nel nostro hospitio al fin ferma le piante.
. . . . . . . . . . . . . .
che qui non val saper, favor ne pieta
io ti sò dir; del resto tutto tremo,
ch'è rocca sacra à tirannia secreta».
Una gran scienza, con la quale si passa dalla morta gora al mar del vero, sarebbe rimpicciolita di troppo riferendola alla politica, e se la tirannia spagnuola aveva una caratteristica, questa può dirsi il non essere segreta, ma chiara e brutalmente professata: trattasi dunque piuttosto del carcere di S.to Officio, e la nota apposta al Sonetto aiuta anche ad intenderlo; poichè dicendo essa semplicemente «è chiaro», eccita a considerare di quale specie di carcere si tratti, mentre non era stato creduto conveniente qualificarlo. Aggiungiamo che con quel Sonetto l'autore si rivolge a qualcuno, commentandogli il carcere in cui si trova; e chi sa che non glie l'ispirò lo Stigliola, quando vi giunse egli pure! Ma ecco un altro Sonetto che fa parte degl'inediti, e che mostra indubbiamente come le Poesie, quando parlano del carcere, non riflettano soltanto il carcere di Napoli: esso riguarda «un che morse nel S.to offitio in Roma»[135]:
«Anima, ch'hor lasciasti il carcer tetro
di questo mondo, d'Italia, e di Roma,
del Santo Offitio, e della mortal soma,
vattene al ciel, che noi ti verrem dietro».