ignoto contro lo Stigliola, dal quale apparisce che costui trovavasi già carcerato in Roma nel luglio 1595 e rimase carcerato fin dopo l'aprile 1596. Avremo più in là occasione di parlare dello Stigliola e di questo suo processo; per ora basti averlo menzionato quale probabile compagno di carcere del Campanella, importandoci molto di dire invece qualche cosa del Clario compagno di carcere certo. Le nostre ricerche intorno a costui ci menano a ritenere che egli sia stato appunto quel Gio. Battista Clario, di cui si hanno alcuni Dialoghi editi nel 1608, dove trovasi qualificato Protomedico della Stiria, mentre nel Syntagma è detto medico dell'Arciduca Carlo. Egli parrebbe Forlivese di origine, giacchè si ha pure un Francesco Clario appunto di Forlì, che nel 1585 diè alle stampe un Panegirico sull'umanità dell'Arciduca Carlo, dal quale era tenuto a studiare in Padova[129]: ad ogni modo gioverà fermarci un poco su' Dialoghi di Gio. Battista Clario[130]. Fin dalla Dedica di questi Dialoghi trovasi ricordato che essi vennero composti in Roma essendo l'autore molto giovane, ed è notevole che i tre primi hanno per interlocutori un Panfilo ed un Armenio entrambi carcerati. Panfilo vi si rileva giovane di forti studii, colmo di tutti i beni tanto da esserne invidiato, ed allora carcerato da tre anni per un solo e falso calunniatore, dolente di trovarsi in quelle «strane prigioni», accorato della mala opinione che da molti si sarebbe avuta di lui; Armenio vi si rileva già «altre volte trovatosi in simili conflitti», consolatore di Panfilo invitandolo a tener presente tra le altre cose, la bontà di quelli che dovranno giudicarlo; senza essere visionarii, ci pare di poter dire fin d'ora che si tratti qui delle prigioni di S.to Officio, le quali appunto compromettevano assai la riputazione, del Clario scoraggiato, del Campanella avvezzo a quel trattamento e fiducioso in fra Alberto Tragagliolo. Ancora Panfilo, molto erudito, disputa in filosofia mostrandosi più sovente peripatetico, ed Armenio, tanto più erudito, abbondantissimo in citazioni, parla anche di astrologia e menziona S. Bernardo, S. Gio. Crisostomo, Lattanzio, e «il secondo libro de' principii delle cose da lui composto in quella prigione in lingua latina»[131]; non ci par dubbio che si alluda qui abbastanza chiaramente al secondo Compendio di Fisiologia, a quello composto in lingua latina dopo che n'era stato già cominciato un altro (scritto invece in italiano), al Compendio che tanti anni dopo fu pubblicato dall'Adami col titolo di Prodromus; ed ecco perchè abbiamo detto più sopra aversi fortissimo indizio che prima sia stato cominciato il Compendio in italiano che divenne poi «l'Epilogo di Filosofia», e sempre nel carcere di Roma. Oltre a tutto ciò, nel Dialogo 7º del Clario, un altro interlocutore dice di avere avuto il giorno innanzi una disputa con un Telesiano, e fa sapere che il Telesio vuole estirpare la filosofia di Aristotile e difendere quella di Parmenide e Melisso, che la sua dottrina particolarmente nel Regno di Napoli è stata accettata, accresciuta, ampliata, «frà gl'altri da Tommaso Campanella, huomo in vero nato a tutte le scienze, il quale e con la voce e con gli scritti ha procurato di darle riputatione grandissima»[132]. Dobbiamo poi aggiungere ancora un'altra circostanza tratta da altro fonte, che crediamo doversi riferire al Clario. Vedremo che durante l'ultimo processo patito dal Campanella, uno de' più cari amici suoi è carcerato egualmente (fra Pietro Presterà di Stilo) ebbe a dire di aver saputo dallo stesso Campanella che un astronomo «delle parti di Germania», carcerato con lui nella S.ta Inquisizione, gli aveva presagito la Monarchia del mondo, perocchè aveva sette pianeti ascendenti favorevoli[133]: senza entrare ne' particolari della notizia, che saranno chiariti a miglior tempo, diciamo qui che l'astrologo in parola dovè essere appunto il Clario, sapendosi che era medico, e quindi, secondo il gusto del tempo, facile cultore di astrologia, oltrechè medico di Corte nella Stiria. Così il germe inoculato al Campanella in Cosenza ed Altomonte veniva scaldato nel carcere di Roma, e lo si vide poi sbocciare in Calabria, terminando nel più disastroso fra' processi: certamente il Campanella e il Clario, verosimilmente anche lo Stigliola, si eccitavano al pensiero dell'avvicinarsi di tempi nuovi, e questo si vede ogni giorno nelle persone carcerate; i tempi nuovi pertanto aveano pel filosofo un'altissima significazione. — Ma avendo il Campanella in questo tempo scritte anche molte Poesie, cerchiamo di rintracciare se tra quelle che finora conosciamo ve ne sia qualcuna da potersi riferire al periodo in esame. Noi crediamo doverci sempre d'ora in poi diligentemente occupare di tale ricerca ad ogni distinto periodo della vita del filosofo; poichè senza dubbio le poesie, composte quasi sempre a sfogo dell'animo in un circolo ristretto di persone intime, possono far conoscere le condizioni vere del Campanella anche ne' diversi tempi, assai meglio di ogni altra maniera di documenti, nei quali egli non fu sempre in grado di esprimere la pretta verità, ma sovente dovè piegarsi alle necessità del suo miserrimo stato. Pur troppo anche le poesie, prima di essere pubblicate, furono vagliate diligentemente, e parecchie fra esse mostrano tracce di mutilazioni evidentemente fatte per togliere di mezzo ciò che poteva compromettere l'autore, senza contare che alcune, di data posteriore, appariscono scritte espressamente per metterlo sott'altra luce: ma vi è rimasto sempre qualche cosa che lo mostra qual'era, e poi abbiamo oggi la fortuna di poter pubblicare non meno di 67 altre poesie inedite, eliminate nella «Scelta» che se ne fece non solamente perchè erano di scarso valore letterario, ma anche perchè contenevano cose le quali importava lasciar sepolte, ond'è che siamo in grado di trarne molto lume per la nostra narrazione. Naturalmente noi spigoleremo fin d'ora anche nelle dette poesie, intorno alle quali basti qui dichiarare che si trovarono in un manoscritto emerso nel processo di Napoli il 1602, manoscritto appartenente ad un altro caro amico del Campanella ed egualmente carcerato (fra Pietro Ponzio, germano di fra Dionisio), che ne fece raccolta fino al 2 agosto 1601, divulgandole anche sotto mano per Napoli a gloria dell'amico suo. Non abbiamo ad occuparci di poesie latine, poichè di esse non è pervenuta alcuna fino a noi, e quanto a poesie italiane con metro latino, le sole tre che ci rimangono non possono dirsi di questo periodo, siccome è chiaro anche dalle note che l'autore medesimo vi appose; ma in quelle con metro comune crediamo che ve ne sia taluna appartenente al periodo in esame. Così il Sonetto intitolato «Al carcere» ci sembra chiaro doversi riferire al carcere di Roma, non già a quello di Napoli come da tutti è stato creduto[134]: si badi infatti alla 2a strofa di esso e alla chiusa:

«Come và al centro ogni cosa pisante

. . . . . . . . . . . . . .

Così di gran scienza ogn'un amante

che audace passa dalla morta gora

al mar del vero di cui s'innamora